lunedì, Aprile 19

USA, addio agli shuttle

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Il 7 maggio 1992 lo shuttle Endover entrava in servizio per la Nasa, a seguito del rimpiazzo dovuto alla perdita del Challenger avvenuto il 28 gennaio 1986.

Chi ha vissuto in quegli anni non potrà dimenticare l’angoscia nel veder precipitare un vettore che aveva rappresentato l’ambizione e l’interesse del popolo americano. Il collasso del Challenger avvenne ad appena 73 secondi dal lancio per un guasto a una guarnizione nel segmento inferiore di un razzo a propellente solido. La frattura provocò poi una fuoriuscita di fiamme che causarono un cedimento strutturale del serbatoio esterno contenente idrogeno ed ossigeno liquidi. Il dramma fu ripreso dalle telecamere delle principali emittenti americane e i fotogrammi fecero il giro del mondo in pochi minuti.

A questa sciagura ne seguì un’altra con Columbia il 1°febbraio 2003.

Columbia era stato il secondo orbiter costruito nell’ambito dei lanciatori recuperabili e fu il primo a volare nella missione degli shuttle. Dopo aver perso i contatti radio, poco dopo le fasi del rientro, quella amara mattina la Nasa dovette accettare dalle riprese video dei sistemi di osservazione che era accaduto qualcosa di irreparabile al suo apparecchio.

In realtà, un blocco di schiuma solida si era staccato dal serbatoio esterno, colpendo il rivestimento dell’ala sinistra della navetta provocando un foro di circa 25 centimetri che, al rientro, avrebbe permesso a un flusso incandescente di penetrare all’interno, indebolendo la struttura portante della navetta fino a renderla ingovernabile tanto da consentire alle forze aerodinamiche di disintegrare l’intero vascello spaziale.

Abbiamo voluto rievocare queste vicende non per il gusto macabro di scavare nelle tragedie ma per ricordare uno dei più grandi programmi americani e pure la volontà scientifica di non volersi fermare nemmeno davanti alle tragedie più estreme.

Il programma Space Transportation System fu concepito per il lancio di un veicolo con equipaggio nello spazio con la possibilità di riutilizzo del mezzo impiegato. Per questo vennero mosse molte critiche durante lo sviluppo dell’intero progetto, che vide moltiplicarsi i costi a causa delle numerose modifiche necessarie ma anche per le richieste della molteplicità di utenze che aveva grandi attese dal nuovo sistema di lancio. Ancora oggi, pur accettandolo come una macchina dalle prestazioni straordinarie, lo shuttle è stato considerato un sistema troppo costoso tanto è che l’America lo ha alienato senza rimpiazzo, costringendo il suo personale a far uso dei lanciatori russi, una volta acerrimi nemici, ora solo scomodi concorrenti.

Il programma dello space shuttle cominciò formalmente nel 1972, appena terminate sia pur precocemente le missioni lunari, per dare continuità all’ente americano di seguitare la propria esistenza senza però aver netta la visone delle attività a cui sarebbe stato chiamato un tale investimento. E così la messa a punto dello Space Truck ebbe realmente credito solo quando fu formalizzata la realizzazione di una stazione orbitale all’inizio degli anni Novanta. L’inizio della fine poi giunse nel 2004 secondo la Vision for Space Exploration siglata dal presidente George W. Bush che in concreto ebbe il coraggio di chiudere un rubinetto che erogava troppi dollari e poche speranze di salvezza. Bisogna riconoscere che l’editto che Bush adottò, è stato un documento di grande pregio che intravedeva un futuro molto nitido e sarebbe stato opportuno che tutti i responsabili dei settori spaziali ne avessero letto e studiato i punti principali per far convergere le proprie intenzioni verso unici obiettivi.

Tempi passati, si potrà dire e W. Bush non ha mostrato grandi doti presidenziali, ma non per questo le idee dei suoi tecnici più esperti avrebbero meritato l’alienazione.

E’ però anche vero che il ritiro dello shuttle terminò un’era in cui tutte le varie attività spaziali degli Stati Uniti erano eseguite da un unico veicolo e un’unica organizzazione. Le funzioni che lo shuttle aveva coperto per trent’anni e dopo il completamento della SSI, le missioni di rifornimento a 400 km. di quota dove sono stati protagonisti anche molti astronauti italiani, sono state eseguite da veicoli privati sotto il programma Commercial Resupply Services.

Barak Obama si è domandato nei suoi mandati perché andare sulla Luna, visto che il popolo statunitense già ne aveva calpestato il suolo e Donald Trump vede le missioni spaziali solo come un modo di affermare la nazione che lui rappresenta rispetto al mondo. Quale sarà il destino della Nasa dunque è da comprenderlo tra le righe delle dichiarazioni degli inquilini della Casa Bianca. Dopo il disastro del Columbia, i voli vennero sospesi fino al 26 luglio 2005 con il Discovery che ha ripreso le operazioni raggiungendo la Stazione per il riassetto dell’intero sistema. Comprensibile quindi una valutazione molto severa delle spese.

Dall’8 luglio 2011, con il lancio dell’ultimo shuttle, l’Atlantis, gli americani hanno smesso di essere autonomi per la Stazione e utilizzano i bus spaziali russi. Non è una grande soddisfazione per chi si sente il paese più avanzato del mondo ma per adesso la realtà è questa.

Una realtà dura che deve far pensare a quanto sia pericoloso allontanarsi da un settore tecnologico per la sola logica dell’aspetto finanziario. Quello che si può risparmiare in un decennio poi può costare un intero secolo di investimenti. Bisogna tenerne conto, quando si fa un piano così importante.

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