sabato, Maggio 15

USA 2016: repubblicani alla resa dei conti field_506ffbaa4a8d4

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Con l’inaugurazione della convention nazionale repubblicana di ieri  -che dovrà designare ufficialmente Donald Trump come candidato del partito alla presidenza degli Stati Uniti in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 8 novembre-, la campagna elettorale degli Stati Uniti è definitivamente entrata nella sua fase calda. Oltre 50.000 persone e un esercito composto da 15.000 giornalisti provenienti da tutto il mondo si sono mobilitati per seguire da vicino i lavori dei 2.472 delegati riuniti presso la Quicken Loans Arena di Cleveland (Ohio), una delle città che ha maggiormente risentito della crisi e che è attualmente soggetta a un ambizioso programma di ammodernamento infrastrutturale.

In Ohio vige però la ‘Oper Carry Law’, la legge che autorizza i cittadini a circolare con un’arma carica in mostra, ed è proprio in previsione dell’alto numero di gente armata che si recherà in questi giorni a Cleveland a causa di tale normativa che le autorità hanno inviato ben 2.000 poliziotti a supporto delle forze dell’ordine locali, all’Fbi, alla Guardia Nazionale e ai servizi segreti. Il capo della Polizia ha anche chiesto al Governatore John Kasich di sospendere temporaneamente la ‘Oper Carry Law’, ma l’ex candidato alle primarie repubblicane ha opposto un secco rifiuto dichiarando di non avere i poteri per intervenire sulle regole previste dalla Costituzione.

Gli oltre venti interventi in programma durante la convention saranno utili a scandire le linee guida  -non vincolanti ma ufficiali-  dell’eventuale futuro Governo repubblicano, le quali saranno verbalizzate nel documento che redatto subito prima della chiusura del raduno, prevista per giovedì. Il momento clou dell’evento sarà indubbiamente la cosiddetta ‘chiamata al voto‘, che impone ai leader di ciascuno Stato federato di comunicare il numero dei delegati espressisi a favore del candidato designato dal voto delle primarie.

La pratica della convention, in vigore fin dal 1831, è tradizionalmente considerata dai partiti come l’occasione per mostrare coesione e comunanza di intenti, in cui i concorrenti che avevano corso per le primarie seppelliscono l’ascia di guerra per sostenere il candidato designato dal voto. Quella del 2016 verrà, invece, ricordata con ogni probabilità come la convention del caos, che vede l’establishment repubblicano osteggiare con tutte le proprie forze de il candidato scelto dagli elettori e proietta l’immagine di un partito mai così diviso e litigioso.

L’importante evento rituale sarà disertato da colossi del Grand Old Party (Gop) del calibro di George e Jeb Bush, Mitt Romney, John McCain e Judd Gregg per evitare di presenziare all’evento di consacrazione del candidato in pectore Donald J. Trump. Gli storici magnati di riferimento del Partito Repubblicano hanno rifiutato di finanziare i costi (esorbitanti) della convention abbandonando un Partito Repubblicano sommerso dai debiti in balia dei creditori. I seguaci di Ted Cruz, invece, hanno cercato di promuovere una modifica al regolamento che disciplina la selezione dei delegati al fine di sottrarre la nomination a Trump.

Non ha certo contribuito a mitigare le tensioni la nomina, da parte di Trump, del Governatore dell’Indiana Mike Pence come suo vice. I due hanno opinioni contrastanti su quasi tutto; Ttip (Trump contrario e Pence favorevole), aborto (Trump favorevole e Pence contrario) e politica estera (Trump ritiene che gli Usa debbano occuparsi in primo luogo dei propri problemi interni, Spence è un interventista) tanto per citarne alcuni. Non va dimenticato inoltre che Spence è un personaggio molto vicino al Tea Party, il movimento libertario ed ultra-individualista che era salito agli onori della cronaca nel 2008, grazie alla nomina di Sarah Palin, Governatore dell’Alaska nonché suo autorevole esponente, a vicepresidente del candidato repubblicano John McCain.
Ispirato alla manifestazione anti-britannica organizzata dai coloni americani di Boston inneggianti allo slogan Taxes Enough Alredy (da qui deriva il nome Tea Party), il Tea Party si colloca su posizioni fortemente liberiste ed anti-stataliste (favorevoli a una radicale deregolamentazione del mercato), e può quindi essere considerato come un movimento molto vicino agli interessi di Wall Street.
Allo stesso tempo, però, promuove un modello di società ispirato ai principi evangelici e trova quindi numerosi sostenitori nella cosiddetta ‘Bible Belt‘, dove si registra il più alto numero di cristiani-fondamentalisti di tutto il mondo occidentale.
La scelta di Pence, che ha avuto la meglio sul Governatore del New Jersey, Chris Christie, risponde quindi all’esigenza di Trump da un lato di mitigare i timori del mondo della finanza, e dall’altro di ingraziarsi il favore della destra religiosa che alle elezioni del 1980 si rivelò fondamentale a permettere a Ronald Reagan di seppellire sotto una valanga di voti il candidato democratico e Presidente uscente Jimmy Carter. Si tratta di una concessione che si inscrive nel quadro del rimpasto del proprio staff attuato da Trump nelle scorse settimane allo scopo di distaccarsi progressivamente dall’immagine radicale ed estremista che si era costruito durante le primarie e dar sfoggio di equilibrio e ragionevolezza.

Obiettivo di Trump è quello di sfruttare la convention per riunire alle sue spalle le numerose anime che si identificano tradizionalmente negli ideali repubblicani ma che si sono progressivamente allontanate dal partito per delusione o rabbia nei confronti del suo establishment.

La storia dirà se questa occasione per ricostruire il Grand Old Party e fare piazza pulita degli affaristi che lo hanno guidato in questi anni sarà stata sfruttata a dovere o meno.

 

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