sabato, Maggio 8

Usa, che fine ha fatto il ‘pivot to Asia’?

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Era stato uno dei cavalli di battaglia della prima amministrazione Obama e la promessa di un drastico cambio di paradigma della politica estera statunitense. All’epoca del suo annuncio, il ri-orientamento dell’asse geopolitico del Paese verso la regione dell’Asia-Pacifico (pivot to Asia) era stato accolto con sentimenti contrastanti. Per un’Europa che ancora vedeva in Barack Obama il Presidente capace di sanare le fratture aperte negli anni dell’amministrazione di George W. Bush era stato il preavviso delle tante docce fredde (reali o presunte) che sarebbero seguite. I partner di Washington nella regione avevano trovato nell’annuncio ragioni di soddisfazioni, soprattutto per la riscoperta, da parte della Casa Bianca, di un impegno che sembrava essersi affievolito a fronte delle più schiaccianti priorità della ‘Global War on Terror’ e dell’imperial overstretching. Anche in questo caso, tuttavia, le ragioni di soddisfazione si accompagnavano a quelle di inquietudine, nella misura in cui la rinnovata attenzione di Washington verso l’Asia orientale implicava la ricerca di un legame più solido, robusto e produttivo con la Cina che, sotto la guida del Presidente Hu Jintao (2002-13), si era incamminata lungo la via di una credibile leadership regionale.

Il ‘pivot’ era stato lanciato con intenzioni senza dubbio ambiziose. Esso voleva essere ‘un piano complessivo (comprehensive) per accrescere il coinvolgimento, l’influenza e l’impatto degli USA nelle questioni (affairs) economiche, diplomatiche ideologiche e strategiche della regione’. Esso poggiava su un consistente impegno in campo militare, simbolizzato dall’impegno ad accrescere in maniera significativa la presenza navale e aerea nel Pacifico entro il 2020 Accanto a ciò, una nuova serie di accordi in materia di sicurezza avrebbe dovuto consolidare i rapporti fra Washington e i suoi alleati in una fase in cui l’aumento degli assetti militari nella regione si accompagnava all’emergere di vecchi e nuovi contenziosi fra la RPC e i suoi vicini; fra questi: quello sul controllo dello Scarborough Reef con Filippine e Taiwan; quello sulle isole Spratly con Malesia, Filippine, Taiwan, Vietnam e Brunei; quello sulle Paracelso con Vietnam e Taiwan, e quello sulle isole Senkaku/Diaoyu, amministrate dal Giappone e rivendicate anche da Taiwan. In questo contesto, l’ombra proiettata dagli Stati Uniti avrebbe dovuto fungere da elemento di stabilizzazione e di rassicurazione, e contrastare la diffusa percezione di un calo dell’interesse statunitense nella regione proprio quando, da più parti, cresceva la domanda per una loro maggiore presenza.

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