lunedì, Aprile 19

USA: Biden, punto e a capo sull’ambiente Il primo segnale concreto di come Washington – facendo leva sui suoi strumenti di soft power – sembri intenzionata a tornare a occupare posizioni che, negli anni passati, aveva lasciato pericolosamente scoperte

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In continuità con una linea che era stata già dell’amministrazione Obama, le questioni ambientali hanno rappresentato, nel corso dell’ultima campagna presidenziale, uno dei temi fortidi Joe Biden e, in generale, dei candidati democratici. Si è trattato di una scelta tutto sommato scontata. La presidenza Trump è stata caratterizzata sin dall’inizio dallo sforzo di rilanciare il settore oil & gas, sforzo sostenuto anche da una serie di atti simbolici come l’annunciata volontà di uscire dall’accordo di Parigi sul clima. Decisioni contestate come la ripresa dei lavori per la realizzazione degli oleodotti Dakota Access e Keystone XL hanno rafforzato questa posizione, così come l’hanno rafforzata i diversi provvedimenti adottati per allentare gli standard di tutela ambientale esistenti e per limitare il ruolo delle agenzie preposte alla loro applicazione. Intorno a questi provvedimenti si è aggregata, negli anni, una variegata opposizione, che ha visto, in numerose occasioni, le comunità e le autorità locali delle aree interessate schierarsi accanto agli esponenti dei movimenti ambientalisti e ‘anti-oil’.

Non stupisce, quindi, che pochi giorni dopo l’insediamento, il nuovo Presidente abbia già firmato una lunga lista di provvedimenti in materia ambientale. La scelta di nominare John Kerry Rappresentante speciale del Presidente per il cambiamento climatico, oltre a riflettere con ogni probabilità le delicate dinamiche interne al Partito democratico, è stata un primo segnale dell’attenzione che l’amministrazione avrebbe dedicato ai temi dell’ambiente e dalla sua conservazione. La scelta di includere nel novero degli Ordini esecutivi firmati subito dopo l’insediamento quello per riportare gli Stati Uniti all’interno dell’accordo di Parigi ha confermato questo orientamento, così come l’ha confermato l’annuncio di un nuovo stop ai lavori per Keystone XL. Con gli atti firmati negli scorsi giorni è stata, inoltre, congelata la concessione dei diritti di prospezione in tutti territori demaniali, sono stati tagliati i sussidi offerti al settoreoil & gas’, sono stati introdotti incentivi a favore dell’energia eolica e sono state adottate misure per tenere conto delcarbon footprint’ nell’attività degli organismi federali.

Non sono misure da poco. Secondo l’American Petroleum Institute, i territori demaniali garantiscono, oggi, il 22% circa della produzione statunitense di petrolio e il 12% circa di quella di gas naturale. In questa prospettiva è comprensibile la reazione preoccupata delle compagnie, che nel 2020 hanno dovuto confrontarsi con uno scenario di domanda e prezzi in netta contrazione. Sul piano internazionale, inoltre, l’aumento della produzione di idrocarburi registrato nel secondo decennio degli anni Duemila, ha consolidato notevolmente la posizione degli USA, le cui esportazioni di petrolio, nel settembre 2019, hanno superato le importazioni per la prima volta da che il dato mensile ha cominciato ad essere misurato, nel 1973. Il timore è che le iniziative adottate dall’amministrazione possano aggravare le difficoltà in cui versa il settore energetico e indebolire la posizione degli Stati Uniti sulla scena globale in un momento in cui il perdurare delle difficoltà legate alla pandemia già condizionano negativamente l’economia e la posizione del Paese di fronte ai suoi principali concorrenti.

La scommessa di Biden e dei suoi collaboratori è che – all’opposto – la transizione allagreen economypossa fungere da volano per la ripresa e, parallelamente, rilanciare il ruolo internazionale degli USA come capofila nella lotta al cambiamento climatico. Al di là del suo valore in termini ambientali, si tratta di una scelta coerente con l’enfasi che il nuovo Presidente ha posto sui temi del multilateralismo anche al fine di contrastare il rafforzamento della posizione della Cina in ambito ONU. La convinzione sottostante è che, sui grandi temi globali, la politica di ripiegamento perseguita dall’amministrazione Trump sia stata controproducente e abbia aperto spazi d’azione che la propaganda di Pechino ha saputo sfruttare efficacemente. In questo senso, le iniziative degli ultimi giorni assumono un valore forse più importante sul piano esterno che su quello interno, rappresentando il primo segnale concreto di come Washington facendo leva sui suoi strumenti di soft power sembri intenzionata a tornare a occupare posizioni che, negli anni passati, aveva lasciato pericolosamente scoperte.

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