giovedì, 2 Febbraio
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USA: Biden in testa, Democratici in ordine sparso

Dopo i confronti televisivi di giugno e luglio e dopo la pausa di agosto, ai primi di settembre riprenderà il lungo percorso di avvicinamento alle primarie del partito democratico. Le ultime settimane hanno visto sfoltirsi le liste dei candidati; si sono ritirati, infatti, dalla corsa, i senatori dello Stato di New York Kirsten Gillibrand e dell’Alaska, Mike Gravel, l’ex governatore del Colorado John Hickenlooper, il governatore dello Stato di Washington Jay Inslee e i rappresentanti del Massachusetts Seth Moulton e della California Eric Swallwell. La lista dei nomi rimasti è ancora lunga e servirà ancora del tempo per sapere fra chi si giocherà la vera partita per la nomination. I sondaggi delineano, comunque, uno scenario già abbastanza chiaro, con l’ex vicepresidente Joe Biden a guidare la pattuglia ristretta dei ‘papabili’, seguito da Bernie Sanders e dal senatore dal Massachusetts Elizabeth Warren, capifila di una pattuglia ‘liberal’ apparentemente sempre più forte all’interno del partito. Questi sondaggi hanno mostrato, tuttavia, soprattutto nelle ultime settimane, una certa volatilità e, in alcuni casi, una certa contraddittorietà, in particolare proprio intorno alla performance di Biden, che nello stesso periodo sembra avere mostrato segni di vulnerabilità.

Le posizioni dell’ex vicepresidente e dei suoi rivali diretti divergono pressoché su tutti i punti. In effetti, Biden ha lanciato, sinora, solo due proposte veramente ‘di largo respiro’: la prima per triplicare il fondo a favore delle scuole sottofinanziate, la seconda per l’avvio di una ‘azione globale per il clima’ che riporti in mano statunitense l’iniziativa nel contrasto al global warming. Su tutti gli altri punti (primi fra tutti immigrazione e riforma sanitaria, tema rispetto al quale il suo punto di vista ricalca le – caute – linee che avevano ispirato il ‘vecchio’ Obamacare, mentre Sanders e Warren appoggiano il ben più ambizioso progetto ‘Medicare for All’), le sue posizioni sono state ambigue, attente a marcare la distanza che esiste rispetto all’attuale amministrazione ma lontane anche da quelle – ben più esplicite e ‘avanzate’ – dei suoi rivali. In tema di politica estera, Biden può essere inquadrato (seppure con qualche distinguo) nel filone dei c.d. ‘interventisti democratici’, mentre Sanders e Warren (nonostante le differenze che esistono fra le rispettive posizioni, a loro volta frutto di una diversa lettura dell’esperienza USA dopo la Seconda guerra mondiale) appaiono decisamente più restii a sostenere la necessità di un impegno militare degli Stati Uniti all’estero.

E’ facile comprendere come, su queste basi, il più rassicurante Biden appaia in vantaggio nei sondaggi soprattutto nelle classi di età più mature, con Sanders e Warren in vantaggio in quelle più giovani. Come è stato rilevato, i punti di forza di Biden (in genere considerato esponente dei c.d. ‘New democrats’ o ‘democratici di centro’), più che al suo programma, si legano alla sua esperienza, al ruolo ricoperto in passato e alla convinzione che sia il candidato con più possibilità di successo in un testa a testa con il Presidente uscente. Di contro, più che le accuse di comportamenti ‘inopportuni’, proprio il rischio di essere facilmente percepito come ‘continuista’ e parte dello stesso ‘apparato di partito’ che quattro anni fa aveva prodotto Hillary Clinton rappresenta la sua maggiore debolezza. Questa debolezza è emersa con chiarezza, ad esempio, durante il primo confronto pubblico fra i candidati democratici, lo scorso giugno, quando i suoi avversari (prima fra tutti il senatore della California Kamala Harris) hanno avuto gioco facile a evidenziare le inconsistenze e i cambi di posizione (soprattutto in tema di desegregazione e ‘affirmative action’) che hanno segnato una carriera politica iniziata – a livello nazionale – con l’elezione al Senato nel 1973.

Si tratta di un aspetto che aggiunge interesse al confronto che si terrà il prossimo 12 settembre a Huston. Con il dibattito concentrato in un’unica serata (i dibattiti di giugno e di luglio si erano svolti su due), Biden si troverà per la prima volta di fronte ai suoi avversari diretti. E’ il faccia a faccia con Elizabeth Warren ad essere atteso con più interesse. La Warren appare in costante rimonta nei sondaggi e, anche grazie a una posizione ideologica più moderata, dovrebbe riuscire a strappare a Bernie Sanders il posto di sfidante ‘di sinistra’ per la nomination. Non stupisce, quindi, che alcuni osservatori abbiano parlato dell’appuntamento di Huston come del primo vero punto di svolta della corsa presidenziale. Il numero minore di partecipanti (legato ai criteri d’ammissione più rigidi adottati in quest’occasione dal Comitato nazionale democratico) dovrebbe favorire questo risultato. In base ai nuovi criteri, risultano infatti, ammessi al dibattito – oltre a Biden, Sanders e alla Warren – i senatori Kamala Harris, Amy Klobuchar e Cory Booker; il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg; l’ex segretario alla casa e sviluppo urbano dell’amministrazione Obama, Julián Castro; Beto O’Rourke e l’imprenditore Andrew Yang. Un parterre ristretto che – negli auspici di tutti – dovrebbe servire, alla fine, a fare emergere con chiarezza le varie posizioni.

Gianluca Pastori
Gianluca Pastori
Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).
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