lunedì, Maggio 10

USA: “Al diavolo l'UE” field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – Sono giorni molto difficili per l’Ucraina. Già 26 i morti per gli scontri negli ultimi giorni, in un clima da guerra civile. Sono lontani i tempi delle tende sulla piazza dell’Indipendenza: oggi si parla con le armi. È giusto notare inoltre che la piazza ha deciso di giocare alle stesse regole del governo. Tra i 26 deceduti, infatti, 10 sono membri delle forze dell’ordine, a testimoniare che la piazza è pronta a reagire a tono all’oppressione delle forze speciali. In questo clima di altissima tensione, per comprendere quali siano le forze in gioco bisogna tornare a un paio di settimane fa, quando un’intercettazione telefonica tra due diplomatici americani ha infiammato le relazioni transatlantiche.

Un’assistente al Segretario di Stato, un’alta carica nel “ministero degli esteri” americano, e l’ambasciatore USA a Kiev hanno conversato sulla situazione politica in Ucraina. La prima, Victoria Nuland, ha comunicato al secondo, Geoffrey Pyatt, quali sarebbero le preferenze dell’amministrazione Obama per la successione al potere. Gli USA, infatti, sperano in una transizione con l’uscita di scena dell’attuale presidente Viktor Yanukovich. Per portare a termine questo piano, Washington ha agito di concerto con Bruxelles, almeno fino alla pubblicazione della telefonata su YouTube. L’attenzione della cronaca si è soffermata sull’espressione colorita «Fuck the EU» (moderatamente traducibile come ‘al diavolo l’UE’), ma l’intercettazione ha in realtà aperto un vaso di Pandora che in pochi credevano esistesse. Chi pensava a una forte influenza atlantica nel conflitto tra governanti e governati in Ucraina veniva tacciato di essere filo-russo o complottista. È chiaro adesso, che non ci sono giocatori innocenti in questo tiro alla fune sull’Ucraina.

Nuland, oltre a esprimere la propria frustrazione nei confronti dell’Unione Europea, ha snocciolato la ‘lista della spesa’ diplomatica americana per la transizione al potere in Ucraina nel breve termine. L’idea di fondo è quella di non lasciare campo libero a Vitaly Klitshko, ma di installare moderati e con esperienza di governo. La figura che Nuland individua, appoggiata da Pyatt, è Arseniy Yatsenyuk, già uomo di governo a Kiev. L’obiettivo era tenere fuori sia Klitschko, sia Oleh Tyahnybok, capo del partito di estrema destra ‘Svoboda’. Klitschko è troppo giovane politicamente e potrebbe anche rovinare la propria reputazione. Pyatt suggerisce inoltre che «deve ancora finire i suoi ‘compiti per casa’ a livello politico».

La telefonata si è chiaramente svolta nella seconda metà di gennaio. Infatti, Yanukovich aveva proposto il 25 gennaio scorso la formazione di un governo con a capo Yatsenyuk e con Klitschko come vice-premier. Un’opzione, questa, difficilmente sostenibile secondo la diplomazia americana, perché Klitschko è il più popolare tra i «tre grandi» dell’opposizione. Nuland è arrivata a Kiev il giorno dopo la pubblicazione dell’intercettazione e ha incontrato governo e opposizione, ma è stata vista da tutti sotto una diversa luce. Più che di un piano per salvare l’Ucraina, lei è foriera di un piano per salvaguardare gli interessi statunitensi nel Paese. In più, le critiche europee non si sono fatte attendere, dopo la pubblicazione della telefonata. Angela Merkel, cancelliere tedesco, ha infatti descritto come «inaccettabili» le dichiarazioni della diplomatica USA.

Lo scopo della Germania, dopo questa crisi diplomatica, era quello di difendere l’operato di Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’UE. Nei mesi successivi al summit di Vilnius, infatti, la stampa statunitense ed europea ha ripetutamente attaccato l’atteggiamento remissivo dell’UE, che si è limitata a censurare la politica della leadership ucraina, senza adottare misure più forti per scongiurare un collasso economico e politico a Kiev. Proprio di queste critiche si lamentarono anche due diplomatici tedeschi, anche loro intercettati per via telefonica. Nello stesso file audio, sottotitolato interamente in lingua russa, si trova un’intercettazione tra Helga Schmid, dell’apparato degli Esteri europeo e Jan Tombinski, ambasciatore UE a Kiev. I due discutono in tedesco della strategia europea sull’Ucraina e soprattutto della strategia comunicativa. L’obiettivo è quello di sfatare il mito che l’Europa si affidi a un «approccio morbido». Le bandiere di EuroMaidan chiedevano una mano all’Europa, ma questa non è arrivata nel concreto. Sia negli ambienti ucraini, sia nella comunità internazionale dunque, l’UE è vista come un’organizzazione inefficace.

Dopo la fuga di notizie sulle due telefonate, l’occidente ha perso la faccia e si è trovato diviso sulla strada da intraprendere nei confronti dell’Ucraina. Inoltre, la pressione monetaria della Russia (e di Washington) si è fatta così pesante da rendere necessario un prestito di 2 miliardi di dollari da parte di Mosca per tamponare la crisi della valuta ucraina. Un ulteriore aiuto dalla Russia, quindi, mal visto dai nazionalisti che ormai governano le piazze di Kiev. La crescita della tensione era inevitabile, ma l’escalation della violenza poteva essere fermata.

Tornando alla tensione diplomatica tra USA e UE, bisogna sottolineare che sebbene sia diversa nei metodi, l’agenda di Washington e Bruxelles contiene gli stessi obiettivi. L’installazione di forze moderate, come Yatsenyuk o Klitschko, permetterebbe l’apertura di un periodo di riforme strutturali all’interno delle quali potrebbero inserirsi gli standard del Fondo Monetario Internazionale, per incanalare l’Ucraina verso un periodo di austerità economica che ne faciliterebbe il rilancio. Per far questo, tuttavia, si dovrebbe agire sul tasso di cambio della valuta nazionale, sui sussidi alle famiglie e ai lavoratori e sulla tassazione. L’impopolarità di queste manovre potrebbe rallentare la cicatrizzazione delle ferite apertesi con gli scontri di piazza degli ultimi mesi ed esacerbate negli ultimi due giorni. Se la Lettonia è il modello per la ripresa dopo la crisi, non è facile prevedere l’implementazione della stessa strategia in un Paese molto più grande e molto più diviso come l’Ucraina.

Dopo le violenze dei giorni scorsi, nei circoli europei si parla sempre di più di sanzioni. Anche il think-tank del Consiglio Europeo per gli Affari Internazionali ha rilasciato un comunicato nel quale si invita la Commissione Europea ad agire con tutti i mezzi necessari per fermare la spirale di sangue. La tregua raggiunta ieri non dà abbastanza sicurezza agli osservatori internazionali, che temono una ripresa delle ostilità. Qualora ricomincino gli scontri, non è escluso che si arrivi a una guerra civile in piena regola. Secondo Kiev, le violenze di questa settimana sono state provocate da «estremisti che pianificavano un colpo di stato». Il Segretario di Stato americano, John Kerry, ha dichiarato di essere pronto a «concertare sanzioni con gli amici europei, al fine di creare un clima di compromesso».

Forse è bastata la parola ‘amici’ di Kerry a sanare le relazioni tra USA e UE, che adesso sembrano navigare sulla stessa rotta. Resta indubbio che la diplomazia americana sia piena di figure conservatrici che ancora osservano la dottrina dell’esportazione della democrazia, sperimentata con poco successo dalle amministrazioni dell’ex presidente George W. Bush. Il fatto che Barack Obama abbia detto lo scorso gennaio durante il discorso alla nazione che «il principio americano [nei confronti dell’Ucraina] è che tutte le persone abbiano il diritto di esprimersi in libertà e pace, per avere voce nel futuro del proprio Paese», non può abbassare il volume della telefonata che milioni di persone hanno ascoltato. L’interesse nazionale americano resta la prima priorità per Washington e questo, al di fuori dei discorsi sulla libertà e la democrazia, deve essere preso in considerazione quando si analizza ciò che succede in Ucraina. La forza dei poteri in gioco, inoltre, testimonia l’importanza di questo Paese, vera frontiera tra est e ovest, ancora in cerca di un’identità condivisa.

 

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