giovedì, Aprile 22

Uruguay, Repubblica della Marijuana Oggi la firma del decreto di 'regolazione' della coltivazione, distribuzione e consumo della marijuana

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Uruguay-regolamentazione-Marijuana

 

La libertà sta nella mente, non nel fumarsi una canna. Questa è la risposta che offre José Mujica, Presidente dell’Uruguay, a chi gli domanda se è a favore o contrario all’utilizzo della cannabis. Mujica è uno che di libertà dovrebbe intendersi, dato che per più di dieci anni è stato chiuso in una cella all’epoca della dittatura militare che ha retto il Paese fino al 1985. Da come affronta l’argomento, sembra quasi che le torture e la prigionia lo abbiano reso immune a qualsiasi vizio e dipendenza.

Forse proprio per questo Pepe, come lo chiamano gli uruguayani, e il suo Frente Amplio (FA), hanno deciso di lasciare ai cittadini la libertà di consumare marihuana, facendo della piccola Nazione sudamericana il primo Stato al mondo che regola la produzione, la distribuzione e la vendita della droga leggera per eccellenza.

Naturalmente, come ricorda spesso il Governo, la regolazione‘ (un termine che i proponenti hanno sempre preferito, per motivi concettuali, a quello di legalizzazione) non ha tanto lo scopo di rendere libero il consumo, che peraltro è già legale fin dal lontano 1974, quanto di permettere allo Stato di controllarlo e assestare un duro colpo ai narcotrafficanti e ai profitti che ricevono da questa risorsa. Un obiettivo che, su scala regionale, si sta lentamente e faticosamente affermando come forma di lotta alternativa alla war on drugs, l’offensiva al commercio e all’utilizzo di stupefacenti che, dopo cinquant’anni di violenza, non ha raggiunto risultati apprezzabili.

Il decreto, che è già stato approvato dalle due Camere e, una volta firmato, oggi, dal Consiglio dei Ministri, entrerà in vigore il giorno successivo -domani, martedì 06 maggio-, rende ufficialmente l’Uruguay la Prima Repubblica della Marihuana, come l’ha definita provocatoriamente ‘Vice‘ in un suo interessante documentario.

La presentazione della normativa era stata annunciata e rimandata diverse volte, per via di alcuni dettagli che rimanevano irrisolti e che hanno spinto il Presidente Mujica a compiere alcuni ritocchi finali. Lo stesso complesso meccanismo che regolerà i vari processi che spettano ora allo Stato, dalla coltivazione delle piantagioni alla distribuzione nelle farmacie che la venderanno, passando per il registro dei consumatori che verrà istituito per monitorare il consumo, rappresentano un caso inedito nel panorama internazionale, privo di precedenti in questo campo, e e avranno bisogno di alcuni mesi per entrare in funzione.

In sostanza, gli uruguayani potranno consumare l’erba in tre modi diversi. Il primo è andando a comprarla in farmacia, a un prezzo e una quantità prestabiliti. Il prezzo fissato va dai 20 ai 22 pesos, vale a dire poche decine di centesimi di euro, ed è volutamente basso per costringere fuori dal mercato la criminalità organizzata. Si viene a creare un vero e proprio monopolio statale che, nelle intenzione dei legislatori, renderà molto complicata la competizione da parte della criminalità organizzata. La quantità massima consentita per ogni persona è di 40 grammi al mese.

Il secondo è attraverso la coltivazione personale, che permette il possesso di sei piante per ogni abitazione, anche all’aperto, con il limite di grammi annuali che non può superare i 480.

La terza modalità, infine, consiste nell’iscrizione a specifici club privati, i cosiddetti ‘clubes cannàbicos’, che potranno avere dai 15 ai 45 soci ciascuno. Ogni club, che dovrà registrarsi presso il Ministero dell’Istruzione, potrà coltivare fino a 99 piante, che forniranno fino a 480 grammi a ciascun socio.

Questi tre diversi modi di accedere al consumo si escludono vicendevolmente. Un cittadino che si iscrive a un club non potrà, ad esempio, avere piante in casa o acquistare marihuana in farmacia. Inoltre, solo i residenti potranno usufruire di questi strumenti, proibiti ai turisti stranieri, per evitare che l’Uruguay venga invaso da migliaia di appassionati come nuova Mecca della marihuana.

Uno dei problemi in cui si era imbattuto il Governo e che hanno contribuito a rallentare la messa a punto definitiva della regolazione era, paradossalmente, l’opposizione da parte delle associazioni dei consumatori, preoccupate che, nell’istituire una qualsiasi forma di registrazione personale, necessaria per limitare che si ricreasse un mercato illegale, si calpestassero i diritti individuali.

L’amministrazione aveva ventilato diverse possibilità per far fronte a queste perplessità: da un documento apposito, a una scheda dotata di un chip. La scelta è infine caduta su un sistema di impronte digitali.

Come ha spiegato Diego Cánepa, Presidente della Junta Nacional de Drogas, «il richiedente, si recherà a un qualunque ufficio postale e si registrerà tramite un funzionario pubblico che gli chiederà la cedola. Il funzionario procederà alla registrazione, utilizzando il software che permetterà di inviare i dati senza che la cedola rimanga nel suo database. Dopodichè, saranno rilevate le impronte digitali, che genereranno un algoritmo tramite il quale si identificherà la persona. Ad essere registrato, va precisato, sarà l’algoritmo e non l’impronta».

Una volta recatosi in farmacia per acquistare la mariuhana, sarà l’algoritmo derivato dalle impronte ad identificare l’utente per verificare se possiede l’autorizzazione, senza che il farmacista possa avere alcuna informazione su chi ha di fronte.

Si tratta di un meccanismo complesso, che non offre, secondo alcuni critici, sufficienti garanzie di mantenimento della privacy, dato che il Governo rimane perfettamente in grado di individuare chi si sia registrato. Molti ritengono, ragionevolmente, il controllo da parte delle autorità ben più pericoloso di quello del loro farmacista. Malgrado le rassicurazioni sull’utilizzo dei dati personali, il problema non è stato risolto del tutto, e procurerà senz’altro nuove critiche dal contrasto tra la monitorizzazione statale e la libertà personale al momento dell’implementazione, come già accaduto in Colorado e Washington, i due Stati americani dove è stata adottata una legislazione che si avvicina a quella Uruguyana.

Rimane il fatto che molti consumatori, posti di fronte all’alternativa tra l’illegalità, con tutti  rischi che comporta, e il consumo regolato dallo Stato, sceglieranno il secondo, che probabilmente ritengono il male minore.

Oltre alla questione della privacy, l’altra critica che ha subito il Governo è quella relativa all’effettivo impatto della legislazione sulla criminalità legata al narcotraffico. Sono in molti a questionare l’efficacia della legalizzazione nel limitare il commercio esistente, a partire dall’opposizione, che ha già promesso l’abolizione della legge nel caso dovese vincere le prossime elezione, previste per ottobre (proprio quando si prevede che la regolazione diventi operativa). Quale sarà il destino dei ‘registrati’ nel caso si arrivi a questo scenario, è un ulteriore motivo di preoccupazione per i consumatori.

Nonostante l’Uruguay sia di gran lunga una delle Nazioni più sicure nel panorama continentale, con bassi tassi di criminalità e insicurezza, specialmente se paragonati a quelli di Paesi messi seriamente in ginocchio dalla violenza, come Venezuela e Guatemala, il rischio è che la situazione sfugga di mano al Governo. Se si dovesse fallire nel perseguire chi utilizzi la legalizzazione per vendere ai Paesi limitrofi, l’Uruguay si trasformerebbe in una Nazione esportatrice di cannabis.

Inoltre, se la piccola Repubblica non possiede un cartello della droga potente, i suoi vicini, Paraguay in primis, sono tra i primi trafficanti a livello mondiale. Non è da escludere che cerchino di contrastare, a livello politico, il buon funzionamento del decreto. Perfino il Governo non ha escluso questa possibilità.

Per questo motivo le autorità si sono sforzate di rassicurare l’opinione pubblica (metà degli uruguyani, lo ricordiamo, sono contrari alla norma), oltre che i Governi vicini, sulle misure di sicurezza che verranno intraprese nel controllo della produzione. Le coltivazioni gestite dallo Stato verranno sorvegliate, benchè non gestite direttamente, dall’Esercito, e le forze di Polizia si concentreranno sul rispetto della regolazione.

Come ha ricordato più volte Mujica, in Uruguay è in atto un esperimento di grande portata, il cui esito non è scontato. Se, come previsto dai suoi sostenitori, il modello uruguayano dovesse rivelarsi vincente, garantendo più risorse alle forze dell’ordine per concentrarsi sul traffico di droghe pesanti, potrebbe avere un effetto contagioso sul continente, accelerando i timidi processi di riforma già in atto. In Argentina, non a caso, già si manifesta per le strade chiedendo di seguire l’esempio del vicino.

 

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