domenica, Agosto 14

USA: armi e stragi. Togliere il comando agli ‘adolescenti’! La tesi sulla 'adolescenzialità' della società statunitense ha un suo fondamento. La libertà di possedere armi e usarle, è la prova di una profonda violenza insita nel DNA di una società che guarda all’uso della forza, individuale o collettiva, cioè statale, come parte della natura di quella società, che implica la soddisfazione dei propri interessi mediante l’uso della forza

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Certe volte si sentono delle cose veramente incredibili e viene voglia, letteralmente, di spaccare il televisore, bruciare i giornali e andarsene all’estero … già dove?!
In merito alla strage di ragazzini compiuta in Texas, se ne sono sentite di tutti i colori, specie con riferimento alla solita associazione dei produttori di armi. Ma l’altro giorno ne ho sentita una che ho trovato affascinante nella sua insopportabilità. Non vi dico chi l’ha detta, non merita.
La tesi, in parole povere, afferma che gli USA sono un Paese giovane, nel quale gli statunitensi hanno dovuto (poverini) conquistarsi il territorio un po’ alla volta, combattendo, anzi, venendo attaccati da varie parti. Per cui le armi sono necessarie (forse si dovrebbe dire ‘sono state’ necessarie) e sono una manifestazione dellagrande libertà americana‘, che, per essere così grande -quella libertà-, implica la libertà non solo di comprarle -le armi-, ma anche di portarsele appresso e usarle. Evviva!
Poi, tornando al fatto del popolo giovane, si dice da qualcuno che le reazioni dei cittadini statunitensi sono un po’adolescenziali‘, sia individualmente, con la strage di ragazzini, sia collettivamente, con gli attacchi (Gesù, ma allora sono aggressioni!) ad altri Paesi, come in Iraq o in Afghanistan. Cerchiamo di approfondire la questione della strage. Una cosa, purtroppo, molto frequente in USA.

 

L’analisi del perché ciò accade, la trovo per lo più molto deludente. Si legge e si sente parlare in continuazione del fatto che la facilità di procurarsi armi in USA, facilita le stragi. Francamente a me pare che questi siano discorsi di lana caprina. Certamente la facilità di armarsi facilita, appunto, la diffusione delle armi. Ogni statunitense non solo sente il bisogno, ma concepisce come un segno della propria libertà, il possesso di un’arma. Come nel Far West!
La conclusione dovrebbe essere quella di rendere più difficile il possesso delle armi, cosa alla quale l’associazione dei produttori delle armi (la NRA) si oppone. Ovviamente, loro le fabbricano e le vendono e ci guadagnano, e quindi non trovo che sia così strano, e nemmeno trovo che sia delinquenziale in sé cercare di venderne il maggior numero possibile. Ma basta questo aspiegarele stragi e il numero altissimo di omicidi? Direi proprio di no … -vi assicuro: non ho appena ricevuto un assegno dalla associazione statunitense, piuttosto cerco di ragionare.
Tante persone possiedono armi, anch’io potrei possederne. Quando si svuotano i vecchi bauli di famiglia, saltano fuori armi di ogni tipo. Ma possedere un’arma non vuol dire usarla. Anzi, molto spesso possederla non vuole nemmeno dire saperla usare. Quando litigo col condomino del mio pianerottolo, magari urlo o strillo, e lui anche, ma non impugno una pistola per avere ragione.
Possedere un’arma non vuol dire usarla abitualmente. Vuol solo dire che si ha a disposizione un’arma che si può usare se, appunto ‘se’, si vuole, ma normalmente non si vuole e non la si usa. Prendersela con i produttori di armi, insomma, non ha senso alcuno.

 

Ha senso -avrebbe senso- cercare di capire come mai si manifestano queste forme di violenza cieca, stravolgente e stravolta.
Chi pensa di fare o fa queste stragi (o altre azioni del genere) almeno una cosa la sa per certa: nella maggior parte dei casi, l’autore di quelle azioni viene ammazzato. E ciò, credo, significa due cose.
Da un lato significa che chi fa questi atti, in qualche modo desidera la propria morte, non solo quella delle persone che uccide, e la desidera, forse, perché ne è stanco, ma per lo più, probabilmente, per conquistare la notorietà che deriva da azioni del genere: notorietà che è tanto maggiore se all’azione segue la morte dell’autore.
Sia chiaro, che non sto affatto parlando di disturbi mentali. Non per nulla di quello ammazzato della strage nel Texas, si dice che aveva strani comportamenti, che aveva una psiche poco chiara. Dove si vuole arrivare? Questo è un topos in queste situazioni: cercare la motivazione degli atti in questione nell’equilibrio mentale dell’autore. Eh no, proprio no, troppo facile e troppo comodo. Se passi per pazzo, poi la sfanghi. E invece, non è così. Anche in Italia non si fa che sentire parlare dello scarso equilibrio mentale degli autori degli atti delittuosi. Specie, se ci pensate, oggi per i delitti contro le donne, dei quali si racconta (si millanta) spesso l’incapacità di accettare di essere lasciati, l’insofferenza verso l’indipendenza della persona ammazzata, e così via.

Nella maggior parte dei casi, credo, la follia non c’entra proprio niente, la si può millantare, però. Quei tali, per esempio, che hanno programmato l’assassinio della propria madre sono matti? Comodo, così, invece dell’ergastolo, hanno qualche anno di ricovero in ospedale.
Cercare in certi delitti, compresi quelli dai quali è partita questa nota, la motivazione nella non sanità mentale, è solo un modo per scansare le conseguenze del proprio atto, cercandone una giustificazione psicologia. E sono ben conscio del fatto che escludere la follia nella gran parte delle porcate in cui ci imbattiamo, richiede un esame di coscienza che potrebbe rivelarsi traumatico.
Il secondo aspetto di cui dicevo circa queste vicende, è la grande probabilità (almeno in USA, ma temo anche in Italia) che la Polizia ammazzi il criminale. Il che induce a pensare male già solo per questo: se ammazzi il criminale, poi non hai il rischio di vederlo assolvere per pazzia, né devi (e questo secondo me è il punto centrale) giustificare il perché di quella violenza e, quindi, anche della tua.

Posto quanto sopra, se di malattia si vuole parlare, la malattia da curare è una malattia della società, più o prima che una colpa di chi fabbrica le armi.
Quindi, benché rozza e superficiale (oltre che odiosa), la tesi sullaadolescenzialitàdella società statunitense ha un suo fondamento.
La libertà di possedere armi e di portarle in giro, non è una manifestazione stupefacente della ‘stupende’ libertà statunitense, è la prova di una profonda violenza insita nel DNA di una società che guarda all’uso della forza, individuale o collettiva, cioè statale, come parte della natura di quella società. E quindi come (questa volta, sì!) una comoda e voluta natura di una società che la induce ad essere aggressiva e dunque a cercare la soddisfazione dei propri interessi mediante l’uso della forza.
Mi domando se non sia venuto il momento di togliere il bastone del comando agli adolescenti!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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