sabato, Ottobre 16

Università italiana: declino incontrovertibile

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In un Paese come il nostro dove dominano le grandi famiglie, il nepotismo, il favoritismo, il clientelismo e spesso la vera e propria corruzione, richiamare l’idea che i ruoli e le funzioni siano assegnati in base al merito e alla competenza è quasi inconcepibile. Il luogo dove personalmente ho potuto constatare la presenza di tutte queste storture messe insieme è l’università italiana. Questa gloriosa istituzione che sta morendo di nepotismo, di inesistente selezione nel valutare il corpo docente, di mancanza di incentivi alla produzione scientifica, di incapacità nell’individuare prospettive da seguire da parte di chi ha il compito di governarne l’evoluzione.

L’università italiana non produce più nulla, è ferma al palo. In tanti hanno tentato una rivoluzione dell’università, stimolando dibattiti infiniti, nella realtà, alla fine, non è mai cambiato nulla. Siamo di fronte ad una vera e propria sciagura educativa che pesa sul futuro dell’Italia e soprattutto dei suoi giovani. Io ho sempre pensato che una delle soluzioni potesse essere un sistema che elimini i posti a tempo indeterminato in cui ogni ateneo possa chiamare chi vuole (nel rispetto delle regole ovviamente), ma dove chi sbaglia paghi caramente anche con la chiusura dell’ateneo. Occorre un sistema che elimini la straordinaria iniquità attuale, in cui le tasse di tutti finanziano l’università gratuita dei più benestanti.

L’università italiana oggi è dominata totalmente dalle baronie, i concorsi sono truccati, i ricercatori sono pagati poco. Carriere basate sull’anzianità e il conseguente invecchiamento dei docenti universitari, fino alla nota inamovibilità di chi dirige la ricerca. Cambiare le cose non sarà facile perché sono tanti i piccoli interessi che gravano sulla ricerca e sull’università. Eppure la situazione è talmente degenerata da rendere un intervento immediato, necessario e improrogabile. Nell’università italiana il valore e il merito contano meno di nulla. In Italia è più facile che un ‘asino’ passi per la cruna di un ago, che un nuovo Vassalli o Manzini possa diventare, senza un padrino, dottore di ricerca in diritto penale. La corruzione purtroppo regna sovrana nel reclutamento di ricercatori e docenti dell’Università italiana. Lo confermano intercettazioni telefoniche, confessioni, conversazioni rubate con microspie e denunce che raccontano il volto malato degli atenei italiani da Nord a Sud. Storie vere, con nomi e cognomi di singoli atenei, professori e studenti, molte certificate da sentenze irrevocabili. Storie, però, che al di là della cronaca, diventano esempi generali e offrono uno sguardo senza censure su un’università in cui esiste un ‘galateo’ delle buone regole per truccare i concorsi. Un’università nella quale, in una logica di tribù, si accavallano e si sovrappongono leggi di ‘territorio’, ‘di sangue’, ‘di fedeltà’ e dove comunque vince quasi sempre il potere, il malaffare, l’appartenenza alla lobby.

L’Università italiana è ormai ‘affare di famiglia’ con casi davvero aberranti. Nei dipartimenti universitari, più membri di una stessa famiglia lavorano fianco a fianco.  Il professore con quattro figli in ateneo. Il rettore che comanda da oltre venticinque anni. La famiglia con otto docenti. Il candidato più bocciato. Sono dei casi concreti e gli sforzi della giustizia per riportare la legalità nelle cattedre spesso sono vani. Da Torino a Palermo, passando per Milano, Bologna, Modena, Firenze, Roma, Messina e tante altre città italiane. Il tutto accompagnato dall’urlo di rabbia e di vergogna che emerge dalle lettere dei cervelli costretti ad andarsene all’estero dove sono apprezzati e valutati. Esistono delle vere e proprie gerarchie nazionali per ogni disciplina, chi occupa il vertice comanda su tutti.

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