venerdì, Giugno 18

Università tradizionali vs. università telematiche field_506ffb1d3dbe2

0

 universita-la-sapienza-roma

 

La questione delle università telematiche sta diventano uno dei frequenti casi di mala informazione, capaci di creare nella pubblica opinione atteggiamenti schizofrenici.

Mentre nel nostro Paese c’è più che mai bisogno di creare ‘risorse umane’, cioè giovani laureati nelle diverse discipline, preparati alle sfide planetarie cui siamo di fronte, si ripete l’immagine manzoniana dei polli di Renzo che si beccano l’un l’altro prima di fare tutti quanti una brutta fine.
I polli sono, da una parte, le università tradizionali, che non si preoccupano più di tanto di aver perso in dieci anni 58mila studenti, dall’altra le università telematiche che vengono ‘beccate’ con accuse infamanti. Ma è soprattutto Renzo, quello che li tiene in mano, cioè il Ministero dell’Università e della Ricerca, il responsabile di questo scontro insensato, perché non crea un sistema organico di formazione superiore e pone condizioni che bloccano l’innovazione e lo sviluppo futuro. Quando si chiede a un corso di studi telematico gli stessi requisiti minimi di un corso tradizionale, praticamente lo si condanna a morire o comunque a non evolversi, a non poter quadrare i conti nel rapporto costi-benefici.

L’università telematica fonda le proprie relazioni con gli studenti sui tutor, giovani dottorati e cultori delle vari discipline che li seguono con grande scrupolo proprio attraverso i canali delle tecnologie della comunicazione: e-mail, chat, forum, assegnazione di esercitazioni, correzione di test e di elaborati, fino ad arrivare al faccia a faccia attraverso Skipe e al contatto diretto durante gli esami e l’elaborazione e discussione delle tesi. Ci sono i messaggi che gli studenti  -giovani e meno giovani, spesso anche lavoratori- inviano a siti come skuola.it, i quali testimoniano che questi contatti non hanno nulla di meno e caso mai qualcosa di più di quelli che avvengono nelle aule, nei corridoi e negli studi dei docenti delle università tradizionali durante gli orari di ricevimento, per la verità non sempre scrupolosamente rispettati.

Nell’insegnamento telematico queste relazioni docente-discente sono tracciate con altrettanto scrupolo di un assegno bancario o di un prelevamento da bancomat. E lo studente  -le loro lettere sono eloquenti- non se ne lamenta, anzi, il contrario, sia perché si sente seguito, sia perché attraverso il web può gestire il suo studio in modo flessibile e compatibile con le sue attività. Se ha la forza, la sera, magari dopo una giornata di lavoro di vedersi al computer due lezioni di economia o di estetica, lo fa anche con il piacere di sapere che qualcuno registra i suoi sforzi e vede i suoi progressi.

E se il giorno dopo si rende disponibile per una ‘aula virtuale’, in pratica una videoconferenza con il tutor per rispondere di quanto ha capito e che cosa può fare per progredire, tanto di guadagnato: un altro piccolo passo in avanti, anche questo rigorosamente registrato.

Perché  -parliamoci chiaramente- nessuna istituzione, e tanto meno l’università, può oggi sottrarsi a quello che è stato chiamatolo tsunami digitale’. Non si può pensare che giovani o meno giovani che vivono una loro seconda vita sull’I-Phone, per divertimento e per lavoro, possano ‘tornare indietro’ e concepire una loro formazione solo dentro i banchi di scuola o di università, nei rituali immodificabili del liceo o delle facoltà. I contatti umani restano fondamentali, ma il percorso formativo deve trovare nuove strade più funzionali, più rapide, più efficaci.

E tornando quindi alla fisionomia di questi atenei telematici, vi sembra possibile che si richieda loro di avere, per ogni corso di studi, uno stuolo di docenti in pianta stabile, tra professori ordinari, associali e ricercatori di ruolo? Nella formazione a distanza si può pensare di avere anche Bill Gates che tiene un corso di management dell’informatica, un corso di grandissima utilità e di immenso prestigio  -o comunque tutti i migliori docenti che una Nazione come l’Italia può vantare. Ma una volta che hanno fatto le loro lezioni, hanno impostato il loro corso, hanno formato i loro collaboratori, che sono i tutor che seguono gli studenti, non è immaginabile di inchiodarli vita natural durante a rivedere le proprie lezioni, piuttosto che, in una logica funzionale e di mobilità, poter dedicarsi alla ricerca, andare presso altri atenei italiani e stranieri, tessere una trama di relazioni internazionali.

Bisogna ripensare nel suo complesso l’università del futuro, che  -guarda caso- torna anche alle origini medievali dei ‘professori visitanti’, che già secoli fa significava distribuire il meglio del sapere a tutti e non incapsularlo in una struttura burocratica. Lo tusnami digitale significa anche questo: un volo di fantasia nel riprogettare il sistema formativo del futuro.

Ha scritto uno studente in una chat che mette a confronto le loro opinioni: «Ho una laurea in Ingegneria Elettronica conseguita con lode presso l’Università degli Studi di Palermo. Circa un anno fa ho avuto l’opportunità di entrare nel mondo delle università telematiche. Inizialmente il mio approccio è stato di diffidenza, visti i giudizi che molti danno su questo tipo di università. Successivamente, procedendo nel mio corso di studi di Scienze della Comunicazione, ho avuto modo di verificare l’attenzione con cui lo studente viene seguito durante il suo percorso… Questo dovrebbe essere il modus operandi di chi vuol veramente risolvere i problemi. Criticare un modello di studio senza comprendere che ciò che più conta è l’interpretazione del modello stesso e come questo viene calato sugli studenti non contribuisce a mio avviso a migliorare la qualità del prodotto che gli studenti hanno a disposizione».

Questo studente ha capito quello che ‘i polli di Renzo’ non vogliono capire: che invece di beccarsi a vicenda devono collaborare per creare un vero ‘sistema Italia’ della formazione superiore, con università tradizionali e telematiche in atteggiamento di rispetto reciproco, di dialogo e di collaborazione.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->