domenica, Giugno 13

USA2020: sconfitta di Trump, non del ‘trumpismo’ Con o senza Trump, il ‘trumpismo’ continuerà ad avere una parte importante nella politica statunitense degli anni a venire

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Mentre, lentamente, gli esiti del voto del 3 novembre stanno prendendo forma, crescono, negli Stati Uniti, gli interrogativi intorno al possibile futuro politico di Donald Trump. Pur intenzionato a perseguire tutte le possibili vie legali per contestare quello che ormai appare essere il successo di Joe Biden, il Presidente uscente ha, infatti, già dichiarato la sua intenzione di rimanere in politica anche in caso di eventuale sconfitta e annunciato la volontà di ripresentare la sua candidatura alla Casa Bianca nelle elezioni che si terranno nel 2024. L’annuncio ha aperto la strada a una lunga serie di speculazioni. Amici e nemici di ‘The Donald’ sono concordi nel ritenere improbabile una sua scomparsa dalla vita pubblica, anche alla luce degli esiti di un’elezione che ha evidenziato la sua buona tenuta e consegnato al suo probabile successore un Paese profondamente diviso. Non mancano, tuttavia, i dubbi sul peso che in futuro Trump potrà avere in un Partito repubblicano che non lo ha mai davvero amato e all’interno dei quale il peso dei suoi oppositori, probabilmente, crescerà nei prossimi mesi in seguito alla sua sconfitta.

I fattori che giocano a favore di un Trump ‘ingombrante presenza’ nel futuro panorama politico sono diversi. La possibilità di uno scenario di ‘divided government’, con il Senato seppur di poco in mano repubblicana, lascia prevedere mesi complicati per la nuova amministrazione, già posta di fronte alle sfide sanitarie ed economiche da una pandemia che sembra reagire poco ai provvedimenti adottati. Parallelamente, se è vero che la sconfitta del Presidente uscente rischia di alimentare la fronda repubblicana, è altrettanto vero che proprio l’ostilità dell’establishment del partito è stato, nel 2016, uno dei punti di forza di Trump nella corsa alla presidenza. Anche l’‘antitrumpismo’ del Partito repubblicano non è un elemento da sopravalutare. Mentre buona parte dell’establishment del partito non ha mai nascosto la sua ostilità verso il Presidente uscente, arrivando anche – nelle ultime elezioni – ad agire in modo più o meno aperto in favore del suo avversario, gli ultimi quattro anni hanno, infatti, portato all’emergere anche di posizioni diverse, contribuendo a rimodellare i rapporti di forza all’interno del Gran Old Party.

Già da tempo, l’‘ortodossia reaganiana’ che dagli anni Ottanta domina in seno al GOP appare in crisi. L’evoluzione dello scenario internazionale, a livello politico ed economico, ha reso obsolete le formule su cui questa ortodossia si è tradizionalmente basata, imponendo al Partito repubblicano di ripensare le sue strategie e il suo posizionamento sul ‘mercato del consenso’ statunitense. Da questo punto di vista, Donald Trump è stato quello che forse ha meglio compreso il processo in corso, contribuendo a indirizzarlo e a rafforzarne determinate caratteristiche. Il fatto che alcune sue priorità (prima fra tutte quella della ‘difesa del lavoro americano’ dalle conseguenze di una delocalizzazione incontrollata) siano state fatte proprie da vari esponenti democratici è indice della sua capacità di imporre i temi del confronto. Lungo altre coordinate, la crisi dei riferimenti tradizionali sembra avere portato, nel GOP, a una proliferazione delle posizioni individuali e a un aumento della competizione per la leadership che ha avuto come risultato quello di favorire ulteriormente il rafforzamento della figura di Trump.

Il modo in cui queste dinamiche si articoleranno resta oggetto di speculazione. È, tuttavia, chiaro che – con o senza Trump – il ‘trumpismo’ continuerà ad avere una parte importante nella politica statunitense degli anni a venire. Secondo diversi analisti (anche di area repubblicana) ciò potrebbe rappresentare un problema per il GOP, contribuendo a ridurne il peso del dibattito politico e spingendolo verso sacche di voto destinare a diventare sempre meno importanti. Anche in questo caso, le prossime settimane saranno importanti per capire come le cose si svilupperanno. È stato osservato come, in passato, la mancata rielezione abbia significato – per Presidenti come Jimmy Carter e George H.W. Bush la rapida perdita della presa sui rispettivi partiti. Oggi, però, la situazione è molto diversa, rispetto sia al 1980, sia al 1992. Soprattutto, Trump e il ‘trumpismo’ sembrano essere riusciti a lasciare un’impronta assai più profonda di quella lasciata da Carter o Bush Sr. e che – paradossalmente – potrebbe diventare ancora più profonda nel caso in cui l’attuale Presidente, il 20 gennaio, sia costretto a lasciare la Casa Bianca.

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