sabato, Ottobre 16

‘Uomini contro carbone’: la storia dei minatori italiani in Belgio

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Bruxelles – Sono state numerose, in Belgio, le iniziative per ricordare la firma del Protocollo di Emigrazione, del 23 giugno 1946 con cui l’Italia, dopo la fine della seconda guerra mondiale, inviò circa 200.000 operai a lavorare nelle miniere di carbone del Belgio. ‘Uomini contro carbone’, operai italiani nelle miniere del Belgio: questo, in estrema sintesi, l’intesa tra i due Paesi.

L’accordo fu interrotto dieci anni dopo, in seguito alla catastrofe di Marcinelle, dove morirono 262 minatori, 136 dei quali erano italiani. La vicenda e le storie di 150 minatori raccolte sono stati raccontati in un libro, ‘… per un sacco di carbone’, pubblicato dalle Acli in occasione del 50esimo anniversario dell’accordo. Allora l’evento fu oggetto di scarso interesse in Italia. In Belgio se ne parlò, ma quasi soltanto negli ambienti dei lavoratori stessi e nelle città minerarie del Belgio: la miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, dove era avvenuta la catastrofe l’8 agosto 1956 era destinata a diventare un supermercato per cancellare il ricordo di un’epoca in cui il Paese la zona veniva chiamata ‘le pays noir’. Una battaglia condotta dai minatori e da alcuni giornalisti (compresa la sottoscritta) decisi a conservare la memoria di una vicenda importante anche per la storia italiana che è stata coronata da successo.

Nel 2004 quello che restava della miniera del Bois du Cazier è stato trasformato in museo per ricordare la tragedia, affinché la memoria di una ‘epopea’ di lavoro e di sangue non venisse cancellata. Ora il museo del Bois du Cazier è stato dichiarato dall’Unesco monumento di interesse storico per tutta l’umanità grazie al suo alto valore simbolico.

 

L’antefatto, l’economia e la politica

Due anni dopo la firma del Protocollo di Emigrazione italo-belga del 23 giugno 1946 – che ha aperto la strada all’invio di operai italiani nelle miniere belghe in cambio di un corrispettivo quantitativo di carbone da vendere all’Italia in base alle quantità di carbone estratto dagli italiani – i documenti ufficiali già fanno il punto sullo stato dell’accordo e sulle eventuali deficienze da rettificare. In un estratto di nota verbale al Ministero degli Affari Esteri, Direzione Emigrazione (la N. 3455/1512, 9960/C.9/2 del 23 dicembre 1948), vengono indicati il numero dei lavoratori stranieri presenti in Belgio in generale e degli italiani in particolare. «Per quanto ci riguarda», si legge nella nota, «la collettività italiana da circa 24.000 connazionali qui residenti prima della guerra, è salita alla fine del 1948 a circa 100.000 unità soprattutto per l’emigrazione in base agli accordi italo-belgi dei minatori e delle loro famiglie».

Ma una crisi economica si delinea verso la metà del 1948 anche in Belgio che subito dopo la liberazione si era trovato nell’invidiabile posizione di «aver conservato quasi intatta la sua attrezzatura industriale»,  e di poter, quindi, «accogliere un forte contingente di stranieri di ogni categoria».  Secondo le statistiche belghe, prosegue il documento italiano, «sono presenti in Belgio circa 500.000 stranieri di cui circa 200.000 lavoratori su una popolazione complessiva di 8 milioni e mezzo di abitanti».

La crisi economica era in agguato anche in Belgio che nell’immediato dopoguerra aveva lanciato l’appello ai suoi lavoratori e a quelli di altri Paesi europei a unirsi per combattere insieme labattaglia del carbone’. Una battaglia che sembrava difficile vincere a causa della «crisi in diversi settori industriali con il numero di disoccupati parziali e totali che aumentava  fino a raggiungere quasi le 200.mila unità, corrispondenti quasi al numero dei lavoratori stranieri», presenti nel Paese. Cosa fare allora? Interrompere gli accordi con l’Italia?  «Preoccupato per tale nuova situazione, il Governo belga, secondo i voti espressi dal Comitato Nazionale del Lavoro, ha posto allo studio il problema e alcuni mesi or sono ha costituito una Commissione Tripartita della mano d’opera straniera che, dopo aver tenuto una serie di riunioni, ha suggerito l’adozione di provvedimenti restrittivi».

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