sabato, Ottobre 16

Urbanizzazione, le paure di Hong Kong Polemiche sul nuovo piano edilizio: rischi ambientali e integrazione forzata con la Cina

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Hong Kong to raise transaction tax on homes selling for more than 20 million HK dollars

Davanti al molo di Tsim Sha Tsui, tra gli shopping mall e le vetrine dei marchi del lusso europeo, gli attivisti del movimento ‘Occupy Central’ espongono striscioni per chiedere a Pechino di rispettare la promessa che entro il 2017 si possano tenere, a Hong Kong, elezioni a suffragio universale per la scelta dello Chief-Executive, come si chiama il capo del Governo della Regione Amministrativa Speciale. Invece, dalla parte opposta dell’ex-colonia britannica, a ridosso del confine con la Cina continentale, la resistenza all’amministrazione di CY Leung ha il volto dei lavoratori agricoli che temono, da un giorno all’altro, l’arrivo dei funzionari e delle ruspe pronte a demolire case e a espropriare terreni.

Sono le prime, inevitabili conseguenze dell’ambizioso piano di sviluppo edilizio nei Nuovi Territori di Nord-Est che prevede la costruzione di 60.700 nuovi appartamenti nei soli distretti di Kwu Tung North e Fanling North. Ma le 700 famiglie residenti nella Comunità di Mapopo non ne vogliono proprio sentir parlare. Spiega al ‘Hong Kong Magazine’ Cho Kai-kai, una delle animatrici delle proteste: «ciò che vogliamo dire al pubblico è che noi non ci opponiamo allo sviluppo, vogliamo solo uno sviluppo migliore».

Difficile farlo capire al Governo. Secondo gli ambientalisti, a essere a rischio sono soprattutto i villaggi – come la Comunità di Mopopo – che sono sorti, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, in modo informale e senza adeguate autorizzazioni, vicino agli ultimi campi di canna da zucchero dell’ex colonia britannica. Così, oggi, a rischio sfratto sono tra i seimila e i diecimila coltivatori di prodotti biologici che l’amministrazione di Hong Kong considera degli abusivi, cui non riconosce alcuna forma di indennizzo economico.

L’idea di lanciare colossali piani di urbanizzazione nei Nuovi Territori non è certo una novità. E’ noto che Hong Kong – con una densità abitativa tra le più alte al mondo – soffra l’endemica penuria di abitazioni, gli affitti alle stelle e l’alto costo dei terreni, così che già alla fine degli anni ’90, Tung Chee Hwa aveva ventilato l’idea di sviluppare le aree agricole nord-orientali del Porto Profumato per far fronte alle stime di crescita della popolazione. Ma, anni dopo, quelle proiezioni si rivelarono fallaci e del piano non se ne fece niente. Poi, nel 2007, Donald Tsang ha ripreso e allargato il progetto, lanciando l’Hong Kong 2030 Planning Vision e Strategy: un robusto piano di edilizia privata e popolare. Ma è solo nel 2012, nei giorni della campagna elettorale di CY Leung, che «garantire oltre 400.000 nuovi appartamenti entro i prossimi dieci anni» è diventato una specie di mantra.

Se per il momento l’urbanizzazione dei distretti di Ping Che e di Ta Kwu è stata rinviata, a Kwu Tung e Fanling North – polmoni verdi di tre chilometri quadrati – i lavori dovrebbero iniziare nel 2018 e si prevede di trasferirvi 174.900 nuovi inquilini entro 2022. «Le due nuove città saranno cruciali per far fronte all’emergenza abitativa in futuro» dichiarava soddisfatto, lo scorso luglio, il Segretario allo Sviluppo Paul Chan, «soprattutto per l’edilizia popolare». E come promesso, per far fronte agli alti costi degli affitti per la popolazione più povera di Hong Kong, nei Nuovi Territori la percentuale di edilizia popolare dovrebbe salire al 60%.

Una buona notizia? Non tutti ne sembrano convinti. Secondo alcuni urbanisti ci sarà l’effetto di una cattedrale nel deserto. Infatti, nella zona dei Nuovi Territori di Nord-Est saranno creati solo 37.000 posti di lavoro – contro gli oltre 52.000 previsti nelle precedenti versioni del piano – e questo comporterà che i nuovi residenti saranno costretti ad affrontare un viaggio di oltre un’ora verso Kowloon e Central, così ulteriormente sovraccaricando i costosi mezzi di trasporto pubblico di Hong Kong. Anche se è stato sempre Paul Chan a rassicurare che «il piano prevede che l’80% della popolazione dei Nuovi Territori di Nord-Est dovrà vivere in un raggio di 500 metri dalla più vicina fermata della ferrovia urbana o un punto d’interscambio del trasporto pubblico».

Però sull’enorme cantiere aleggia anche lo spettro di un progetto simile realizzato negli anni ’90: Tin Shui Wai. Nota a Hong Kong come la ‘Città della Tristezza’. Uno squallido quartiere dormitorio, senza servizi e infrastrutture, dove si registra un tasso di esclusione sociale, suicidi, violenza domestica tra i più alti del Porto Profumato e dove otto residenti su dieci vive con una qualche forma di sussidio.

Tuttavia, per il momento, il Governo di Hong Kong ostenta sicurezza e per bocca di K.K. Ling, direttore dell’ufficio per la pianificazione della regione amministrativa speciale, rassicura dalle colonne del ‘South China Morning Post che «il nuovo piano sarà rispettoso della natura e prevederà una forte integrazione tra aree rurali e aree urbane».

Forse. Al momento l’unica certezza è che il progetto edilizio dei Nuovi Territori di Nord-Est comporterà l’inevitabile perdita di decine di ettari di terre coltivate. Secondo il ‘Hong Kong Magazine’, a sentire un consulente del Governo «sarebbero circa 22 gli ettari di terra coltivata ad essere coinvolti nel piano». Stime che però, dicono gli ambientalisti, non tengono conto dei terreni potenzialmente fertili, che «porterebbe a quasi cento gli ettari di terra coltivabile a rischio». Un piccolo tesoro. Infatti, la produzione agricola delle comunità del Nuovi Territori rappresenta l’ultimo miraggio di auto-sussistenza alimentare per l’ex colonia britannica. Già oggi il 97-98% dei prodotti agricoli consumati ad Hong Kong viene importato dall’estero. Soprattutto dalla Cina continentale.

Altri mettono in dubbio la stessa utilità del piano. L’amministrazione di CY Leung ha sempre giustificato il piano con l’urgenza di dotare Hong Kong di migliaia di nuove unità abitative per far fronte alle proiezioni di crescita della popolazione. Le stime rese pubbliche dal Governo prevedono che agli attuali sette milioni di abitanti, nei prossimi 30 anni, se ne aggiungerà un altro milione e mezzo. Tuttavia, secondo altri demografi, anche queste stime sarebbero gonfiate. E considerando il trend di crescita a ‘zero-virgola’ dell’ex-colonia britannica, un simile l’aumento della popolazione potrebbe venire essenzialmente da una migrazione di massa dalla Cina continentale.

«Ma perché costruire così a ridosso del confine con la Repubblica Popolare?», si chiede l’analista Albert Cheng, in un editoriale sul ‘South China Morning Post’. E’ infatti noto che, fin dall’approvazione del dodicesimo ‘Piano Quinquennale’, le autorità di Pechino abbiano sempre posto l’accento sullo sviluppo congiunto e integrato tra Hong Kong e Shenzhen, tra la Regione Amministrativa Speciale e la Cina continentale. Così che il piano edilizio nei Nuovi Territori sembra essere il passaggio obbligato verso la piena messa a punto del Piano di Sviluppo del Delta del Fiume delle Perle. Un progetto ambizioso che vorrebbe favorire l’integrazione economica e sociale dell’intera area compresa tra la provincia del Guangdong e il Porto Profumato. Nei piani della leadership cinesi – che procedono ancora a rilento – si prevedono collegamenti ferroviari diretti tra la Cina continentale e l’ex colonia britannica, la fornitura di elettricità ad Hong Kong dagli impianti nucleari di Canton, facilitazioni sui visti per consentire scambi di lavoratori e studenti. Insomma, ancora una volta, la vera paura è che dietro i piani edilizi sulle colline dei Nuovi Territori, si possa nascondere la perdita della tradizionale unicità di Hong Kong.

 

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