venerdì, Agosto 12

URSS, una fine senza fine A trent’anni dalla dissoluzione dell’URSS, “c’è ancora molto di sovietico nella Russia e nella sua volontà di influenzare quelle che erano le Repubbliche sovietiche, che poi sono diventate indipendenti”. Intervista ad Anna Cossiga (Med-Or)

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Trent’anni fa, il 25 dicembre 1991, la notte di Natale, la bandiera dell’Unione Sovietica (URSS) – un colosso di 15 repubbliche, 22 milioni di chilometri quadrati di territorio, quasi 300 milioni di abitanti e 200 lingue e dialetti parlati – veniva ammainata sul Cremlino e l’ultimo Segretario generale del Partito comunista dell’Unione sovietica (PCUS), Mikhail Gorbacëv, si dimetteva dalla guida del Paese.
«Per caso» – ricordava, qualche anno più tardi, in un libro intitolato ‘La versione di K’, l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Francesco Cossiga – «sulla Cnn, vidi quando, nella piazza del Cremlino, senza nessuna cerimonia, fu ammainata la bandiera rossa con la falce e martello e una stella d’oro. L’indomani fu alzata quella russa, che poi era la bandiera dello Zar, quella a strisce orizzontali bianca, azzurra e rossa, e cambiò il mondo».
Due settimane prima, l’8 dicembre del 1991, i leader di Russia, Ucraina e Bielorussia firmavano l’Accordo di Belavezha, anche noto come Accordo di Minsk, che sanciva la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), e la sera stessa la televisione di Stato annunciava agli abitanti delle quindici repubbliche socialiste sovietiche che l’URSS aveva smesso di esistere. Nell’agosto dello stesso anno, esponenti di spicco dell’establishment partitico, governativo e militare, avevano provato a rovesciare Gorbacëv e riprendere il potere. Ma il tentativo di golpe era fallito in breve tempo, contrastato da massicce proteste popolari a Mosca e in altre città. In quel frangente, emerse, alla testa della resistenza, il futuro leader, Boris Eltsin, che, poco dopo, avrebbe scalzato Gorbacëv.
Gli ultimi atti di un crollo che si era accelerato con la caduta del Muro di Berlino, che, sottolineava Cossiga nel suo libro, rappresentò «sia lo sfaldamento del sistema degli Stati del Socialismo Reale, vale a dire il disgregarsi del Patto di Varsavia e del COMECON cui seguì, con Gorbacev, la dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, sostituite dalla Federazione Russa. Insomma, la caduta del Muro sta ad indicare la fine dell’impero sovietico, per certi versi continuazione dell’impero russo, dell’impero degli zar. Un crollo storico, dunque. Un fatto epocale. E, tuttavia, ancora oggi, quel che più colpisce di tutta questa vicenda è che, in buona sostanza, essa avvenne quando quasi nessuno se l’aspettava».

Il collasso sovietico per la verità era già iniziato anni orsono, sotto la pressione per la corsa agli armamenti ingaggiata dagli Stati Uniti con la Presidenza Reagan, ma anche e, soprattutto, sotto i colpi delle riforme introdotte da Gorbacëv, divenuto segretario generale del PCUS nel marzo del 1985, il cui fulcro erano la ‘Glasnost’ (trasparenza) e ‘Perestroika’ (ricostruzione), troppo radicali per un’economia già in forte affanno. Da lì a qualche mese, le truppe sovietiche avrebbero avrebbero lasciato l’Afghanistan mentre procedeva spedito il dialogo con gli Stati Uniti per il disarmo che portò, nel 1987, alla sottoscrizione dell’INF, il trattato sui missili a medio raggio. Dichiarata la morte della Dottrina Breznev, le ‘rivoluzioni di velluto’ causarono la caduta di molti dei regimi satelliti dell’Unione, dando nuova linfa ai nazionalismi che ne sancirono lo sgretolamento.

«È stata una disintegrazione della ‘Russia storica’ sotto il nome di Unione Sovietica», ha detto in questi giorni il Presidente russo, Vladimir Putin, ricordando i fatti che portarono alla fine dell’URSS. «A volte ho dovuto guadagnare soldi extra. Voglio dire, guadagnare soldi extra in auto, come autista privato. È spiacevole parlarne, a essere onesti, ma purtroppo è stato così», ha dichiarato Putin in un documentario dedicato alla storia contemporanea della Russia trasmesso su Rossiya 1, precisando che «è possibile dire con assoluta certezza che sarebbe stato molto brutto per noi se avessimo lottato non per un aumento delle nascite, ma per la sopravvivenza. Il tragico esempio della Jugoslavia dimostra che se quello che è successo alla Jugoslavia fosse successo a noi, le conseguenze per la Russia, data la tempra del popolo russo e dei popoli che vivono nel territorio russo, il nostro confronto sarebbe stato molto più grave e più sanguinoso della Jugoslavia». Va detto che il rapporto tra Putin e Gorbacëv, pur se basato sul rispetto reciproco, non è mai stato privo di dialettica, anche con scambi di critiche sulle scelte adottate.

In occasione del trentesimo anniversario della dissoluzione dell’URSS, ripercorriamo quelle ultime fasi e le loro conseguenze italiane oltre che internazionali con la Professoressa Anna Cossiga, antropologa ancorché esperta di geopolitica attualmente in forza alla Fondazione Med-Or, oltre che figlia dell’’Uomo che guardò oltre il muro’ – per usare il titolo di un libro scritto da Clio Pedone ed edito da Rubettino a lui dedicato – ovvero l’allora inquilino del Quirinale, Francesco Cossiga, che cogliamo l’occasione di ricordare anche attraverso le reazioni e le inquietudini che in lui – uomo delle istituzioni, ma anche appassionato di politica estera e relazioni internazionali – erano state scatenate da un evento così cruciale per la storia contemporanea.

Cosa rappresentarono per Lei – soprannominata ‘la bolscevica’ da suo padre – e per la sua famiglia, quindi, anche per l’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, l’ammainamento della bandiera dell’URSS sul tetto del Cremlino e, ancor prima, il crollo del Muro di Berlino?
Con il Muro di Berlino noi figli avevamo una certa dimestichezza perché mio padre, poco dopo la sua costruzione, aveva fatto una visita in Germania Ovest e aveva filmato tutto il muro. Allora, noi ci ricordiamo questo filmino che riprendeva tutto il muro che, quindi, ci è rimasto molto impresso, anche perché mio padre parlava spesso di Checkpoint Charlie, il passaggio tra Est e Ovest. In questo senso, diciamo che la divisione tra Est e Ovest, la Guerra Fredda, ha sempre fatto parte della nostra vita, è stata sempre molto presente. Mi ricordo, per esempio, una partita di calcio, credo del ‘68, che noi figli stavamo vedendo in tv quando entra mio padre che, ridendo, entra gridando il tifo per la Germania Est. Non so perché, ma la divisione tra Est e Ovest era una cosa che raccontava spesso, evidentemente l’aveva molto colpito vedere il Muro. Quando cominciarono a distruggerlo, era presente in tutti noi il ricordo di quello che ci raccontavano che accadeva a Berlino Est.
Cosa provò suo padre nell’assistere al crollo, anche così rapido, dell’URSS: da una parte, ci sarà stata la gioia per il prevalere dell’Occidente, ma dall’altra si chiudeva un’epoca per la politica internazionale ed italiana. 
È nota la sua posizione NATO, la sua posizione filo-americana e questo ha sempre influito molto nei discorsi che faceva e anche nel modo in cui ci ha cresciuto. Ma questo non gli ha impedito di avere un certo fascino per l’Unione Sovietica. Mi ricordo, addirittura, che una volta mi disse ‘Se non fossi stato cattolico, sarei stato comunista”, cosa che, io, per la verità, non ho mai creduto. Era sicuramente molto preoccupato una caduta dell’URSS così repentina, ma anche così inaspettata perché sappiamo che, pur essendo avvenuta in poco tempo, era stata preceduta da grandi cambiamenti messi in campo da Gorbacëv, con cui mio padre aveva stretto un bellissimo rapporto, che poi si sarebbe mantenuto anche dopo.
Giovanni Paolo II era convinto che Gorbacëv fosse un uomo dai saldi principi, pronto a difenderli anche a scapito delle conseguenze. Come lo vedeva, invece, suo padre?
Anche mio padre era convinto che Gorbacev fosse una persona seria, che credeva in ciò che stava facendo. Lo stimava molto. Questo crollo repentino dell’Unione Sovietica – che, comunque, non era in condizioni prospere – lo preoccupava molto perché con la fine della contrapposizione tra Est e Ovest, il futuro del mondo non sarebbe stato così roseo come tutti, in fondo, si aspettavano dopo la fine dell’URSS. In quella fase, i rapporti tra Russia e America sembravano idilliaci, si parlava di ‘fine della storia’.
Si è aperta una stagione di ‘disordine mondiale’, si potrebbe dire. Tornando indietro, una delle cause del crollo dell’Unione Sovietica – a detta di molti storici – fu la corsa agli armamenti innescata, negli anni ‘80, dall’amministrazione Reagan, con le ‘guerre stellari’, ma anche in ambito NATO con l’approvazione – qualche anno prima, con Jimmy Carter alla Casa Bianca – da parte del governo tedesco guidato dal Cancelliere Helmut Schmidt e quello italiano presieduto da suo padre dello schieramento dei cosiddetti ‘euromissili’ che dovevano controbilanciare gli SS-20 schierati da Mosca nell’Est Europa. Si era reso conto di essere divenuto protagonista di una svolta decisiva?
Sì, la sua scelta, che era poi quella dell’Italia, era dettata proprio dalla sua visione atlantica e della convinzione che i valori dell’Occidente dovessero comunque prevalere. 
Ha sempre rivendicato quella scelta? 
Assolutamente sì, l’ha sempre rivendicata convintamente come la scelta giusta da fare in quel momento storico. Così come ha sempre rivendicato, come una medaglia al petto, l’operazione Gladio.
In quella fase, peraltro, strinse rapporti personali di stima reciproca sia con Schmidt che con Margareth Thatcher. 
Esattamente, sono stati i suoi compagni di viaggio in quegli anni: mi ricordo meno dei momenti con Schmidt, ma sicuramente con la Signora Thatcher ebbe una (quasi) amicizia che continuò anche dopo. Quelle, dunque, sono state scelte meditate e fatte con la più grande convinzione è in compagna di due leader con cui condivideva  una certa visione del mondo, per cui tutto il sistema valoriale dell’Occidente era quello ‘giusto’, quello che doveva trionfare.
Suo padre non ha mai nascosto la sua profonda ammirazione nei confronti di Giovanni Paolo II, non solo come leader religioso, ma anche politico, cruciale nel crollo del comunismo. Cosa pensava, invece, dei Presidenti USA Ronald Reagan e del successore Bush senior?
Di Reagan, devo dire la verità, non l’ho mai sentito parlare molto, mentre di Schmidt e della Signora Thatcher sì e con grandissima stima e rispetto. Tra l’altro, il suo rapporto con la Thatcher continuò anche dopo, con Schmidt non ricordo. Io stessa, quando lavoravo con mio padre, ho avuto modo di conoscere la Thatcher perché quando veniva in Italia, si vedevano sempre.
A riprova di ciò, la Thatcher volle che fosse insignito delle più alte onorificenze cavalleresche britanniche e fu l’unico italiano ad essere invitato alle celebrazioni per gli 80 anni della Signora di Ferro. 
Sì, onorificenze che, quando mio padre è mancato, dovemmo restituire. Quando si trovava sulla stessa lunghezza d’onda con le persone e con i leader con cui aveva avuto a che fare, lui ne parlava moltissimo anche a casa, raccontando quello che avevano fatto, quello che si erano detti.
Il tentativo di riforma – politica ed economica – dell’URSS è come se fosse scappato di mano a Gorbacëv. Personalmente, cosa ne pensa? E cosa ne pensava suo padre?
Sinceramente, l’idea di mio padre su questo tema non la conosco benissimo. Se non ricordo male, lui spesso diceva che l’Unione Sovietica era arrivata ad un tale punto di criticità per cui, nonostante tutti i tentativi di riforma di Gorbacëv, non sarebbe stata possibile la sopravvivenza. Io personalmente, che in quel periodo non mi occupavo di Unione Sovietica, mi rendevo conto che c’erano dei problemi interni, anche perché ho sempre dato grande peso al cosiddetto ‘fattore umano’: quando una grande potenza non ha più l’appoggio emotivo della popolazione, non ce la può fare ad andare avanti.
In altri termini, il comunismo si era ‘spento’?
Esattamente, si era spento.
Questo anche perché aveva mostrato la corda nella realtà quotidiana, con l’economia in grave affanno?
L’economia era a terra e, quindi, ad un certo punto, l’ideologia e la sua realizzazione avevano mostrato di non aver funzionato.
Cernobyl fu emblematico perché fece rendere conto ai sovietici, ma anche all’Occidente delle debolezze del sistema comunista.
Penso che nella contrapposizione della Guerra Fredda, trovo che sia stata molto importante la narrazione che i due Paesi, i due sistemi davano di loro stessi e del nemico: quindi, penso che ci fosse un’esagerazione nel come veniva presentata l’Unione Sovietica da parte dell’Occidente e, viceversa, nel come l’Occidente era tratteggiato dall’URSS. Non credo, tuttavia, che i leader occidentali non sapessero cosa stesse accadendo in URSS, però certamente questa rappresentazione di enorme grandezza e di forza globale, non ha tenuto conto poi di quello che accadeva tutti giorni quando la gente andava a comprare il latte. E come fai a sopravvivere.
Nell’agosto ‘91, ci un tentativo di golpe orchestrato dalla ‘banda degli otto’, membri dell’establishment sovietico, contro Gorbacev il quale, anche in anni recenti, parla dei ‘tradimenti’ come di una delle cause del suo fallimento. In quel frangente, peraltro, ad emergere fu la figura di Boris Eltsin, ritratto nella famosa foto sul carro armato, che di fatto si oppose al colpo di Stato. 
Nei momenti di ‘decadenza’ di una civiltà, è forse anche normale che ci siano questi tentativi di fermare il tempo, di riproporre sia all’esterno che all’interno quella grande forza che, in realtà, non c’è più.
Contestualmente, sempre in quei mesi, tornarono a galla i nazionalismi delle Repubbliche sovietiche, accelerando la dissoluzione. Era possibile fermare quelle rivendicazioni?
Non si potevano assolutamente respingere, ma anche perché per tenere unito un impero così esteso con tante etnie, tante culture e tanti sentimenti nazionalistici diversi, era impossibile tenerli insieme a fronte del crollo del potere centrale. Questo accade spesso con la fine dei grandi imperi.
La Guerra Fredda, come sappiamo, è stata anche guerra di spionaggio, di spie. Per questi temi – di cui si è naturalmente dovuto occupare per i diversi incarichi che ha ricoperto – Suo padre non ha mai nascosto una certa passione, ma, caduta l’URSS, spinse a più riprese per una radicale modifica dell’approccio italiano a questa materia. Cosa secondo lui non andava più?
Pur non avendo mai approfondito con lui il tema, credo sinceramente che avesse questa percezione forte che, con la fine della Guerra Fredda, non solo sarebbero cambiati gli equilibri mondiali, ma anche il modo di fare politica internazionale e, di conseguenza, come la storia ci avrebbe dimostrato, anche il modo di fare la spia non sarebbe stato più lo stesso. Del resto è anche una cosa, se vogliamo, intuitiva: se il mondo cambia, le relazioni cambiano, anche i metodi spionistici devono cambiare.
Tra l’altro, fu tra i primi in Italia ad intuire l’importanza, anche nella sfera dell’intelligence, delle nuove tecnologie, della rete. E oggi sappiamo quanta ragione avesse. 
Mio padre ha sempre mostrato un grande interesse per le questioni tecnologiche. Non ricordo neanche più quanti telefonini e quanti computer avesse, ma che non utilizzava per scrivere le cose importanti, per le quali preferiva scrivere a mano. Data la sua nota passione per l’intelligence, avrà di certo intuito che tutte le nuove tecnologie potessero diventare delle nuove modalità di spionaggio.
Molti commentatori della politica italiana, in riferimento al settennato di Francesco Cossiga, sono soliti distinguere due fasi: i primi cinque anni di ‘moderazione’, gli ultimi due anni di ‘esternazioni’ polemiche, le cosiddette ‘picconate’. È la Caduta del Muro di Berlino lo spartiacque? La sensazione dell’’uomo che vide oltre il Muro’ era l’aria era cambiata e la classe politica doveva muoversi?
Lui ad un certo punto si era reso conto che la storia era cambiata e che l’Italia rischiava di rimanere indietro. Non c’era ancora una visione del post-Guerra Fredda.
La fine della Guerra Fredda e i primi anni ‘90 furono lo sfondo, in Italia, della fine della Prima Repubblica e di Tangentopoli. 
La bufera ha sicuramente colpito con maggiore veemenza i partiti che erano stati al governo. Quello che criticava mio padre era come era andata Mani Pulite, il giustizialismo. Non ha mai mancato il suo sostegno a Craxi perché ha sempre considerato il giustizialismo una grave ‘macchia’ per l’Italia: le cose dovevano cambiare, ma non in quel modo o con quella che lui definiva l’’arroganza dei magistrati’ nei confronti dei politici.
Un’altra ‘critica’ che suo padre spesso muoveva – anche dopo la fine del suo mandato al Quirinale – alla classe politica italiana riguardava la politica estera: se durante la Guerra Fredda non aveva una politica estera propria in quanto era quella degli Stati Uniti e della NATO, l’Italia non l’aveva sviluppata neanche in seguito. Come dargli torto, alla luce anche di quanto avvenuto in seguito. 
Certo, questa critica si accompagnava alla delusione che nutriva nei confronti della classe politica ed anche verso alcuni suoi compagni di partito. Motivo che poi lo spinse a lasciare la DC. Forse lo dico perché sono sua figlia, ma lui aveva una visione non solo della politica italiana, ma anche di quella internazionale un po’ più ampia ed un po’ a più lungo termine di quella assunta dall’Italia. Penso si possa dire che l’Italia abbia perso moltissimo in termini di standing internazionale e, forse, questa era una cosa che lui percepiva e che lo addolorava enormemente.
Anche perché, dal Quirinale, poteva fare ben poco.
Non ha mai nascosto che gli avesse fatto piacere coronare la sua carriera con il Quirinale, ma penso che un po’ gli andasse stretto quello che, secondo la nostra Costituzione, è il ruolo del Presidente della Repubblica, che non può fare più di tanto. E sicuramente gli è dispiaciuto non essere mai diventato Ministro degli Esteri.
La politica estera era di sicuro un’altra materia di cui era molto appassionato.
Era un grande appassionato di politica estera: conosceva benissimo la storia della Gran Bretagna, della Germania, della Francia, degli Stati Uniti.
Ritornando alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, ammainata la bandiera rossa e finita l’era Gorbacev, iniziò l’era di Boris Eltsin, alla guida della Russia. A molti dava l’impressione di un leader debole, anche perché spesso ‘alticcio’. A Lei e a suo padre?
In quel periodo, personalmente, mi occupavo più di antropologia che di geopolitica: a pelle, mi appariva un leader molto debole e che, pur avendo una grande idea dell’Unione Sovietica del passato, non poteva risolvere i problemi contingenti. E mio padre, che aveva grande stima per Gorbacëv, non lo vedeva come il possibile salvatore della Russia. Penso che avesse la percezione che l’URSS e quel comunismo fosse finito.
Proprio in quel momento, muovono i primi passi i cosiddetti ‘oligarchi’, che fanno man bassa di molta parte di quella che era l’industria sovietica e che arriveranno ad avere un potere che solo Putin riuscirà a ‘domare’. Che idea si è fatta del Presidente russo che ha detto più volte di considerare una ‘tragedia’ la caduta dell’URSS? 
Putin era nel KGB quindi non è che fosse lontano dal centro di potere sovietico. Io credo che in tutta la storia della Russia, dagli zar ad oggi, forse anche durante il comunismo che doveva essere internazionalista, non è mai stata accantonata l’idea della ‘Grande Madre Russia’ e continua ad essere lì.
Il cosiddetto ‘orgoglio russo’.
Esattamente, l’orgoglio di essere russo.
Un sentimento diffuso nella popolazione russa e che Putin sa ben interpretare e intercettare. 
Sì, questo lo credo fortemente. Che poi a questo orgoglio russo si colleghino altre problematiche è altrettanto vero. Quindi, l’amore per il capo non può basarsi solo sul sentimento di orgoglio russo.
Secondo un sondaggio del Levada Center di Mosca, il 49% degli intervistati preferirebbe tornare al sistema sovietico. Si tratta di nostalgia? Quanto c’è dell’homo sovieticus nell’homo russus attuale? 
Io invertirei la domanda e mi chiederei quanto l’homo sovieticus avesse conservato dell’homo russus: non vedrei tanto la nostalgia per quella che era l’Unione Sovietica, quanto piuttosto per quella che era la potenza russa.
Da questo punto di vista, allora, si potrebbe dire che l’URSS non è mai morta e continua a vivere, sotto altra forma, nella Russia?
Secondo me, sì. C’è ancora molto di sovietico nella Russia e nella sua volontà di influenzare quelle che erano le Repubbliche sovietiche e che poi sono diventate indipendenti.
Un pericoloso scricchiolio per l’unità della Russia fu poi la guerra in Cecenia, sulla quale Putin usò il pugno duro, forse l’unica scelta possibile per il neo-Presidente russo. 
Sicuramente dal punto di vista di Putin, era così. La detonazione della Cecenia poteva essere certamente dirompente per la Russia e, quindi, dal suo punto di vista, l’unica cosa da fare era quella che ha fatto.
Negli anni successivi, la Georgia, prima, l’Ucraina, poi, anche nelle ultime settimane, sono diventate ragioni di attrito tra la Russia e la NATO. La questione etnica è così cruciale per spiegarle?
La parola ‘etnia’ viene spesso usata malamente, ma l’idea di fondo è molto simile a quella del ‘nazionalismo’: nella storia, si è spesso arrivati ad usare la propria appartenenza etnica, anche talvolta inventata, per dirimere questioni politiche, di indipendenza o di autonomia. Le questioni etniche di cui si parla adesso, spesso, sono addirittura inventate come nel caso del Rwanda . La questione delle ex Repubbliche sovietiche aveva visto il riemergere della voglia di indipendenza – anche perché l’unione era stata mantenuta anche con la violenza – però, mi sembra, che alcune Repubbliche abbiano usufruito della questione etnica e nazionalista anche per un certo tipo di storia che avevano con l’Unione Sovietica: se prendiamo l’Ucraina e ricordiamo cosa fece Stalin a quel Paese, è impossibile che Kiev possa vedere di buon occhio di essere controllata dalla Russia.
Di contro, si può dire che anche la Russia strumentalizzi la questione etnico-linguistica.
Certamente. Quello che è successo nel tempo, soprattutto con la globalizzazione, è che queste differenze etniche, linguistiche e religiose, a volte, sono diventate molto più marcate perché impaurite dalla possibilità di perder la loro identità.
Putin, anche ieri, ha ribadito che è la NATO a minacciare la Russia, avvicinandosi sempre di più ai suoi confini. 
Qui c’è il gioco delle parti ed entrambe sfruttano i propri argomenti: Putin sfrutta l’argomento etnico e, tra l’altro, la difesa delle minoranze etniche è una bandiera dell’Occidente. E, quindi, Putin per andare contro la NATO e l’Occidente – la divisione Est e Ovest non è mai finita – molto abile a sfruttare questo argomento ‘occidentale’, anche di fronte alla propria cittadinanza.
La critica che molti osservatori fanno all’Occidente, Stati Uniti in primis, è quella di essersi illuso, con la fine dell’URSS, che la storia fosse finita e che la democrazia avesse vinto per sempre, divenendo ‘arrogante’ con l’allargamento della NATO ad est e con la sottovalutazione della Russia a potenza regionale. Lei che ne pensa?
Non lo credo in questa ottica, anche se è vero che talvolta l’Occidente è arrogante. Più che ‘arroganza’ mi sembra un non voler aver visto che quei Paesi che sono entrati, attraverso allargamenti repentini, nell’UE e nella NATO – con l’illusione che fossimo tutti diventati democratici – in realtà avessero una cultura dell’autoritarismo talmente forte da non credere che potessero diventare da un giorno all’altro democratici, come sono democratici gli Stati Uniti dalla fine del ‘700.  Questo è stato l’errore dell’Occidente e, attualmente, vediamo come anche all’interno dell’UE ci siano esempi come la Polonia o l’Ungheria. Pretendere che Paesi che, per lungo tempo, sono stati governati in un certo modo, mi sembra un’ingenuità imperdonabile.
Un altro importante colpo all’URSS fu l’apertura di Nixon e Kissinger alla Cina. La stupisce vedere, oggi, la Cina e la Russia molto vicine? È solo una questione tattica? O c’è qualcosa in più che, come ha ribadito a più riprese Biden, riguarda la condivisione di valori non democratici?
Da quando non c’è più la Guerra Fredda, cioè i due blocchi, le potenze non sono più due è sicuramente sia la Cina sia la Russia hanno interesse a dar fastidio a quello che continua ad essere l’Occidente. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, si è ricreata la Russia con tutti i suoi satelliti – perché molti Paesi, specialmente nel Caucaso, sono nella scia russa – e questa alleanza con la Cina è contro l’Occidente. La questione democratica, che Biden, ultimamente, ha molto preso a cuore, anche nei confronti di Paesi alleati, è tornata al centro degli interessi statunitensi perché ci si è resi conto che la democrazia, come l’abbiamo conosciuta finora, vacilla parecchio. Credo che gli Stati Uniti siano molto spaventati anche per quello che è successo a casa loro, con tutto il periodo dell’amministrazione Trump, conclusasi con l’assalto a Capitol Hill. Negli Stati Uniti, il terrorismo interno è diventato, improvvisamente, un problema enorme. Studiando approfonditamente l’estremismo di destra e, in speciale modo, quello statunitense, qualche domanda da porsi c’è.
Perché è diffusa, tra l’estrema destra, la simpatia e la stima per Putin?
Perché un leader autoritario, perché fa vedere che decide e sistema tutto lui.
E non manca il richiamo che Putin fa alla religione, all’ortodossia. Paradossale, ma forse neanche troppo, per il Paese patria del socialismo reale, dell’ateismo…
Esatto. Il richiamo alla Chiesa ortodossa russa è divenuta il centro della politica russa. Ma anche qui, Putin ha saputo cogliere l’onda dei tempi: quelli che possiamo chiamare ‘fondamentalismi religiosi’ fanno molta presa perché è una questione identitaria, che ti dà una radice. I cosiddetti ‘populismi di destra’, che vediamo anche in Europa, si rifanno molto alle radici cristiane, anche se poi il loro cristianesimo è qualcosa di ben diverso, ad esempio, dal cattolicesimo in Italia, ma, insieme al nazionalismo, è patria.
Si sente spesso, soprattutto negli ultimi anni, parlare di nuovo di Guerra Fredda a proposito delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. È corretto parlarne in questi termini?
No, perché c’è anche una terza potenza che è la Russia. Quindi, non parlerei di Guerra Fredda, almeno nel senso in cui veniva intesa un tempo. Va detto, però, che anche i governi degli Stati democratici continuano ad avere difficoltà a non vedere il mondo non più diviso in due.
Ci sono delle lezioni che la Cina ha appreso o dovrebbe apprendere dalla caduta dell’URSS per non commettere gli stessi passi falsi o, in fondo, non ne ha bisogno perché è qualcos’altro?
Secondo me, è un’altra cosa, un’altra storia. Di sicuro, il Partito Comunista Cinese è riuscito a fare una metamorfosi incredibile. Chissà, forse anche vedendo gli errori commessi dall’Unione Sovietica. Il fatto che ci fossero, in entrambi le realtà, due partiti comunisti cinesi, non basta ad equiparare le due storie.
In conclusione, si è mai chiesto cosa penserebbe suo padre di Mario Draghi al Quirinale, viste le feroci critiche che gli rivolse al tempo?
Dato che mio padre era un uomo fortemente legato al suo Paese e alle istituzioni, lo avrebbe visto bene al Quirinale.

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