lunedì, Settembre 27

USA: Biden e l’11 settembre, niente di nuovo? Sebbene l’enfasi dell’ordine presidenziale sia più sull’apertura degli archivi che sulla difesa del segreto di Stato, è difficile che, anche questa volta, la ‘pistola fumante’ venga scoperta; più probabile che, una volta di più, emergano elementi che mettono in luce le molte ambiguità del rapporto che lega Casa Bianca e la corte degli al-Saud

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L’executive order del Presidente Biden che chiede al Dipartimento della giustizia e a una serie di altre agenzie di declassificare gli atti delle indagini condotte sugli attentati dell’11 settembre tocca un tasto sensibile nell’opinione pubblica statunitense. La questione delle responsabilità dietro l’esecuzione materiale degli attacchi è stata, infatti, oggetto di contrasti sin da quando è stato pubblicato il rapporto della commissione di indagine voluta del Congresso (9/11 Commission Report, 2004). Nonostante le conclusioni contrarie del rapporto, da più parti è stato evocato soprattutto il possibile coinvolgimento di ambienti legati al governo saudita nella definizione e nella pianificazione degli attacchi. L’origine degli attentatori (quindici sui diciannove erano cittadini sauditi) e il fatto che soggetti sauditi figurino fra i maggiori finanziatori di al-Qaeda sono considerati da molti indizi significativi della responsabilità di Riyadh nell’accaduto. Su queste basi, nei confronti del governo saudita sono state anche intentate cause legali da parte dei congiunti di alcune vittime dell’attentato; fino al 2018, comunque, queste cause sono state sistematicamente rigettate dalle corti presso cui erano state presentate.

Anche dietro la decisione della Casa Bianca ci sono le pressioni dei parenti delle vittime, che in una lettera degli inizi di agosto avevano invitato il Presidente a non partecipare alle cerimonie previste per la commemorazione del ventennale degli attacchi prima di avere mantenuto l’impegno preso in campagna elettorale di rendere pubblici tutti i documenti ancora segretati. Secondo quanto affermato nella lettera, infatti, dopo la pubblicazione del rapporto del 2004, sarebbero state scoperte “molte prove investigative che implicano funzionari del governo saudita negli attacchi”, prove che “sotto diverse amministrazioni, il Dipartimento della giustizia e lFBI hanno attivamente cercato di tenere segrete, per impedire al popolo americano di conoscere la piena verità”. Nei giorni successivi, la lettera era stata inoltre seguita dalla presa di posizione di numerosi congressmen, che si è tradotta nell’introduzione di una proposta di legge (September 11 Transparency Act) in cui si chiedeva alla CIA, al Dipartimento della giustizia e al direttore della National intelligence di rendete pubblici i documenti in loro possesso che avrebbero potuto rivelare l’eventuale ruolo avuto da agenti di Riyadh negli attentati.

Con la firma dell’executive order del 3 settembre, la Casa Bianca sembra riprendere l’iniziativa. Ovviamente, non si può prevedere con esattezza quello che emergerà dai documenti che saranno resi pubblici. L’ordine del Presidente alle amministrazioni interessate sei mesi di tempo per il rilascio dei rispettivi materiali. Questo rilascio seguirà quelli assai più limitati che si sono avuti sotto le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama. Tuttavia, anche se molti dei documenti da queste desecretati hanno confermato il carattere ‘problematico’ dei rapporti con l’alleato saudita e i contatti esistiti fra alcuni degli attentatori e cittadini e funzionari sauditi negli USA, in nessuno è mai emersa a ‘pistola fumante’ che da qualche parte ci si attendeva. Solo negli anni della presidenza Trump, il Procuratore generale, William Barr, ha affermato in più occasioni che la rimozione del segreto sui materiali ancora classificati avrebbe potuto rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale, senza però chiarire mai il perché di tale affermazione e sostenendo anzi, almeno in un’occasione, che anche un chiarimento di questo genere avrebbe potuto costituire un rischio per la sicurezza nazionale.

Le speculazioni sulla posizione assunta da Barr non sono mancate. In ogni caso, sembra improbabile che anche il nuovo, massiccio rilascio di documenti che l’iniziativa della Casa Bianca lascia prevedere permetta di riscrivere la storia di quanto accaduto. Fra l’altro, l’ordine presidenziale non sgombra il campo dalle esigenze della riservatezza. Secondo il testo, infatti, “le informazioni raccolte e generate nel quadro delle indagini del governo degli Stati Uniti sugli attacchi terroristici dell11 settembre dovranno ora essere divulgate, tranne quando le ragioni della massima rilevanza consigliano altrimenti. Questa formula attribuisce un ampio potere discrezionale al Procuratore generale e ai vertici delle varie agenzie interessate, cui spetterà il compito ultimo di compenetrare le esigenze del libero accesso alle informazioni con quelle della sicurezza nazionale. Sebbene l’enfasi dell’ordine presidenziale sia più sull’apertura degli archivi che sulla difesa del segreto di Stato, è quindi difficile che, anche questa volta, la ‘pistola fumante’ venga scoperta; più probabile che, una volta di più, emergano elementi che mettono in luce le molte ambiguità del rapporto che lega Casa Bianca e la corte degli al-Saud.

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