domenica, Agosto 1

Università: un nuovo reato per chi trucca le carte Si dovrebbe avere il coraggio di chiamare la raccomandazione 'crimine sociale', prevedendo a carico dei responsabili pene detentive e distruzione definitiva di carriere

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Nelle scorse settimane, un giovane cliente, laureato con lode e con una testa di notevole valore, si è cimentato nella selezione per un dottorato di ricerca. Con scarse speranze, in quanto discreto conoscitore del mondo universitario. «Ci provo, mi impegnerò, ma sono posti già assegnati, spero solo di arrivare a ridosso dei vincitori e che qualcuno di loro alle fine rinunci». Così mi diceva, sebbene il suo progetto, che avevo potuto leggere in anteprima, fosse davvero originale e approfondito. Nei giorni successivi avevo ricevuto una mail in cui mi ragguagliava sul numero di candidati, una sessantina, che si sarebbero contesi i sei posti disponibili, ma ciò che lo aveva colpito era il fatto che in commissione ci sarebbero stati esattamente sei docenti, una corrispondenza biunivoca piuttosto sospetta.

Nessuna meraviglia per quanto accaduto nel caso specifico, andato a finire com’è facile immaginare, o in mille e mille altre circostanze, tantomeno per la vicenda che la scorsa settimana si è conclusa, almeno per adesso, con l’arresto di 7 docenti e con alcune decine di indagati. Come dice la teoria della comunicazione, un evento che si ripete non è una notizia, quella la troviamo, semmai, nell’intervento della magistratura e delle forze dell’ordine, quanto mai appropriato, calato come una mannaia sulle sicurezze di chi si riteneva al sicuro, al riparo da ogni insidia.
Mi chiedo, dunque, dove sarebbe la sorpresa, semmai sorprendenti, ipocrite e assolutamente fuori luogo sono quelle litanie che invitano a non generalizzare, aggiungendo che la maggior parte dei docenti sono puliti. La stessa eccezione che viene mossa ogni volta che si parla dei preti pedofili, ricordando che essi sono una minoranza sparuta. A volte tacere sarebbe in trionfo.

Stilare un elenco dei casi di nepotismo e di favoritismo nelle università italiane richiederebbe una pubblicazione lunga come l’enciclopedia britannica e non servirebbe a nulla, anzi, sarebbe peggio, perché a furia di parlare di caste o congreghe del genere, si contribuisce ad assuefare i cittadini, che finiscono per considerare queste patologie della vita sociale come una presenza normale, qualche volta persino utile (almeno fino a quando non ci caschiamo noi).
Allo stesso modo non servirebbe a nulla sognare che le cose si aggiusteranno, perché il sistema si autoalimenta e tutti si adeguano, salvo andare in stallo, almeno temporaneamente, quando un pretendente danneggiato si mette a fare rumore. A Firenze è accaduto proprio questo, uno dei soggetti coinvolti si è risentito denunciando tutti, se le cose gli fossero andate bene forse avrebbe taciuto, non facciamo finta di cadere dalle nuvole. Si tratta di una versione accademica della famigerata violenza degli esclusi. Del resto, la persona da cui sono partite le indagini è un quasi cinquantenne che lavora all’università, avendo superato almeno due livelli di concorsi, vogliamo sperare con pieno merito, ma non possiamo escludere alcunché. Il suo gesto rimane coraggioso, ma l’avremmo apprezzato di più se avesse denunciato il sistema prima di essere colpito personalmente.
Quando cadi dentro il recinto non c’è motivo di lagnarti, ma non potendo premiare sempre tutti i protetti dei vari baroni, il sistema si espone a disavventure come quella di questi giorni, dove l’escluso si è messo di traverso, rifiutando di ritirare la propria candidatura, malgrado la minaccia (mafiosissima) che questo avrebbe significato mettere una pietra tombale sulla propria carriera universitaria.

In un Paese civile l’università dovrebbe rappresentare un contropotere credibile, autorevole, un punto di riferimento per la popolazione. Da noi non è così, forse non lo è mai stato. Perché si possa sperare in un cambiamento sarebbe necessaria una politica capace di avversare queste metodologie, nelle quali invece essa eccelle, anzi, è maestra, così non ci rimane che fidare nella magistratura. Occorre un atto di visionarietà e di coraggio per spezzare questo mortale circolo vizioso, ossia istituire un reato penale specifico, ma spesso politici e docenti universitari fanno parte dello stesso insieme.
Come accadde a Norimberga, dove si creò una nuova fattispecie di reato, il crimine contro l’umanità, qui si dovrebbe avere il coraggio di chiamare la raccomandazionecrimine sociale‘, prevedendo a carico dei responsabili pene detentive e distruzione definitiva di carriere. Bisogna andare oltre, partendo dal presupposto che premiare la contiguità piuttosto che il talento, danneggia gravemente la comunità nazionale, talvolta in modo irrimediabile. Bisogna osare, perché un sapere malato finisce per ammalare lo spirito del Paese e perché il talento, vero e proprio patrimonio collettivo, non può essere sfregiato da uomini che disonorano il privilegio di occupare una cattedra universitaria, comportandosi come delinquenti comuni che migliorano i destini dei servi e affossano le principali risorse della collettività.

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