domenica, Agosto 1

Usa-Cina: è accordo sul clima field_506ffb1d3dbe2

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L’accordo è fatto. Washington e Pechino hanno raggiunto un’intesa riguardo la limitazione delle proprie emissioni di gas serra. Sia il presidente cinese, Xi Jinping che l’omologo statunitense Barack Obama hanno quindi espresso la propria soddisfazione sottolineando come i due Paesi, insieme responsabili per il 45% dell’inquinamento globale, continueranno a lavorare insieme nella lotta ai cambiamenti climatici. In base all’intesa bilaterale annunciata, Washington si impegna a ridurre le sue emissioni di gas serra tra il 26 e il 28% entro il 2025. Pechino promette, invece, di diminuire il gas serra prodotto a partire dal 2030, anno in cui si prevede il picco massimo di emissioni del gigante asiatico. L’accordo ha inoltre un doppio valore: sul piano pratico, infatti, prevede la riduzione dell’inquinamento globale; su quello diplomatico offre invece una “spinta morale” alle trattative in corso per rinnovare il protocollo di Kyoto, e che dovrebbero concludersi nel 2015 a Parigi, durante il Vertice Onu sul clima. Per il Presidente statunitense Obama, l’intesa con il collega Xi ha anche un importante valore politico, poiché gli consente di ottenere un risultato “utile” dopo la disastrosa sconfitta contro i repubblicani nelle elezioni di Midterm.

Non è lo stesso riguardo Hong Kong
, dove è palese il disaccordo tra il Presidente degli Stati Uniti ed l’omologo cinese, riguardo le manifestazioni a sostegno della Democrazia nell’isola. Nel corso della conferenza stampa congiunta, nella Grande Sala del Popolo di Pechino, al termine della visita di stato di Obama, il presidente statunitense ha infatti ribadito la necessità di elezioni trasparenti e libere a Hong Kong, mentre Xi ha respinto con forza qualsiasi critica proveniente dall’esterno. Gli Stati Uniti, ha assicurato Obama, anche quando la Cina li ha accusati di questo, non hanno mai interferito nelle proteste in questa zona ad amministrazione speciale. «Sono argomenti su cui i cittadini di Hong Kong e della Cina devono decidere da soli», ha poi aggiunto il Presidente Usa, a cui Xi ha risposto che «le questioni di Hong Kong sono esclusivamente affari interni della Cina. Altri Paesi non dovrebbero influire in nessun modo». Nelle ultime settimane, il ministero degli Esteri cinese aveva segnalato in diverse occasioni che c’erano «forze straniere» a sostegno delle proteste nella regione sotto amministrazione speciale. «La legge e l’ordine – ha infine aggiunto Xi – devono realizzarsi sulla base della legislazione. E’ questo non vale solo per Hong Kong, ma per tutto il mondo».

In Siria, intanto, i curdi conquistano una delle principali vie di rifornimento a Kobane. Le forze curde hanno infatti preso il controllo di una strada a sud dell’enclave siriana, che costituisce una delle principali vie di rifornimento dello Stato Islamico, in una zona di frontiera con la Turchia. Secondo fonti locali, le Unità di protezione del Popolo (YPG), sono avanzate lungo la via che collega Kobane con la località di Helinch, nel sud-est della città. Nonostante la perdita di questa arteria non significhi che gli uomini dello Stato Islamico a Kobane siano rimasti isolati, sicuramente la via di rifornimento conquistata dai curdi è una delle più importanti a livello strategico. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha confermato la notizia, e ha aggiunto che gli scontri all’interno dell’enclave curda in Siria proseguono, aggiungendo come nelle ultime ore siano morti almeno 16 jihadisti e un numero imprecisato di combattenti curdi. Inoltre, almeno due civili sono deceduti e altri dieci sono stati feriti dal lancio di razzi da parte dell’Is contro l’area di Tel Shaer, ad ovest di Kobane. Si stima che il numero dei morti dall’inizio dei raid della coalizione in Siria siano arrivati ad oltre 850, tra cui almeno 746 tra le fila delle milizie di Baghdadi e circa 68 caduti di Al-Nusra, branca siriana di al-Qaeda.

In Iraq, nonostante notizie riguardo il presunto ferimento di Baghdadi, il Califfo batte moneta e ripristina il Dinar, una valuta in oro e argento puro coniata durante i primi anni dell’Islam. A riportarlo è il Daily Mail, che spiega anche come lo Stato Islamico punti a mettere in circolazione la nuova moneta nelle prossime settimane in tutte le zone del Califfato. D’altronde, i soldi non sono un problema per il gruppo jihadista. Secondo Forbes Israel, infatti, lo Stato Islamico, con un patrimonio di due miliardi di dollari l’anno, è il gruppo terroristico più ricco del mondo, seguito da Hamas, che arriva ad “appena” un miliardo di dollari annuo. Nella lista stilata dall’edizione israeliana della rivista, entrano le Farc colombiane con 600 milioni, i libanesi di Hezbollah con 500 milioni, i Talebani con 400 milioni e al-Qeda e i gruppi affiliati con 150 milioni di dollari. La rete del terrore fondata da Osama bin Laden è poi seguita dai pakistani di Lashkar e-Taiba, con 100 milioni, dai somali di al-Shabab, con la stessa cifra, l’irlandese Ira con 50 milioni di dollari e infine i nigeriani di Boko Haram, con 25 milioni l’anno. Secondo Forbes Israel, i gruppi terroristici si finanziano con metodi simili a quelli delle altre organizzazioni criminali, come il traffico di droga e le estorsioni, ma ricevono anche fondi e donazioni, in alcuni casi da agenzie governative.

In Ucraina continua la partita a scacchi tra la Russia e l’Occidente
, mentre Kiev torna a organizzarsi per una nuova guerra nella zona orientale del Paese. Ai militari è stato infatti dato l’ordine di “prepararsi al combattimento”, come ha dichiarato oggi il ministro della difesa Stepan Poltorak durante una riunione di governo. Nelle ultime 24 ore un soldato ucraino è rimasto ucciso e altri cinque sono stati feriti in scontri, mentre il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Andriy Lysenko, ha denunciato il proseguimento dello sforzo di riarmo dei separatisti. La Nato ha infatti confermato l’ingresso in Ucraina, negli ultimi due giorni, di colonne di mezzi militari russi, inclusi carri armati, sistemi di difesa aerea e artiglieria, e uomini, come ha spiegato da Sofia il comandante supremo delle forze in Europa, il generale Philip Breedlove. Il ministero della difesa a Mosca ha però parlato di una notizia “priva di fondamento”.

Nell’est dell’Ucraina, tuttavia, i vertici filo-russi dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk hanno avvertito che non forniranno carbone a Kiev «fino alla fine delle azioni militari». Ad annunciarlo è stato il locale ministro dell’Energia, Aleksei Granovsky, citato da Ria Novosti. «E’ in corso una guerra e non possiamo fornire carbone a coloro che ci bombardano», ha dichiarato Granovsky, ricordando che le autorità ucraine hanno bloccato i conti delle miniere statali che si trovano nel territorio della Repubblica di Donetsk e da luglio non pagano gli stipendi ai minatori. «Lasciate che prima sblocchino i conti, restituiscano tutti i debiti e allora ne riparleremo», ha aggiunto il ministro. Kiev ha già fatto sapere che le riserve di carbone a sua disposizione non sono sufficienti per tutto l’inverno e che le uniche alternative sono l’acquisto di combustibile dalla Russia o dalle province orientali del Donbass.

Nel frattempo si torna a parlare di Afghanistan, ma per il ritiro. Entro il 2016, infatti, Washington prevede il ritiro degli attuali 20mila soldati presenti nel Paese dove, entro la fine di dicembre ne rimarranno meno della metà, solo 9.800. Quest’anno, sono state chiuse o cedute agli afghani 60 basi militari della coalizione, inclusa Camp Leatherneck che ospitava 25mila Marines. Un totale di 25 basi rimangono aperte, fra cui Bagram e Kandahar che dovrebbero passare al controllo afghano entro due anni. Non mancano tuttavia le polemiche: «hanno lasciato un generatore, due container e alcuni oggetti da palestra. Ma hanno portato via tutte le cose di cui avevamo davvero bisogno, come i sistemi radio e Internet. In una base vicina hanno lasciato solo alcune tende», ha commentato all’Ansa il comandante afghano di una base della regione di Kandahar lasciata in eredità dagli americani, chiedendo di non essere identificato.

Alle forze afghane è stato infatti lasciato poco o niente. Tante bottiglie di acqua minerale (420mila), attrezzature da palestra, apparecchi TV, impianti di aria condizionata e generatori. Perfino le razioni di pasti pronti, 10mila, sono state distrutte, perché con data di scadenza troppo vicina, così come sono stati smantellati 300 diversi prefabbricati. La maggior parte dei 7.500 computer sono stati demoliti e il resto è stato riportato indietro. Anche le munizioni, valutate in 1,6 milioni di sterline, sono state tutte o distrutte o riportate indietro negli Stati Uniti o in Kuwait, insieme a centinaia di mezzi militari. E’ il bilancio del ritiro dei Marines dalla sola base di Camp Leatherneck, nella provincia afghana di Helmand, ma che rende conto dello spirito dell’operazione logistica avviata dalle forze americane e della coalizione, un impegno enorme valutato dal Central Comand, solo per gli Usa, fra i 5 e i 7 miliardi di dollari.

I pianificatori del Pentagono hanno dovuto decidere cosa riportare negli Stati Uniti, cosa distruggere e cosa lasciare, per scongiurare il pericolo che gruppi integralisti, come lo Stato Islamico o i Talebani, possano appropriarsi ed usufruire di quanto lasciato dalle forze Usa. Dall’inizio di gennaio, sono stati portati fuori dal paese equipaggiamenti militari americani per un valore di 600 milioni di sterline (inclusi 25mila veicoli e container pieni del materiale più diverso, dalle munizioni ai bollitori per il caffè). Entro la fine dell’anno, saranno quindi trasferiti altri 8mila fra container e veicoli.

Continua intanto la polemica sul caso LuxLeaks, in particolare sugli accordi fiscali segreti tra Lussemburgo e centinaia di multinazionali e grandi imprese durante la gestione di Juncker. «Non ho mai dato istruzioni su nessun dossier fiscale in particolare da ministro delle finanze a Lussemburgo». Così Jean-Claude Juncker agli eurodeputati in un dibattito su LuxLeaks. «Il ministro delle finanze del Lussemburgo non ha istruzioni da dare all’amministrazione fiscale. Ci sono Paesi in cui questo accade, ma non è il Lussemburgo« ha aggiunto Juncker, ribadendo però di essere «politicamente responsabile» per quello che è accaduto in questi anni in Lussemburgo. Respinte anche le accuse sul possibile conflitto d’interessi per le indagini che la Commissione ha promesso di avviare sui potenziali aiuti di Stato illegali che potrebbero derivare da quegli accordi ad hoc conclusi con le aziende. In passato «ci sono stati casi simili dove un commissario ha avuto a che fare con un caso che riguarda il suo Paese ma non è mai stato un problema e non credo che ci sia un problema adesso. Non occorre cambiare le regole. Juncker ha tutto il mio sostegno e quello della Commissione». Così il vicepresidente Frans Timmermans risponde a chi chiede se il presidente Jean Claude Juncker debba autosospendersi dall’incarico per poter chiarire la situazione in merito al caso.

 

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