martedì, Gennaio 18

USA: 6 gennaio, sull’orlo della seconda guerra civile? In occasione del primo anniversario dell'attacco al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021, gli americani si trovano difronte alla tragica domanda: fanno ancora parte dello stesso Paese? E quanto è lontana la seconda guerra civile americana?

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Domani sarà il primo anniversario dell’attacco al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021Un anno fa, gli americani e il mondo intero, sbigottiti, assistevano a quello che avrebbe potuto essere l’inizio della seconda guerra civile americana -e forse in qualche modo lo è pure stata-, al compimento del 160esimo anno dallo scoppio della prima, quella di secessione.

Il pericolo, a distanza di un anno, non è passatoIl ‘New York Times‘, il 1° gennaio, ha pubblicato un editoriale, a firma del Comitato di Redazione, assolutamente inequivocabile: ‘Every Day Is Jan. 6 Now‘. Il 3 gennaio, l’autorevole think tank Center for Strategic and International Studies, ha incaricato William Reinsch, Senior Adviser e Scholl Chair in International Business, di firmare un intervento dal titolo ‘A Day of Infamy a Year Later‘. Il Digital Forensic Research Lab (DFRLab) dell’Atlantic Council, altro di think tank di reputazione di lunga data, il 4 gennaio, ha pubblicato un poderoso e importante lavoro, una panoramica e un’analisi dei cambiamenti osservati nei movimenti estremisti nazionali dall’attacco al Campidoglio in poi nel corso di tutto il 2021, ‘After the Insurrection‘, firmato da Jared Holt, reporter investigativo e resident fellow del DFRLab.
E l’elenco potrebbe continuare per molte pagine.

Quello del 6 gennaio 2021 è stato molto di più di un attacco, piuttosto una prova generale di quella che potrebbe essere l’inizio di una nuova guerra civile.

«Il sostegno americano alle teorie del complotto e alla ribellione armata non è nuovo:semplicemente non ci credevamo prima dell’insurrezione del Campidoglio», afferma Amanda J. Crawford, giornalista e docente di etica e diritto del giornalismo all’Università del Connecticut, ricercatrice su disinformazione e negazionismo di massa, compreso il ruolo dei media nel perpetuare le teorie del complotto. «Le teorie del complotto sulle elezioni presidenziali del 2020 e lo strano universo alternativo di QAnon hanno contribuito a guidare l’attacco, che ha suscitato preoccupazioni per ulteriori sconvolgimenti interni». Poi, per tutto il 2021«una raffica di studi e analisi ha cercato di valutare l’appetitoamericano per le teorie della cospirazione e la probabilità di più violenza,anche di guerra civile».
Crawford richiama il massacro del dicembre 201
2 alla Sandy Hook Elementary School, e un sondaggio del maggio 2013 sul controllo delle armi «che ha riscontrato dubbi diffusi su quella sparatoria e un sostegno incredibilmente alto per la ribellione armata».

Da questo sondaggio si ricava che «quasi otto anni prima che il Campidoglio fosse attaccato dai ‘partigiani’ decisi a ribaltare i risultati di un’elezione, quasi un terzo degli americani intervistatie un enorme 44% dei repubblicaniha affermato che la ribellione armata potrebbe presto essere necessaria negli Stati Uniti per proteggere le libertà».

Daniel Cassino, psicologo politico, professore di governo e politica alla Fairleigh Dickinson University e direttore del sondaggio FDU, parlando del sondaggio del 2013, ha tra il resto detto: «“Se la realtà non si adatta a ciò che vuoi che sia, devi cambiare ciò in cui credio devi cambiare la realtà». La seconda opzione fa entrare in gioco le teorie del complotto.
«Cassino ha affermato che la domanda sulla ribellione armata ha esplorato una convinzione che normalmente è attribuita solo ai membri delle milizie e dei gruppi estremisti. La scoperta
nonindicava necessariamente che le persone normali avrebbero raccolto le armi, ma mostrava che questa convinzione stava diventando parte dell’identità partigiana repubblicana, ha detto Cassino». E sottolinea: «una volta che qualcosa diventa parte della struttura di credenze, diventa autorealizzante». «Da allora l’idea di una possibile ribellione armata si è diffusa attraverso il Partito Repubblicano ed è stata sposata dai leader del partito e dai funzionari eletti». «L’effettiva insurrezione armata avvenuta nel gennaio [2021] ci ha mostrato che questa è una vera tensione nella politica americana che è diventata più forte e non sta andando via», ha detto.

Subito dopo l’insurrezione del 2021, un sondaggio di Zogby ha rilevato che quasi la metà degli americani, il 46%, -in crescita rispetto al sondaggio del 2013- pensava che fosse probabile un’altra guerra civile.
L’American Enterprise Institute ha
scoperto che 4 repubblicani su 10 pensavano che la violenza politica potesse essere necessaria. Un sondaggio più recente pubblicato nel novembre 2021 dal Public Religion Research Institute, ha rilevato che quasi un terzo dei repubblicani -il 30%- è d’accordo con l’affermazionei veri patrioti americani potrebbero dover ricorrere alla violenza per salvare il nostro Paese‘.
Il
Brookings Institution ha recentemente avvertitoche la possibilità di una seconda guerra civile non dovrebbe essere ignorata: «Non dovremmo presumere che non possa accadere e ignorare i segnali inquietanti che il conflitto sta andando fuori controllo».
All’indomani dell’elezione dell’ex Presidente Donald Trump, il giornalista, già vincitore due volte del Premio Pulitzer, Thomas E. Ricks, ha chiesto a un gruppo di esperti di sicurezza nazionale di valutare le possibilità di una guerra civile nei prossimi 10-15 anni. Le risposte positive si sono attestate al 35 per cento.
Un
sondaggio del 2019 della Georgetown University ha chiesto agli elettori registrati quanto si fosse vicino ad una guerra civile nel Paese, su una scala da 0 a 100. La media delle risposte era stata del 67,23%, quindi quasi esattamente i due terzi.
L’opposizione ai vaccini di fronte a una pandemia globale e la fede ostinata nelle affermazioni di Trump sulle elezioni presidenziali del 2020, afferma Amanda J. Crawford, hanno mostrato «quanto
credenze fortemente radicate possano modellare la percezione della realtà».

Una autentica alterazione della realtà, una allucinazione, potremmo volgarizzare, che ha prodotto tra il resto l’altro elemento che fa degli Stati Uniti un Paese a rischio guerra civile, e cioè la polarizzazione estrema.
Per la prima volta, nel 2021, gli Stati Uniti sono stati classificati come unademocrazia arretrata‘ in una valutazione globale delle società democratiche dall’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (International IDEA), un gruppo di ricerca intergovernativo. Uno dei motivi principali citati dal rapporto è la continua popolarità tra i repubblicani di false accuse di diffusi brogli elettorali nelle elezioni presidenziali del 2020. E, «forse l’aspetto ‘più preoccupante’ della democrazia americana è la ‘polarizzazione incontrollata. Un anno dopo la rivolta del Campidoglio del 6 gennaio, le percezioni degli americani anche sugli eventi ben documentati di quel giorno sono divise lungo linee partigiane», afferma Robert Talisse, filosofo politico, docente alla Vanderbilt University. «Alcuni ricercatori avvertono che ci si sta avvicinando alpunto di svolta della polarizzazione irreversibile». La polarizzazione politica è la distanza ideologica tra i partiti opposti e non è in assoluto negativa, può diventarlo, ma non è per se stessa negativa. Altro è «la polarizzazione delle credenze, chiamata anche polarizzazione di gruppo, è diversa. L’interazione con altri che la pensano allo stesso modo trasforma le persone in versioni più estreme di se stessi. Questi sé più estremi sono anche eccessivamente fiduciosi, e quindi più preparati a impegnarsi in comportamenti rischiosi».
E così scatta un circolo vizioso. «La polarizzazione delle convinzioni porta le persone ad abbracciare
sentimenti più intensamente negativi neiconfronti di persone con punti di vista diversi. Mentre si spostano verso l’estremismo, arrivano a definire se stessi e gli altri principalmente in termini di partigianeria. Alla fine, la politica si espande oltre le idee politiche e in interi stili di vita».
E «la società si divide in
stili di vitaliberali’ e ‘conservatori’, le persone crescono maggiormente investite nel controllo dei confini tra ‘noi’ e ‘loro’. E poiché le alleanze delle persone si concentrano sull’ostilità verso coloro che non sono d’accordo, diventano più conformiste e intolleranti alle differenze tra alleati.
Le persone diventano meno capaci di
gestire il disaccordo, trasformandosi alla fine in cittadini che credono che la democrazia sia possibile solo quando tutti sono d’accordo con loro.
La polarizzazione delle credenze è tossica per le relazioni reciproche dei cittadini. Ma la disfunzione politica su larga scala risiede nel modo in cui l
a polarizzazione politica e di fede lavorano insieme in un circolo vizioso che si rafforza a vicenda. Quando la cittadinanza è divisa in due clan che sono fissati sull’animus contro l’altro, i politici hanno incentivi per amplificare l’ostilità verso i loro oppositori partigiani. E poiché la cittadinanza è divisa sulle scelte di vita piuttosto che sulle idee politiche, i funzionari sono liberati dalla consueta pressione elettorale per far avanzare una piattaforma legislativa. Possono ottenere la rielezione semplicemente in base al loro antagonismo.
Mentre i politici intensificano le loro spaccature, i cittadini sono spinti a rafforzare la segregazione partigiana. Questo produce un’ulteriore polarizzazione delle credenze, che a sua volta premia l’intransigenza politica. Nel frattempo, i processi politici costruttivi vengono sommersi nel meramente simbolico e tribale, mentre le capacità delle persone di una
cittadinanza democratica responsabile si erodono».

La polarizzazione, avverte Robert Talisse, «è un problema che non può essere risolto, ma solo gestito». La gestione è molto difficile, e gli Stati Uniti non sembrano riuscirci. Se la gestione non dovesse riuscire, eccoci alla tappa finale: la guerra civile.
Stephen Marche, romanziere, saggista, commentatore culturale canadese, su ‘
Foreign Policy‘, ipotizza questa seconda guerra civile come «un probabile scenario militare e una potenziale catastrofe».
«Gli Stati Uniti, così come sono, sono un caso da manuale di un Paese sull’orlo di un conflitto civile», esordisce Marche, che poi prosegue facendo una fotografia della situazione. «Il
sistema politico èstato completamente travolto dall’iperpartitismoche rende ogni decisione politica, nella migliore delle ipotesi, rappresentativa della volontà di solo metà del Paese. Il sistema legale è sempre più un bottino di lotte politiche interne. Gli Oath Keepers, una delle più grandi milizie anti-governative, si sono efficacemente infiltrati nelle forze di Polizia e nel Partito Repubblicano. I funzionari eletti hanno aperto le porte ai vandali che dissacrano la loro stessa legislatura. Ora è diventato perfettamente normale che i rappresentanti politici invochino atti di violenza contro i loro oppositori politici. ‘Quando potremo usare le pistole?‘ è una domanda accettabile nelle manifestazioni di destra. La violenza politica è in aumento».
In questa situazione, basta una sola scintilla -«un grande evento terroristico interno che sposti la percezione del Paese; un patriota anti-governativo che si infuria contro l’autorità federale e trova espressione nel far volare un drone carico di esplosivo nella cupola del Campidoglio o uno sceriffo che decide di imbracciare le armi per difendere la dottrina dell’interposizione»- che la guerra civile gli americani se la trovano in casa.

Stephen Marche ha interpellato il colonnello dell’esercito americano in pensione Peter Mansoor, professore di storia militare alla Ohio State University, e veterano della guerra in Iraq, che ora studia le insurrezioni del passato. Il colonnello «non ha alcuna difficoltà a immaginare un equivalente americano contemporaneo delle guerre civili di altrove. “Non sarebbe come la prima guerra civile,con gli eserciti che manovrano sul campo di battaglia”, ha detto. “Penso che sarebbe un liberi tutti, vicino contro vicino, in base a credenze,colore della pelle e religione. E sarebbe orribile”». «Per il governo degli Stati Uniti, un’ondata di violenza politica diffusa all’interno dei confini del Paese diventerebbe necessariamente un’operazione militare». E, considerato che «le milizie statunitensi sono abbastanza significative», «solo l’esercito americano potrebbe essere in grado di affrontare le forze ribelli. E da un punto di vista tattico, qualsiasi scontro tra le forze statunitensi e una milizia (o qualsiasi forza insorta di qualsiasi tipo) sarebbe del tutto unilaterale. Nonostante i preparativi delle milizie di destra enonostante l’enorme numero di armi disponibili negli Stati Uniti, i marines americani sono ancora i marines americani. Nessuna milizia o gruppo organizzato di milizie potrebbe competere con loro in battaglia».

I veri problemi, afferma Marche, «sarebbero legali e burocratici, e questi problemi, a loro volta, assumerebbero rapidamente un carattere militare. Le forze armate statunitensi non sono progettate culturalmente o istituzionalmente per essere un attore nazionale adeguato, anzi, il contrario. Il loro ruolo nella vita americana è stato specificamente progettato per renderle inefficace nelle operazioni domestiche. L’uso dell’esercito non sarebbe, di per sé, una crisi costituzionale; ci sono precedenti legali e ordini esecutivi espliciti che regolano l’uso della forza militare sul suolo americano. Ma è molto probabile che qualsiasi risposta militare ai disordini civili sfugga al controllo fino a sfociare in un’insurrezione estesa. E nonostante tutta l’abilità dell’esercito americano, il risultato sarebbe del tutto incerto».

Stephen Marche, considerando come la storia degli USA sia piena di episodi di resistenza statale all’autorità federale, e che gli States abbiano già sperimentato la resistenza all’occupazione da parte delle sue stesse forze, e come gli Stati Uniti abbiano un vasto assortimento di movimenti anti-governativi, ben armati -membri di questi gruppi sono stati catturati con i materiali necessari per costruire armi nucleari di bassa qualità-, e infine come una parte significativa dell’opinione pubblica americana sta attivamente perseguendo la distruzione dell’autorità politica in quanto tale, fa una analisi circa il ruolo delle forze armate secondo quanto previsto dalla legislazione e la reazione degli americani a quella che sarebbe una occupazione e annessa controinsurrezione. «L’inizio di qualsiasi azione, di qualsiasi tipo, da parte di una forza militare statunitense contro cittadini statunitensi, creerebbe un senso automatico di illegittimitàLa già incipiente crisi di legittimità sarebbe esacerbata». «Il problema centrale è che è impossibile costruire la legittimità come occupante; il processo di detenzione, anche con le migliori intenzioni, è umiliante e dirompente. L’illegittimità di qualsiasi forza occupante incontrerebbe una maggiore opposizione proprio nel contesto di americani contro americani. La sfida inizia con la rivendicazione dell’illegittimità dell’autorità federale»

Marche richiama un esempio di occupazione fallita sul suolo americano. «Il Sud, durante la Ricostruzione, generò il Ku Klux Klan, le Camicie Rosse e la Lega Bianca, organizzazioni terroristiche che assediarono l’amministrazione del Nord finché non abbandonò il progetto di riconciliazione. Il risentimento per l’occupazione dopo la guerra civile sopravvive fino ad oggi. Molti nel Sud non hanno dimenticato gli abusi della Marcia di Sherman verso il mare, né hanno perdonato le autorità del nord per l’umiliazione della sottomissione. Gli americani occupati odiavano gli americani occupanti. Quell’odio resiste». È nella natura delle insurrezioni che la violenza si costruisca su se stessa. Gli orrori simbolici riecheggiano». C’è il problema della percezione. «Insurrezioni e controinsurrezioni sono impegnate in una narrazione competitiva». Marche pone sul tappeto il problema dell’odio. Il tenente generale dell’esercito in pensione Daniel Bolger afferma: «Non puoi punire le persone perché ti odiano. L’esercito è uno strumento di punizione.La sua stessa funzione lo rende inutile».
«
La soluzione alla prossima guerra civile statunitense sarebbe la soluzione alle crisi che l’America sta già affrontando».

C’è da considerare che «la vastità degli Stati Uniti in termini di geografia e popolazione rappresenterebbe un enorme problema militare». Un problema che tra il resto alimenterebbe l’odio, perchè si creerebbero «enormi centri di detenzione negli Stati Uniti dove le persone sospettate di essere sleali o sleali sarebbero incarcerate su vasta scala”, ha detto Mansoor. Gli Stati Uniti sono già la società più ‘incarcerata’ al mondo. Un tentativo di reprimere il terrorismo interno lo renderebbe ancora di più» ‘incarcerato’. «Quanto potrebbe durare una simile repressione? “Stiamo parlando di una futura guerra civile negli Stati Uniti, quindi lo sforzo si estenderebbe all’infinito».
E comunque, al di là di tutto, c’è «l’impossibilità di tenere gli americani sotto un regime politico che non tollereranno».

«Gli Stati Uniti, come entità, sono sopravvissuti a una guerra civile. La domanda circa la prossima guerra civile non è necessariamente se gli Stati Uniti sopravviveranno, ma saranno riconoscibili dopo?», afferma Bolger.

Quale è il punto di rottura della società nel suo insieme? «A che punto si va troppo oltre, e tu dici: ‘OK, questo non è più un Paese. Stiamo solo facendo finta che sia la stessa cosa’. “Questa domanda non è solo per i futuri americani. Sta incidendo sul presente. Con o senza una guerra civile, gli americani dovranno affrontare una domanda esistenziale: fanno ancora parte dello stesso Paese? O stanno solo fingendo? L’esperimento americano sta volgendo al termine”» afferma Daniel Bolger. «Per dirla nel modo più semplice possibile, il Paese non possiede alcun modo efficace per elaborare o mitigare o anche rallentare la violenza politica. Mentre c’è ancora un po’ di spazio per negoziare, i politici dovrebbero almeno chiarire, o districare modestamente, il pantano burocratico che inevitabilmente deve affrontare qualsiasi futuro uso della forza militare sul suolo statunitense. Attualmente, qualsiasi tentativo da parte dei militari di farlo non farebbe altro che esacerbare le tensioni sottostanti. I sistemi per affrontare i guasti nel sistema sono essi stessi rotti. La domanda ora è quanto durerà e quanto è lontana la caduta», conclude Robert Talisse.

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