venerdì, Aprile 23

USA, accordo del Congresso sul bilancio field_506ffb1d3dbe2

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Congresso usa

New York – L’accordo raggiunto al Congresso statunitense tra repubblicani e democratici, e appena approvato dalla Camera dei Rappresentanti, non scioglie i nodi chiave e non risolve i problemi nel lungo periodo. Non ritocca il tetto del debito e quindi non allontana un’altra possibile battaglia dopo febbraio. Tuttavia mette fine ad un blocco in Congresso che dura da tre anni e che aveva portato alla chiusura del Governo due mesi fa. Quindi, anche se sono pochi i passi avanti verso la stabilità fiscale, sono invece importanti i progressi nei rapporti tra repubblicani e democratici che lavorano a Capitol Hill. Soprattutto in un momento in cui l’indice di gradimento del Congresso è su livelli minimi. Dall’ultimo sondaggio Gallup l’indice si attesta in dicembre al 12%, contro il 9% del mese di novembre che corrisponde al minimo di sempre. Numeri che portano la media 2013 di gradimento del Congresso al 13%.

L’accordo è frutto di trattative a porte chiuse tra il Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Rappresentati Paul Ryan (repubblicano) e il Presidente della Commissione Bilancio del Senato Patty Murrey (democratica), impensabile solo qualche mese fa. E’ stato possibile grazie in parte alla poca interferenza politica, poiché entrambe le parti si sono impegnate a non includere nelle trattative temi scottanti e di difficile soluzione. I democratici non hanno richiesto un aumento delle tasse e i repubblicani hanno lasciato fuori la previdenza sociale (Social Security) e la copertura sanitaria (Medicare). Un modello forse per future trattative che permetterebbe dei piccoli passi avanti alla volta ed eviterebbe lo scontro diretto senza soluzione. «Non credo che la chiusura del Governo sia una buona idea» ha dichiarato Paul Ryan nel corso di un’intervista rilasciata all’emittente televisiva ABC News, «questo accordo previene una possibile chiusura in gennaio e in ottobre».

L’accordo ridurrà il deficit di $22,5 miliardi in 10 anni e aumenterà la spesa di $63 miliardi nei prossimi due anni – che sarà destinata per metà alla difesa e per metà a programmi supportati dai democratici. Non si tratta quindi di grandi cifre ma che bastano a garantire una, seppur limitata, stabilità di bilancio per i prossimi due anni. E allontana per adesso una delle nuvole che ancora incombono su Washington e rimanda almeno fino alla fine del 2015 il rischio di una nuova chiusura del Governo. I problemi che permangono però sono legati al tetto del debito, sospeso fino al 7 febbraio prossimo, e all’estensione dei sussidi di disoccupazione che scadrà per molti alla fine dell’anno. Secondo le stime della Casa Bianca circa 1,3 milioni di americani non riceveranno più il sussidio di disoccupazione dal 28 dicembre. Data in cui scadrà l’estensione del programma, implementato durante la recessione nel 2008 e che permette al momento la raccolta di sussidio di disoccupazione fino ad un massimo tra quaranta e settantatre settimane, a seconda dello Stato di residenza. Alla fine del programma il totale delle settimane torna a ventisei. I democratici avrebbero voluto confermare l’estensione mentre per i repubblicani è durata troppo a lungo – cinque anni – e disincentiva la ricerca di una nuova occupazione. Secondo gli economisti i sussidi pagati per un periodo prolungato aumentano il tasso di disoccupazione fino di un punto percentuale.

Secondo l’agenzia di rating Fitch l’accordo raggiunto segnala un miglioramento delle funzionalità del Congresso e suggerisce un rischio minore di un blocco politico, in grado di portare ad una chiusura del Governo o ad una crisi legata al tetto del debito, e peggiorare così la percezione di affidabilità del credito americano e in generale l’economia statunitense. Ma, aggiunge Fitch, la portata dell’accordo, di soli due anni, è modesta considerato che la riduzione del deficit, inclusa nella proposta, per i prossimi dieci anni equivale solo allo 0,1% del Pil. Fitch quindi per adesso non esclude la possibilità di una riduzione del rating USA soprattutto se non si troverà un accordo sul tetto del debito e se non si eseguiranno delle riforme più significative.

Oltre a dimostrare un’apertura tra i due partiti in Congresso, l’accordo conferma la spaccatura all’interno del partito repubblicano, già evidente lo scorso settembre. Al Senato i repubblicani non approvano l’elemento di aumento alla spesa dell’accordo Ryan-Murray ma la loro opinione non fermerà il via libera alla proposta poiché la maggioranza democratica è a favore. Il 2014 sarà un anno elettorale e alcuni dei senatori repubblicani si ritrovano costretti a combattere la battaglia a Washington, anche se sanno di uscirne sconfitti, per essere riconfermati nella propria giurisdizione. Paul Ryan, candidato alla vice presidenza nel 2008, aveva già espresso malcontento sulla gestione dei repubblicani della battaglia in Congresso che ha portato alla chiusura del Governo lo scorso ottobre. Il raggiungimento di un accordo con i democratici è stata l’occasione per dimostrare la sua posizione e soprattutto mettere a segno una vittoria politica che gli servirà in caso decidesse di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2016. Questa vittoria politica in particolare gli permette di guadagnare la fiducia dei repubblicani che cercano una via d’uscita dall’impasse in Congresso e la fiducia di quei democratici in cerca di una figura all’interno dell’opposizione pronta ad aprire la porta a future trattative su tasse e spesa pubblica. Paul Ryan è stato già negli ultimi anni ideatore delle proposte fiscali dei repubblicani, in particolare ha avanzato delle idee, utilizzate in campagna elettorale, per ridurre le tasse e la spesa e riformare Medicare.

Wall Street ha accolto tiepidamente l’accordo sul bilancio, non perché non sia soddisfatta di vedere finalmente repubblicani e democratici lavorare per il bene comune, ma perché teme che la stabilità, seppur temporanea, a Washington possa dare un motivo in più alla Federal Reserve per ridurre gli stimoli per l’economia. Stimoli che prevedono l’acquisto di bond dal mercato per $85 miliardi di dollari mensili, che hanno supportato l’azionario negli ultimi mesi e spinto l’indice S&P 500 a guadagnare da inizio anno oltre il 25%. La Federal Reserve ha diverse volte citato la politica fiscale e le battaglie a Washington come dei freni alla ripresa economica americana. Il Presidente della Fed di Richmond, Jeffrey Lacker, ha dichiarato recentemente che le incertezze sul budget stanno pesando sulle decisioni delle aziende riguardanti gli investimenti. Il FOMC (Federal Open Market Committee della Federal Reserve) si riunirà il 17-18 ottobre per decidere sul futuro degli stimoli. Secondo un sondaggio condotto da Bloomberg News il 35% degli economisti interpellati pensa che la Fed ridurrà gli stimoli per l’economia a partire dal mese in corso, in aumento rispetto al 17% emerso dallo stesso sondaggio condotto l’8 novembre scorso. Nove dei trentacinque economisti che hanno partecipato al sondaggio pensano che la riduzione degli acquisti di bond inizierà in gennaio e quattordici pensano che aspetteremo fino a marzo per vedere un calo degli stimoli.

 

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