sabato, Maggio 8

USA 2016: anche Biden in campo?

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Ormai gli indizi ci sono tutti. C’è perfino il primo spot, per quanto non ufficiale, che lancia un messaggio chiaro: “Joe, run”. Lo ha prodotto ‘Draft Biden’, il Super Pac (sigla che sta per Super Political Action Committee, le organizzazioni di raccolta fondi a sostegno dei candidati, che non sono sottoposte alle regole e ai vincoli riservati alle donazioni dirette) che da molti mesi ormai tasta il terreno in vista di un’eventuale candidatura del Vicepresidente in carica. Il video, intitolatoLa mia redenzione, è di forte impatto emotivo e mette al centro le drammatiche vicende familiari di Biden, che perse moglie e figlia in un incidente stradale nel 1972 e che solo pochi mesi fa ha visto morire un altro figlio, Beau, stroncato da un tumore. È la cifra di quella tendenza tutta americana a guardare prima all’uomo che al politico, a cercare nel candidato innanzitutto la persona. Ma allora Joe Biden è candidato?

Forse. Fra gli invitati al dibattito televisivo che ha avuto luogo la scorsa settimana, il primo delle primarie democratiche, c’era anche lui, in quanto il regolamento prevede che possano partecipare tutti coloro che hanno ottenuto in media almeno l’uno per cento in tre sondaggi nazionali tra il primo agosto e il dieci ottobre. Ma non avendo ancora annunciato ufficialmente la sua corsa, Biden ha scelto di non essere presente. Intanto però alcuni membri del suo staff sono andati alla sede del Partito Democratico per un ragguaglio sulle regole delle primarie nei vari Stati e sulle scadenze per la presentazione delle firme e della documentazione. Una mossa che dice quanto l’ingranaggio elettorale del team Biden sia già ben oliato e pronto a scattare, il segno di una volontà anche più concreta di quel che il Vicepresidente aveva voluto far trasparire in agosto, quando erano comparsi sul New York Times alcuni virgolettati in cui, parlando con alcuni suoi familiari, confidava che l’ultima volontà del figlio Beau era stata vederlo correre per la Presidenza.

Che poi non sarebbe neppure la prima volta che Biden, in Senato per trentasei anni, tenta la scalata alla massima carica della democrazia americana. Ci aveva provato già nel 1988 e nel 2008, quando a vincere era stato Barack Obama, che lo volle poi al suo fianco alle presidenziali, beneficiando di quel sovrappiù di esperienza e di appeal sulla working class bianca che gli faceva difetto. Questa volta avrebbe dalla sua il vantaggio del biglietto da visita di uno dei Vicepresidenti più attivi ed amati della storia nazionale, in prima linea in molte delle battaglie cruciali dell’amministrazione democratica. Biden, che in Iowa e New Hampshire – i primi due Stati in cui si vota – è dato in terza posizione dopo la frontrunner Hillary Clinton e il suo sfidante ‘atipico’, il senatore Bernie Sanders, potrebbe insidiare seriamente il primato dell’ex first lady, se è vero che metà degli elettori democratici in tutto il Paese vedrebbe di buon occhio la sua discesa in campo. Come questo dato possa tradursi in termini di voto è ancora difficile dirlo. Ma il fatto che, senza neppure essersi candidato, Biden conti già su una percentuale di consensi personali che si aggira intorno al 20% dovrebbe preoccupare non poco la Clinton. Oltre alle preferenze di buona parte della tradizionale base democratica, Biden riscuote un certo successo presso i nuovi protagonisti del dibattito pubblico, come la comunità LGBT, che non ha dimenticato che fu lui, cattolico, prima ancora di Obama e della Clinton, ad aprire ai diritti civili.

Eppure, lo stretto legame che unisce Biden agli ultimi otto anni di Presidenza democratica, potrebbe anche rivelarsi un boomerang. Mentre la Clinton, che ha lasciato la carica di Segretario di Stato allo scadere del primo mandato di Obama, ha avuto il tempo di ritagliarsi un profilo autonomo, Biden è agli occhi di tutti l’alter ego del Presidente. Sarà fin troppo facile per i Repubblicani rovesciargli addosso tutte le accuse che da anni muovono all’amministrazione, presentandosi come ‘nuovi’ allo stesso modo in cui il senatore afroamericano si propose come l’alternativa radicale dopo gli anni di Bush. Se si considera poi che una parte consistente, e anche quella con più chances di vincere le primarie, dei candidati Repubblicani ha fra i quaranta e i cinquant’anni – Marco Rubio e Ted Cruz sono in pista per la nomination –, si capisce che Biden (che a novembre 2016, quando avranno luogo le presidenziali, compirà 74 anni), avrà una certa difficoltà nel presentarsi come il portatore di energie fresche al servizio del rinnovamento. Ma il discorso, in questo caso, vale anche per gli altri due Democratici più forti, uno sopra, l’altra poco sotto i settant’anni.

L’erede fiero dei successi dell’era Obama o il candidato che rivendica un’esperienza personale e differente. È ancora presto per dire quale sarà la strategia, nelle primarie come nelle presidenziali, che Biden sceglierà di seguire. Così come non si può esser certi, a dispetto di tutti i segnali che sembrano andare in quella direzione, che Biden deciderà di essere della partita. La scelta di non farlo potrebbe anche essere dettata dalla volontà di non danneggiare, in una guerra fratricida, la superfavorita Hillary Clinton, data per vincente, secondo i sondaggi, anche su qualsiasi candidato repubblicano in lizza. D’altra parte, una candidatura di peso come quella del Vicepresidente in carica potrebbe aggiungere un po’ di ‘pepe’ alle stanche primarie dei Democratici, coinvolgendo i militanti e ottenendo una copertura mediatica maggiore, come sta accadendo ai Repubblicani. Toccherà restare attenti, fedeli al motto obamiano: ‘The best is yet to come!

 

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