martedì, Maggio 11

Uno scienziato al Pentagono

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Le indiscrezioni sono state confermate. L’attuale numero due del Pentagono, Ashton Carter è stato nominato il nuovo Segretario alla Difesa americana, in sostituzione del dimissionario Chuck Hagel. Fisico teorico, accademico del Mit prima ancora che consulente di Bill Clinton e, sotto la Presidenza di Barack Obama, mente della ristrutturazione del Pentagono, il 60enne Carter è un tecnocrate stimato di superare, senza difficoltà, il voto necessario del Senato, a maggioranza repubblicana.

Diversi parlamentari dell’opposizione gli hanno espresso pubblicamente appoggio e, come responsabile della Difesa, dovrà sbrogliare la matassa delle alleanze nella guerra in Siria e nella lotta al terrorisminternazionale: un tema che ha diviso anziché unire, negli anni passati, lo staff della Casa Bianca e l’apparato del Pentagono. Fino al passo indietro di Hagel.

L’allarme per i combattenti stranieri dell’ISIS (Stato islamico di Iraq e Siria) è al momento più alto in Europa che negli Usa, dove il numero di partenze è minore. «Il flusso dei foreign fighters non si arresta, anzi è in crescita costante», ha messo in guardia il Coordinatore anti-terrorismo dell’UE Gilles De Kerchove, «dobbiamo muoverci più velocemente». Sia attraverso i controlli alla «piattaforma Internet e dei documenti alle frontiere», sia con un «maggiore impiego di Europol e Eurojust (l’agenzia europea per la cooperazione giudiziaria, ndr), e un impegno rafforzato nei confronti dei Paesi mediterranei, a partire dall’Egitto, ma anche Tunisia, Marocco, Giordania che hanno bisogno di sostegno».

In Germania, da mesi si segue l’aumento allarmante dei giovani tedeschi islamizzati di rientro dalla guerra in Medio Oriente, tra le file dell’ISIS, ed è stata anche pronunciata la prima condanna di un 20enne affiliato. Il Governo spagnolo ha invece approvato oggi una riforma processuale che amplia la possibilità di intercettazioni di comunicazioni telefoniche e telematiche (sms o mail) anche per le indagini di terrorismo.

In Asia, le autorità indiane sono già in allerta per la visita del Capo di Stato americano del 26 gennaio 2015. Mancano ancora due mesi, ma i servizi d’intelligence di New Delhi, ha riportato in esclusiva l”Hindustan Times‘, avrebbero ricevuto informazioni attendibili di un «sensazionale attacco», in coincidenza con l’arrivo di Obama, progettato dai terroristi del gruppo Lashkar e Taiba, basato in Pakistan. Nello Stato indiano di Jammu & Kashmir, tra l’altro, vicino al confine pachistano, alcuni militanti pachistani hanno attaccato un reparto misto di Esercito e Polizia nel distretto di Uri, con un bilancio di 20 morti, alla vigilia di una visita in Kashmir del Premier indiano Narendra Modi.

Gli attacchi dei fondamentalisti islamici sono in preoccupante escalation anche nell’Africa centrale. Dopo settimane di esecuzioni sommarie, gli integralisti somali al Shabaab, affiliati ad al Qaeda, hanno rivendicato «l’abbattimento con un missile» il 4 dicembre scorso, dell’aereo militare keniano a Chisimaio, nel sud della Somalia. Per i militari keniani, il velivolo è invece caduto per un guasto tecnico. In ogni caso, dal Sudan al Mali, dalla Nigeria al Kenya, la fascia del Sahelsi è destabilizzata, dalla caduta, nel 2011, del regime libico di Muammar Gheddafi, dove pure l’estremismo islamico è in drastico aumento. «Forse abbiamo fatto un errore, tre anni fa, intervenendo con i raid della Nato, senza avere in mente il dopo. Oggi la Libia è senza controllo, senza un Governo centrale», ha dichiarato il neo Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, ribadendo il suo sì a un «contributo italiano, non come intervento militare, ma come mantenimento della pace, in un quadro ONU».

Negli Usa comunque, la minaccia di attentati e attacchi alle istituzioni è esterna ma anche interna, a causa del conflitto razziale riesploso, dopo l’omicidio di Ferguson. Nella notte in cui, a Washington, la famiglia Obama al completo addobbava il grande albero di Natale del parco presidenziale, per la cerimonia annuale di rito, a New York migliaia di persone -non solo afroamericane- sfilavano contro le violenze (impunite) della polizia che, nell’agosto scorso, hanno ucciso il 18enne di colore Michael Brown. Nella seconda giornata di proteste, un grande corteo si è radunato, a Manhattan, nella Foley Square, a due passi dal Municipio del Sindaco Bill de Blasiomarciando poi verso il ponte di Brooklyn Bridge, chiuso al traffico. Cortei spontanei si sono formati anche in altri quartieri della Grande Mela, da Harlem a Canal Street, a Chinatown, dove centinaia di persone si sono stese a terra, fingendosi morte. In alcuni momenti si è rischiato il corpo a corpo, come al terminal dei traghetti tra Manhattan a Staten Island, luogo dove morì l’afroamericano Eric Garner, soffocato da un agente: a causa del pressing dei manifestanti, il servizio di navigazione è stato sospeso.

Le manifestazioni sono attese confluire a Times Square, dove si è già radunata una gran folla. La tensione è altissima, dopo una notte con 223 arresti, perché si è diffusa la notizia di un altro afroamericano disarmato, ucciso, lo scorso 3 dicembre, dalla Polizia: il 34enne Rumain Brisbon, a Phoenix, in Arizona. Proteste sono in corso anche in numerose altri città degli Usa: da Orlando (Florida) a Baltimora (Maryland), da Oakland (California) a Seattle (Washington). A Chicago manifestanti e forze dell’ordine si sono scontrati quando la polizia è intervenuta per sgombrare una delle principali arterie cittadine. Cortei stanno sfilando anche nella capitale federale Washington, verso il Congresso di Capitol Hill. Ma la cerimonia natalizia di Obama si è svolta senza problemi.

Nello scacchiere internazionale, gli Usa sono sempre più ai ferri corti con la Russia. E le scintille di Mosca volano ormai anche contro la Francia, stretta alleata degli americani nella lotta all’ISIS -i cacciabombardieri francesi hanno compiuto un massiccio raid in Iraq- e, sempre di più, anche nel disimpegno con il Cremlino. «L’accordo per la consegna di Parigi a Mosca di due navi militari porta-elicotteri Mistral deve essere rispettato rigorosamente», ha tuonato il Ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, in Svizzera per un vertice OSCE. Firmataa nel 2011, la maxi commessa per un valore di 1,2 miliardi di euro è stata congelata dal Governo di François Hollande, a causa della crisi ucraina. «L’abbiamo ordinata, la aspettiamo», ha incalzato anche l’Ambasciatore russo a Parigi Alexander Orlov, alludendo alla prima delle due navi da guerra che la Russia avrebbe voluto prima del 2015.

In Ucraina, a Kiev è esplosa la prima rissa del nuovo Parlamento. E nell’Est, come da routine, si continua a morire: altri sei militari ucraini sono stati uccisi e altri 13 sono rimasti feriti, nelle ultime 24, negli scontri con i separatisti.

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