lunedì, Aprile 12

USA – Cina: fiammate senza incendi Se appare difficile il ‘taglio’ delle relazioni sino-statunitensi, il rischio di fiammate di tensione rimane

0

La tensione che ormai da diverse settimane caratterizza i rapporti fra Stati Uniti e Cina in merito alla responsabilità per la diffusione di COVID-19 non sembra scemare. Negli scorsi giorni, anzi, il Presidente Trump ha apertamente ventilato la possibilità di un drastico ridimensionamento (un ‘taglio’ nelle sue parole) delle relazioni con PechinoIndipendentemente dalla forma che questo ‘taglio’ potrà assumere, si tratta di parole pesanti, che rischiano di vanificare un processo di avvicinamento avviato alla fine degli anni Sessata dall’amministrazione Nixon e che dieci anni dopo, nel 1979, sotto la presidenza di Jimmy Carter, ha portato al pieno riconoscimento diplomatico di Pechino da parte di Washington. Soprattutto, esso rischia di vanificare il processo di convergenza economica che si è snodato in parallelo al riavvicinamento politico e che si è tradotto in un’integrazione di fatto dei due sistemi di cui proprio l’emergenza COVID-19 ha contribuito a mettere in luce la portata. L’impatto globale di una simile eventualità è difficile da immaginare, sia in termini quantitativi, sia politici, anche se alcuni osservatori hanno voluto paragonarlo alla crisi della prima grande fase di ‘globalizzazione’ del commercio internazionale negli anni precedenti lo scoppio della Prima guerra mondiale.

Alla base delle parole del Presidente vi è soprattutto la critica delle catene globali di fornitura (delle quali la Cina rappresenta uno snodo centrale) il cui scardinamento in seguito alla pandemia starebbe – a suo dire – colpendo in maniera particolare l’economia statunitense e provocando la gran parte delle difficoltà che il Paese sta attraversando. Sottotraccia, emerge la convinzione (in qualche modo circolata nelle scorse settimane) che la risposta tardiva di Pechino all’epidemia scoppiata a Wuhan mirasse proprio a favorire una diffusione del su larga scala del contagiodestinata a indebolire i rivali geopolitici della Repubblica Popolare, primi fra tutti proprio gli Stati Uniti. E’ questa la convinzione che – seppure non esplicitamente – sembra ispirare, fra l’altro, anche la proposta di legge (‘COVID-19 Accountability Act’) presentata negli scorsi giorni da un gruppo di senatori repubblicani (fra cui il Presidente della Commissione giustizia del Senato, il filo-trumpiano Lindsey Graham) che se approvata dal Congresso — autorizzerebbe il Presidente a imporre sanzioni contro la Cina qualora questa non fornisse un’illustrazione dettagliata degli eventi che hanno portato allo scoppio della pandemia.

La risposta a questo stato di cose starebbe – secondo Trump – nella ‘rinazionalizzazione’ delle catene di fornitura; in altre parole, nel ‘riportare in America’ la produzione di quanto necessario al funzionamento dell’industria nazionale, così da sciogliere quest’ultima dall’‘abbraccio mortale’ di Pechino e da un’interdipendenza percepita come sempre più squilibrata e pericolosa. E’ tuttavia difficile capire come sia possibile conseguire concretamente un obiettivo tanto ambizioso. Negli scorsi anni, l’industria statunitense ha investito massicciamente in Cina, sia in una prospettiva di delocalizzazione produttiva, sia con un occhio rivolto agli sviluppi proprio del mercato cinese, sulla crescita del quale hanno puntato molti operatori economici. La possibilità (in più occasioni ventilata dall’amministrazione) di introdurre dazi sull’importazione di componentistica, se da una parte potrebbe portare a risultati nel medio/lungo periodo, nel breve termine finirebbe soprattutto per danneggiare le industrie e i consumatori USA, la cui propensione al ‘buy American’ potrebbe essere influenzata negativamente dall’aumento del prezzo finale dei beni che l’introduzione dei dazi necessariamente comporterebbe.

Anche in questo caso, la tentazione sarebbe, quindi, quella di leggere le dichiarazioni del Presidente soprattutto in termini elettorali. La riduzione della dipendenza dell’economia USA dall’estero e la lotta alla delocalizzazione, fra l’altro, erano stati due cavalli di battaglia anche durante la campagna del 2016. Oggi, mentre l’emergenza COVID-19 mette sotto pressione il tenore di vita dei lavoratori americani e si scarica nell’aumento delle domande per il sussidio di disoccupazione, la scelta di ‘rilanciare’ sugli stessi temi appare ancora più pagante. Ancora una volta, vale però la pena di notare come la retorica abrasiva di Donald Trump e le estremizzazioni che hanno caratterizzato le sue posizioni contribuiscono a mettere in luce temi come quello dei costi dell’interdipendenza o della protezione del lavoro americano che stanno acquistando una rilevanza crescente nel dibattito pubblico e che si propongono come trasversali alla grande frattura repubblicani/democratici. Se appare, dunque, difficile che il ‘taglio’ delle relazioni sino-statunitensi possa davvero concretizzarsi (almeno nei termini traumatici prospettati del Presidente), il rischio di fiammate di tensione – anche acute – fra Washington e Pechino rimane e non sembra destinato a diminuire qualunque sia l’esito del voto del prossimo novembre.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->