martedì, Maggio 18

Uruguay, tre milioni di persone che ne sfamano trenta

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Da qualche anno i media europei si occupano dell’Uruguay con toni quasi sempre entusiastici e nel 2014 The Economist lo ha addirittura incoronato ‘Paese dell’anno’. Il piccolo Stato dell’America Latina, il meno popolato dopo Panama, ha vissuto infatti nell’ultimo quinquennio una serie di cambiamenti sociali che l’hanno portato a ritagliarsi uno spazio rilevante nelle cronache planetarie. E principale artefice dell’ascesa uruguayana è stato senza dubbio il Presidente José Mujica, ex Ministro dell’Agricoltura e militante del Frente Amplio, un partito che da 10 anni governa il Paese riunendo i vecchi partiti d’ispirazione comunista, socialista e cristiano-sociale e che a marzo ha appena rivinto le elezioni con l’ex Presidente (2005-2010), Tabaré Vazquez.

Tra le riforme più rumorose dell’era Mujica, il Presidente ‘povero’ di cui spesso si è parlato anche per il rifiuto totale delle etichette presidenziali, ci sono la legalizzazione del consumo e della coltivazione della cannabis, l’introduzione del matrimonio omosessuale, la depenalizzazione dell’aborto e politiche molto robuste per la lotta alla povertà. Tuttavia l’Uruguay, Paese dalla storia politica travagliata durante il Novecento ma da sempre tra i più progressisti del Continente anche grazie alla massiccia presenza europea e italiana in particolare, in questi mesi di Expo si sta prendendo il palco principale un’altra volta.

Il tema delle risorse alimentari, unito a quello di un’equa e sostenibile spartizione del cibo in tutto il pianeta, sembra infatti ritagliato apposta sulle colonni portanti della sua economia. Parliamo di una nazione di circa 3 milioni di abitanti che produce cibo per 30 milioni di persone e che grazie alle esportazioni di beni alimentari, lavorati e non, riesce a riequilibrare una bilancia commerciale appesantita da ingenti importazioni di combustibili e macchine strumentali. L’Uruguay ha vissuto all’inizio del millennio una devastante crisi economica, che ridusse in povertà quasi la metà della popolazione, ma ha saputo risollevarsi proprio grazie a una capacità produttiva alimentare tra le più elevate al mondo e oggi si è posta come obiettivo di portare da 30 a 50 i milioni di persone che in tutto il mondo portano a tavola alimenti provenienti dalle ricche pianure uruguayane. Questi anni hanno visto infatti un costante sgretolamento dei record delle esportazioni, anche se con tassi di crescita che si stanno sempre di più assottigliando, soprattutto a causa del rallentamento dell’Europa e di alcuni Paesi in via di sviluppo come il Brasile e anche a causa del calo dei prezzi di alcuni beni tipici del Paese. Montevideo ha però una strategia ben precisa per ricominciare a correre cavalcando l’onda di una ripresa economica globale che sembra sempre più alle porte, e a spiegarla a L’Indro è direttamente il Ministro dell’Agricoltura, della Caccia e della Pesca, Tabaré Aguerre, sbarcato in questi giorni all’Expo milanese. Un’esposizione che vede tra l’altro il Paese partecipare per la prima volta con un Padiglione tutto suo (a Shanghai 2010 aveva uno spazio nel cluster collettivo dell’America Latina), in bella mostra sul Decumano a fianco della super potenza cinese e della Thailandia. Parlando col Ministro Aguerre la sensazione è che questa voglia di esserci e di farsi conoscere non sia casuale: dopo i progressi economici e nel campo dei diritti, l’Uruguay si prepara a un ulteriore salto di qualità in materia agroalimetare. La parola chiave è “agrointelligente”.

 

L’apporto del settore primario per l’economia dell’Uruguay è fondamentale, ma quali sono i comparti agroalimentari più sviluppati nel vostro Paese?

Basti dire che l’Uruguay è un Paese di 3,3 mln di persone su un territorio di 17 milioni di ettari. Bene, di questi circa 13 sono dedicati all’allevamento del bestiame. Il 75% delle esportazioni sono beni agricoli e agroindustriali, per volumi annui di circa 7,8 mld di dollari, e il 55% delle nostre industrie sono di tipo agricolo. Si tratta soprattutto di industrie di trasformazione nel settore caseario, vitivinicolo, della refrigerazione alimentare; altre ancora lavorano latte in polvere, riso, olio, frutta. Il 17% della popolazione in età da lavoro è occupata nel settore agroindustriale o in campi direttamente collegati a questo. Per quanto riguarda le esportazioni il nostro prodotto di punta è la carne di mucca, che copre il 25% delle esportazioni totali di beni. Segue poi il settore caseario (latte, burro e formaggi), mentre dal punto di vista agricolo vendiamo soia e riso, di qualità ‘longo fino’. Siamo infatti il sesto esportatore mondiale di riso, con una produttività molto alta di 8500 chili per ettaro e più di 42 mercati di sbocco. Consideri che siamo un Paese di 3 mln di abitanti che produce alimenti per sfamare 28 milioni di persone. Da ciò deriva che il 97% del riso prodotto, più di un milione di tonnellate, viene consumato fuori dai confini nazionali. Per la soia siamo addirittura al 99%, un bene che fondamentalmente vendiamo tutto alla Cina, eccezion fatta per un 5% circa da cui ricaviamo biocarburanti. E destinati all’export sono anche il 70% della carne e dei prodotti caseari. Quindi possiamo dire che il settore primario è fondamentale per l’Uruguay ma voglio sottolineare che non per questo ha natura ‘estrattiva’, di aggressione delle risorse naturali. Al contrario, abbiamo adottato politiche molto rigide per la conservazione del suolo.

In effetti l’Uruguay si presenta all’Expo definendosi come Paese ‘agrointelligente’. Cosa significa?

La regolazione del consumo del suolo è una scommessa molto grande, che vogliamo assolutamente vincere. Mercoledì interverrò a Roma al congresso della Fao e mi concentrerò proprio su questi temi. Tra l’altro il 2015 è stato proclamato ‘anno internazionale del suolo’. La popolazione aumenta ma i terreni non possono espandersi all’infinito; il 40% delle terre globali è coinvolto in un processo di perdita di estensione a causa dell’erosione idrica e noi stiamo implementando politiche rigorose per regolare l’uso del suolo anche in funzione della sua suscettibilità a erodersi. E ancora, il mondo si deve alimentare ma è un fatto che la produzione di cibo contribuisca per il 14% all’emissione di gas responsabili dell’effetto serra. Il mio Ministero utilizza un modello di simulazione matematica sviluppato nell’Università statunitense dell’Indiana a partire dagli anni ’70, che si chiama ‘equazione universale di perdita del suolo’. Grazie a questo strumento ad esempio abbiamo stabilito che gli imprenditori agricoltori devono concertare con gli agronomi una rotazione delle colture che porti a una perdita di suolo sostenibile. Questo comporta che in Uruguay anche i proprietari della terra non possono decidere in totale autonomia cosa farne. Ad esempio dopo due anni di coltivazione del riso, il terreno può essere riconvertito a pascolo per l’allevamento fino a quattro anni. Tuteliamo così la capacità produttiva per le generazioni future e non ci limitiamo a parlare di sostenibilità ambientale ma facciamo qualcosa di concreto per garantirla.

Questo sistema d’impronta semistatalista forse però comporta degli effetti collaterali. Quando un terreno viene riconvertito potrebbe perdersi anche il know-how dell’imprenditore agricolo. Non tutti sanno produrre soia e riso con la stessa resa…

Sì e no, ci sono produttori che sono in grado di coltivare riso ma anche di diventare allevatori; si tratta più o meno della metà delle imprese, mentre l’altra metà sono produttori specializzati che affittano i campi adatti per le loro attività. Si tratta di un sistema molto particolare, quasi unico. Non è un sistema perfetto, porta un’instabilità che limita la possibilità di produzione del settore privato e la sua competitività sui mercati globali. Tuttavia proprio questa precarietà ci ha portato ad avere una produttività record di 8500 chili per ettaro, grazie alla quale riusciamo comunque a rimanere sul mercato.

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Il padiglione a Expo 2015

 

Sempre nel vostro Padiglione grande enfasi è posta sull’Uruguay come ‘produttore di alimenti sicuri e affidabili, all’avanguardia nei concetti di tracciabilità e alimentazione naturale’. Ci può spiegare meglio quali sono i vostri motivi di orgoglio?

Puntiamo molto a garantire elevati standard sanitari per il nostro agroalimentare e stiamo implementando la tracciabilità degli alimenti anche come strumento a servizio della commercializzazione e del marketing. Consideri che a fronte di 3 mln di cittadini, pascolano nei nostri confini circa 2 mln di mucche, ognuna è munita per legge di un chip elettronico e i movimenti degli animali sui campi devono essere registrati. Si tratta di una normativa che tutela un vero e proprio bene pubblico, una piattaforma tecnologica finanziata dallo Stato e a servizio dell’impresa privata. Abbiamo la grande ambizione di aumentare da 28 a 50 milioni le persone che si alimentano nel mondo con l’agroalimentare uruguaiano; abbiamo così bisogno di livelli crescenti di qualità ma anche di tracciabilità, che oramai è a pieno titolo un valore aggiunto nel commercio globale del cibo ed è sinonimo di biosostenibilità. Tempo fa conclusi una conferenza affermando: ‘Vi vendiamo la miglior carne al mondo, con servizi ecosistemici inclusi’.

Il settore della pesca ha beneficiato di grossi investimenti statali negli ultimi decenni e la quantità di pescato è praticamente quintuplicata rispetto agli anni ’80. Come va adesso questo settore? Viene considerato ancora strategico?

La pesca non sta più crescendo in Uruguay, in questi anni abbiamo registrato una flessione della produzione del 20% e oggi il settore si è stabilizzato. Abbiamo infatti una legislazione tutta tesa a soddisfare parametri definiti negli accordi internazionali per la preservazione delle risorse naturali e controlliamo in maniera molto ferrea tutto il pescato nazionale: ogni nave è geolocalizzata e monitorata. Inoltre la recente riduzione dei volumi è un fenomeno comune a tutta questa zona dell’America del Sud. Ad esempio abbiamo perso con l’Europa un vantaggio tariffario del 4% prima presente nel regime fiscale europeo a proposito delle importazioni di alcuni Paesi. Alla contrazione della pesca ha infine contribuito l’apparizione di alcune specie prima tipiche dei nostri mari al largo delle coste di Canada e Stati Uniti, Paesi che sono ora diventati competitor. Mi riferisco in particolare al nostro principale prodotto ittico, il merluzzo.

Qual è il livello di penetrazione nel mercato italiano dei prodotti agroalimentari uruguaiani? E in generale che direzione hanno preso i flussi commerciali dell’Uruguay?

Dipende dai prodotti. Per quanto riguarda la carne, l’Italia è un compratore molto importante e alcuni degli importatori più grandi di carne uruguaiana sono imprese italiane. A livello globale invece possiamo dire che il 90% dell’export di carni si concentra in cinque grandi mercati: Cina, Europa, Russia, Brasile e Usa. Parlando dei latticini, il caseario trova sbocchi soprattutto locali, in Brasile e Venezuela, vendiamo invece il nostro burro alla Russia, mentre il latte in polvere finisce praticamente in tutto il mondo. Per il riso i compratori più importanti sono il Perù e l’Iraq e anche l’Iran fino a poco tempo fa acquistava grandi quantità. Tra l’altro tutto il riso prodotto nel nostro Paese è certificato come non transgenico e tramite l’Istituto nazionale delle sementi vigiliamo sulla preservazione genetica delle nostre varietà di riso nazionali, mentre transgenica è tutta la soia coltivata.

E come sono invece i rapporti con le nazioni vicine?

Variano da Paese a Paese. Con l’Argentina non abbiamo grandi interscambi dal punto di vista agricolo perché produciamo praticamente gli stessi beni, mentre abbiamo un’economia complementare a quella del Brasile e lì esportiamo frutta, vino, grano e riso. Dal Venezuela invece importiamo il petrolio, vendendo carne, latte e riso. Tutto comunque avviene grazie al ricorso al mercato e non ci sono accordi d’interscambio di natura politica.

Qual è la missione dell’Uruguay in questa Expo? Intendete muovervi anche dal punto di vista commerciale?

Ci sono state molte Expo però nessuna aveva un obiettivo tanto chiaro come quella di Milano: “Alimentare il pianeta, energia per la vita”. E queste sono esattamente le direttrici su cui si muove l’Uruguay: alimentazione perché siamo un grande produttore, ma che punta fortemente a investire in ricerca, innovazione, aumento della produttività. Tra l’altro stiamo promuovendo un programma molto ambizioso per sviluppare l’energia eolica. Non è quindi una priorità concentrarci sugli accordi commerciali, preferiamo far conoscere l’Uruguay come un possibile modello di sviluppo su scala globale.

L’ex Presidente Mujica ha dedicato molte energie alla lotta alla povertà, un problema che, pur in un Paese in crescita come l’Uruguay, rimane molto forte. Qui a Expo uno dei temi è “nutrire il pianeta”; che politiche ha messo in atto il vostro Paese per combattere la malnutrizione nelle fasce più povere della popolazione?

Abbiamo avuto una pesante crisi economica nel 2000-2001 che portò la disoccupazione al 19% e ridusse il 39% della popolazione in povertà. In questi dieci anni però abbiamo sviluppato un’economia dinamica, che ha beneficiato di un aumento della domanda globale dei nostri prodotti tradizionali, e oggi la disoccupazione è al 7%, la povertà tocca il 10% dei nostri concittadini e praticamente non esiste l’indigenza. Non riteniamo comunque risolto il problema della povertà: l’Uruguay è il Paese più egualitario dell’America Latina, che però è il Continente con più diseguaglianze sociali. Abbiamo soddisfatto gli ‘Obiettivi del Millennio’ in riferimento alla riduzione del tasso di malnutrizione, una cosa che però non deve essere considerata un grande successo per un Paese che produce tanto cibo come il nostro. Invece, crediamo che le due politiche più importanti per sradicare la povertà siano valorizzare l’educazione e costruire opportunità d’impiego. Infatti a partire dal primo governo del Frente Amplio, nel 2004, abbiamo sì istituito un sussidio per i bisognosi, ma utilizzabile solo per l’acquisto di beni alimentari proprio per non finanziare politiche assistenzialiste e incentivare le persone a cercare il riscatto tramite la ricerca di un posto di lavoro. Su quest’ultimo punto mi faccia dire che non abbiamo solo carne e latte, ma abbiamo come punti di forza un imponente settore turistico, con quasi 3 milioni di turisti all’anno, i settori dell’informatica e delle reti di comunicazione, e un’industria cartaria a basso impatto ambientale. Insomma, i posti di lavoro non mancano nel nostro Paese, purtroppo però persistono difficoltà sociali, culturali o legate all’isolamento che escludono alcune persone dal mercato del lavoro.

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