domenica, Aprile 18

USA – Cina: guerra dazi, più che un vincitore si avrà una conta dei danni Le conseguenze di questo clima di tensione ricadranno su tutte le fazioni coinvolte, minandone l'interdipendenza

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La guerra commerciale USACina sarà una delle vicende che caratterizzeranno questo 2018, ‘l’anno zero’ dei dazi commerciali che cambierà i rapporti tra le grandi potenze economiche, creando nuove alleanze sul versante orientale per gli anni a venire. Bisogna solo fare una stima dei danni e capire di quanto le decisioni della Casa Bianca altereranno i flussi di beni tra le nazioni, specialmente tra Oriente e Occidente. Se è vero che molti americani abbiano portato il tycoon a Washington al grido di ‘America First‘, molti di meno sono consapevoli di quanto i legami con la Cina tengano al sicuro posti di lavoro sul suolo statunitense. Un caso eclatante è stato quello della ritirata‘ di Jack Ma, numero uno del colosso cinese Alibaba, ormai deciso a non investire più in America e a portar via con sé quel milione di posti di lavoro promessi.

©TradeMachines

L’interdipendenza USA-Cina è figlia del libero mercato e non è un caso che Trump lamenti l’ingente aumento di import cinesi proprio a partire dal 2001, anno in cui la Cina ha avuto accesso al mercato globale. Da allora il deficit commerciale con i partner d’Oriente è andato ad aumentare gradualmente, anche a fronte della maggior competitività a livello di costi. Come fatto notare dalla tedesca TradeMachines in un suo recente report, un deficit commerciale non è necessariamente espressione di un collasso economico, specie se genera occupazione nel paese importatore.

Questa forza centripeta, che porta gli Stati a chiudersi in sé paventando una sorta di autarchia idealizzata, è sicuramente nello spirito dei tempi che viviamo, tempi in cui ‘sovranismo e ‘Stato sovrano’ sembrano termini con una valenza positiva che va aldilà di quanto dovuto. Il protezionismo viene sbandierato come la panacea capace di risollevare le sorti di una nazione, riportandola a fasti non ben temporalmente specificati (anche se è palese che Trump guardi con nostalgia agli anni della presidenza Reagan). Questa difesa ‘materna’ dei propri confini viene motivata seguendo argomentazioni differenti, a seconda di quali siano le domande poste a Washington: sicurezza nazionale, furto di proprietà intellettuale, calo dell’occupazione.

Non si può però tracciare una linea netta, ergendo un confine capace di dividere bene e male senza possibilità d’errore. Tagliare i ponti con Pechino metterebbe in pericolo un milione e mezzo di posti di lavori americani, mentre per le aziende che importano materie prime dall’estero diverrebbe più conveniente trasferirsi altrove. Proprio l’imposizione di dazi su acciaio e alluminio, propagandate quasi come una rappresaglia all’export cinese, porta con sé molte zone d’ombra: la Cina non è nemmeno tra i primi dieci paesi ad immettere queste materie prime sul suolo americano.

Non esiste un vero vincitore in questa guerra commerciale, nonostante la sicurezza con cui Trump annuncia l’imminente disfatta di Pechino (ormai virtualmente impossibilitata a rispondere con ulteriori contro-dazi). Le conseguenze di questo clima di tensione ricadranno su tutte le fazioni coinvolte, minando l’interdipendenza tra le due potenze su ambo le estremità.

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