venerdì, Settembre 17

USA: censimenti e politiche migratorie Con l'approccio aggressivo di Trump sull'immigrazione potrebbe cambiare il formulario del censimento

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La recente decisione dell’Amministrazione Trump di reintrodurre la domanda sulla cittadinanza, dunque, sembra in contrasto con il principio di ‘residenza abituale’. Bisogna certo tener conto che le condizioni di un Paese giovane e in forte crescita abbiano favorito l’adozione di tale principio (già presente nel censimento del 1790); la crisi economica che ha recentemente colpito le economie di tutti i Paesi sviluppati ha però favorito l’ascesa di visioni protezionistiche che individuano nell’immigrazione la causa di tutti i mali. La vittoria di Trump alle ultime elezioni è un chiaro sintomo di questa visione che punta a ritrarsi all’interno, a chiudersi in sé stessi (anche fisicamente, con il muro che il Presidente vorrebbe erigere al confine con il Messico).

La decisione annunciata dal Dipartimento del Commercio ha scatenato una serie di reazioni, la più forte delle quali è stata quella dello Stato della California, che ha annunciato il ricorso alle vie legali. Secondo gli amministratori californiani, l’introduzione della domanda sulla Cittadinanza, unita al clima di odio e diffidenza introdotto dalle politiche dell’Amministrazione Trump in campo di immigrazione, potrebbe indurre i residenti sul territorio, non in possesso di un passaporto statunitense, a disertare il censimento. Non solo, oltre ai diretti interessati, anche coloro che per ragioni familiari, sentimentali o addirittura lavorative, sono legati a residenti senza Cittadinanza potrebbero essere tentati di evitare il censimento o, eventualmente, di fornire dichiarazioni false o parziali: in questo modo, sostengono i detrattori dell’iniziativa del Dipartimento del Commercio, la funzione del censimento, ovvero di fornire un ritratto fedele del paese, verrebbe fortemente invalidata.

I sostenitori potrebbero obbiettare che i dati raccolti non potrebbero essere utilizzati contro la persone che ritengono di risiedere in territorio statunitense senza averne diritto. Secondo la cosiddetta ‘regola dei 72 anni’, infatti, i risultati al dettaglio dei sondaggi non possono essere resi pubblici prima che siano trascorsi settantadue anni dalla raccolta dei dati. Il numero di anni è calcolato per essere lievemente superiore all’età media di una donna statunitense (anche negli USA, le donne hanno un’aspettativa di vita media più alta di quella degli uomini), in maniera da evitare il più la diffusione di dati personali di persone ancora in vita: i dati che vengono diffusi non appena disponibili, infatti, sono i dati aggregati (in forma anonima) e, attualmente, gli ultimi dati disponibili per il pubblico sono quelli del censimento del 1940.

Per quanto riguarda l’accesso da parte degli organi dello Stato, però, le cose stanno in maniera lievemente differente. Tradizionalmente, negli USA le Autorità tendono a tutelare le informazioni private degli abitanti e diverse sentenze di Corti statunitensi hanno stabilito che nessuna agenzia statale ha il diritto di accedere ai dati particolari dei censimenti prima che siano passati, appunto, settantadue anni; nonostante ciò, esistono delle eccezioni. Nel 1939, sotto la Presidenza di Franklin Delano Roosevelt, venne approvata una legge che permetteva all’FBI di accedere ai dati dei censimenti al fine di individuare persone potenzialmente pericolose residenti negli USA; l’atto fu ampliato nel 1941 e rese possibile l’internamento di giapponesi, italiani e tedeschi presenti su suolo statunitense. Si trattava, all’epoca, di una risoluzione di emergenza, essendo il mondo sull’orlo di conflitto che, restato latente per anni, stava tornando ad allargarsi al mondo intero: finita la guerra e sconfitti i propri avversari, la protezione giuridica dei dati dei censimenti venne ripristinata nel 1947.

In ogni caso, i recenti scandali legati all’accesso a dati personali, in Patria e all’estero, da parte di organi legati ai Servizi Segreti, la National Security Agency (NSA: Agenzia per la Sicurezza Nazionale), hanno intaccato molto la fiducia di una parte della popolazione statunitense nei confronti della capacità, quando non della volontà stessa, che Washington avrebbe di proteggere la segretezza dei dati personali. Che si tratti di un rischio reale oppure no, nell’epoca della tecnologia ‘iper-pervasiva’ e della moltiplicazione social di informazioni non verificate, la percezione che la popolazione ha di una questione può avere effetti più influenti di quanto si immagini. Resta da vedere se Trump, che ha dimostrato più volte di essere un abile utilizzatore di tecnologie social ai propri fini, sarà in grado di far prevalere la paura dell’immigrazione sulla paura per i propri dati personali.

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