mercoledì, Dicembre 8

Università italiana: declino incontrovertibile

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Un sistema tanto chiacchierato, e oggetto di generale indignazione, ma che fino a oggi tutti hanno accettato in obbedienza e silenzio complice. Importante è non fare i nomi e usufruire eventualmente dei vantaggi di questa omertà. Funziona così l’università ha le stesse norme della mafie di oggi.  Chi non sta alle regole, è fuori. Le università italiane sono assenti dai posti alti nelle graduatorie internazionali, sono carrozzoni giganteschi, spesso sull’orlo del fallimento, culturalmente provinciali ed emarginate. Le principali ed evidenti criticità riguardano: la proliferazione dei corsi di laurea, l’insoddisfacente ‘produttività’ degli atenei, la disattenzione verso il mondo del lavoro, il predominio dei ‘baroni’, gli sprechi e le inefficienze nella spesa. 

Il prof. Perotti che da tanto si occupa di queste storture afferma che viviamo ancora nel Medioevo però senza la nobile Cavalleria. In Italia si pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nell’università , cioè i più giovani e motivati, ma c’è una progressione stipendiale velocissima per effetto della sola età, che porta gli stipendi medi e massimi a essere ben superiori a quelli britannici. In Gran Bretagna c’è la possibilità  di retribuire molto le superstar di ciascuna disciplina, il che spiega perché in quel Paese sono maggiori gli stipendi massimi degli ordinari. Ancora più evidente (e sorprendente, data la mitologia sulla povertà  delle ricerca in Italia) è la differenza con il sistema statunitense. Come afferma sempre il prof. Perotti in una sua ricerca sul tema, un ordinario italiano con venticinque anni di servizio può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95% dei professori ordinari americani in università  con corsi di master (cioè tra le migliori, inferiori solo a quelle che hanno corsi di dottorato), indipendentemente dalla sua produzione scientifica. Ma mentre nelle università  americane il rapporto tra lo stipendio tipico degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, in quelle italiane il rapporto tra lo stipendio a fine carriera di un ordinario e quello di ingresso di un ricercatore può arrivare a raggiungere valori di 4,5 a 1. In altre parole: si spendono molte risorse per premiare esclusivamente l´anzianità  di servizio: un assurdo logico. Il problema è che queste risorse sono sottratte ai giovani, che sono tipicamente i ricercatori più motivati e proficui (in molte discipline, soprattutto quelle scientifiche, la produttività  e la originalità  accademica raggiungono infatti un massimo verso i 40-45 anni).

E’ questo un sistema che sembra fatto apposta per allontanare i talenti: sono esattamente coloro che pensano di non potercela fare con le proprie risorse che avranno più incentivo a scegliere una carriera che remunera esclusivamente l’anzianità, una variabile in cui tutti sono egualmente bravi senza nessuno sforzo. I finanziamenti statali agli atenei, distribuiti dal fondo di finanziamento ordinario, sono totalmente indipendenti dalla performance vengono assegnati non su base qualitativa ma quantitativa addirittura in base ai precedenti finanziamenti conferiti . La distribuzione avviene in base a una quantità  di criteri, alcuni semplicemente bizantini ed incredibili. In particolare, qualsiasi tentativo di attribuirne almeno una parte in base alla qualità  delle ricerca è sempre fallito. La qualità  della ricerca non figura tra i parametri in base ai quali assegnare i fondi statali agli atenei e questo è un vero obbrobrio. Come sosteneva Albert Einstein: «l’Università deve essere una cosa viva, una casa dove apprendere e insegnare liberamente, dove lavorare felicemente e fraternamente». L´Università italiana va cambiata prima che sia troppo tardi!

 

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