venerdì, Agosto 12

USA: Biden e i Dem nella trappola delle infrastrutture Il senatore Dem Joe Manchin ha annunciato la sua intenzione di votare contro il Build Back Better Bill. L’ amministrazione Biden appare sempre più in difficoltà nel portare avanti la propria agenda e ciò, in larga misura, a causa delle sempre più evidenti divisioni interne al campo democratico

0

Lo ‘strappo’ del senatore democratico del West Virginia Joe Manchin sul Build Back Better Bill è solo l’ultima dimostrazione, in ordine di tempo, della fragilità della maggioranza che – al Congresso – sostiene l’amministrazione Biden. Fortemente critico verso un piano di investimenti che – negli scorsi mesi – è già riuscito ad annacquare considerevolmente, Manchin ha annunciato la sua intenzione di votare contro il provvedimento nel corso del suo passaggio al Senato, dopo che la Camera dei rappresentanti lo ha approvato, lo scorso 19 novembre, con un risicato 220 vs 213. Le riserve di Manchin sono diverse e ruotano almeno formalmente sulla dimensione dello stimolo previsto dal pacchetto (1,75 miliardi di dollari nella versione attualmente in discussione), giudicata eccessiva e potenzialmente controproducente per le sue ricadute su inflazione e debito pubblico. Più a fondo, vi è, tuttavia, la critica ‘strutturale’ al carattere redistributivo che avrebbero le proposte dal Presidente e agli interventi nel campo della sicurezza sociale che sin dall’inizio si sono dimostrati – per la Casa Bianca — un terreno irto di insidie.

Da un certo punto di vista, la crisi era, quindi, prevedibile. La componente moderata del Partito democratico (di cui Manchin è uno dei maggiori esponenti) non ha mai nascosto il suo fastidio per il peso assunto dall’ala più radicale e per il presunto favore che l’amministrazione dimostrerebbe nei confronti di quest’ultima, con un’agenda eccessivamente sbilanciata sulle sue istanze. Sin dall’inizio, la difficile coesistenza fra queste due anime era stata individuata come una delle principali fragilità della presidenza Biden; una fragilità evidente soprattutto in Senato, dove i cinquanta seggi controllati dal partito e la situazione di parità con la rappresentanza repubblicana attribuiscono a ogni voto un peso particolare e danno a ogni senatore un ampio potere di condizionamento. Negli scorsi mesi, questa situazione ha costretto più volte l’amministrazione a impegnarsi in complessi esercizi di mediazione fra le diverse posizioni, esercizi che hanno concorso ad intaccare la sua percezione pubblica senza – d’altra parte – riuscire ad assicurare ai progetti di volta in volta avanzati un transito ‘senza scosse’ fra gli scogli congressuali.

Non è detto che anche questa volta non si riesca a giungere a un compromesso. Da molte parti sono giunti appelli a Manchin perché riveda la sua posizione e, anche se gli osservatori si interrogano se il senatore del West Virginia non sia pronto a passare al fronte repubblicano, è possibile che la sua sia stata, più che altro, una mossa tattica per ottenere dall’amministrazione un ulteriore annacquamento del pacchetto in discussione e rafforzare la sua posizione dentro il partito. I termini del problema, comunque, cambiano poco. A poco più di un anno dal successo elettorale del novembre 2020, l’amministrazione Biden appare sempre più in difficoltà nel portare avanti la propria agenda e ciò, in larga misura, a causa delle sempre più evidenti divisioni interne al campo democratico. È una situazione che preoccupa molto i candidati che – nelle prossime elezioni di midterm – dovranno competere in collegi contesi ma che si riflette anche sull’indice di medio di approvazione dell’azione presidenziale, che al di là delle fluttuazioni fisiologiche, è sceso costantemente dal 53% del giorno dell’insediamento al 43,7% attuale.

Ovviamente, tutto ciò va a favore del Partito repubblicano, che, se da una parte non sembra essere ancora riuscito a comporre le sue divisioni interne, dall’altro ha gioco facile nel mettere in luce le molte contraddizioni degli avversari. Non a caso, negli ambienti democratici si comincia a valutare concretamente la possibilità di perdere la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso: uneventualità che finirebbe per azzerare ogni ambizione riformista della Casa Bianca. È uno scenario che il recente voto governatoriale in Virginia e New Jersey ha, in qualche modo, anticipato. L’approvazione di qualche misura legislativa importante potrebbe forse cambiare, almeno in parte, le cose. È, però, difficile che il Congresso attuale possa riuscire in questo obiettivo. Non va, infatti, dimenticato che la posizione di Manchin non è isolata né in Congresso, né fra l’elettorato democratico e che essa intercetta, inoltre, le simpatie di quella parte di elettorato repubblicano che lo scorso anno ha votato per Biden in chiave antitrumpiana ma che guarda oggi con timore a quelle che considera le troppe ‘fughe in avanti’ dell’amministrazione.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).

End Comment -->