lunedì, Settembre 27

Usa 2016, le elezioni più controverse della storia degli Stati Uniti

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Sulla campagna elettorale della Clinton, che sembrava nascere sotto i migliori auspici, piombarono tuttavia le migliaia di e-mail di cui ‘WikiLeaks’ era entrata in possesso grazie al lavoro oscuro di alcuni hacker che l’ex first lady accusò immediatamente di operare su mandato di Vladimir Putin in persona. Messaggi il cui contenuto delinea il profilo di un personaggio estremamente spregiudicato, per nulla a disagio ad avvalersi della propria posizione di potere per ottenere tutta una serie di vantaggi personali grazie ai quali la Clinton Foundation è riuscita a racimolare qualcosa come 350 milioni di dollari. Cifre astronomiche, su cui il ‘Chicago Tribune’, quotidiano di riferimento di una delle più grandi e importanti città degli Stati Uniti, ha sollevato più di un dubbio: «i Clinton non sono abili commercianti, non  sono trader capaci né   industriali di successo. Non hanno mai prodotto nulla di tangibile. Non dispongono dei brevetti che possano spiegare i milioni e milioni di dollari di cui si compongono le loro  fortune. Ciò che hanno è l’influenza. E  hanno strumentalizzato il  nostro  governo federale  per venderla al miglior offerente […]. I democratici dovrebbero chiedere a Clinton di rinunciare alla corsa per la presidenza […].  Cosa succederebbe se venisse eletta? Pensate a un  Paese colpito da una pesante crisi economica con responsabilità dirette nei confronti della situazione di caos in Medio Oriente e che debba trovarsi  come presidente un individuo sotto inchiesta penale. La signora Clinton s’è squalificata da sé». In maniera ancor meno diplomatica si è espresso l’ex alto funzionario dell’Fbi James Kallstrom, il quale si è spinto a definire i Clinton «una famiglia del crimine, organizzata complessivamente in maniera analoga alla mafia. La Clinton Foundation è una fogna».

Ma non è solo l’enorme ricchezza accumulata con metodi simili dalla fondazione di famiglia a destare un certo imbarazzo ai Clinton. Da una mail tra la Clinton e responsabile della sua campagna elettorale John Podesta (il cui fratello è un lobbista per conto dell’Arabia Saudita), tanto per fare un esempio, emerge in maniera incontrovertibile che la Clinton era pienamente consapevole che i governi di Arabia Saudita e Qatar, gli stessi da cui la Clinton Foundation aveva ottenuto ricchi finanziamenti, erano i principali sponsor dell’Isis. Il britannico ‘The Independent’ ha rilanciato doverosamente la notizia, mentre ‘Repubblica’ ha artatamente dato risalto alle e-mail dal contenuto politicamente irrilevante, dai vizi della figlia Chelsea alla fitta corrispondenza tra Podesta e il chitarrista dei Blink 182 sull’argomento Ufo.

Un approccio, quest’ultimo, in linea con la politica adottata dalla maggior parte dei grandi giornali internazionali, i quali hanno preferito dare ampio risalto alle volgarità pronunciate dieci anni fa da Trump in un colloquio privato ripreso a sua insaputa, e andare alla ricerca di donne che dichiarassero ai microfoni di esser state stuprate dal tycoon newyorkese. Un classico, da Julian Assange a Dominique Strauss-Kahn. E di questi ultimi giorni la notizia secondo cui Melania Knavs, moglie di Trump, abbia sfilato come modella negli Usa senza aver ancora ottenuto il regolare permesso di lavoro.

Nel frattempo, però, un’altra tegola si abbatteva sulla corsa di Hillary Clinton alla Casa Bianca. Anthony Weiner, rappresentante democratico ed ex candidato sindaco di New York legato in matrimonio ad Huma Abedin, strettissima collaboratrice dell’ex first lady, è stato scoperto a mandare fotografie che lo ritraggono nudo e messaggi spinti a una quindicenne. Nel corso della relativa indagine, la polizia di New York ha sequestrato il computer privato di Weiner, scoprendo con grande sorpresa che conteneva la corrispondenza tra la Clinton e il suo staff che l’Fbi non aveva potuto esaminare perché era stata cancellata dal server domestico dell’ex first lady. «Non ho la minima idea di come quelle mail siano finite nel laptop di mio marito», ha dichiarato Huma Abedin agli inquirenti nell’evidente tentativo di stabilizzare la sua precaria posizione rispetto alla vicenda. La Abedin ha infatti trascorso molti anni in Arabia Saudita ed ha tuttora stretti legami con la Fratellanza Musulmana e con la Muslim Word League. Se si scoprisse che informazioni vitali contenute in quei messaggi siano arrivate in qualche modo a Riad o ad una delle tante filiali della Fratellanza Musulmana, sulla Abedin cadrebbero automaticamente i sospetti di un suo doppio gioco in favore di un Paese straniero; un atto gravissimo che negli Stati Uniti si configura come reato di alto tradimento. Nel caso in cui emergesse che il materiale trovato nel computer di Weiner, con cui la Abedin ha dichiarato di aver tagliato i ponti a seguito della storiaccia a sfondo sessuale, era stato raccolto al deliberato scopo di tenere la Clinton sotto ricatto, alla giovane collaboratrice dell’ex first lady verrebbe contestata una violazione altrettanto pesante.

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