martedì, Settembre 21

United colors of Patagonia In Argentina è guerra tra la Benetton e la popolazione indigena dei Mapuche per il controllo della Patagonia. Dura la repressione argentina e, tra la sparizione di Santiago Maldonado e l'arresto di Facundo Jones, spuntano vecchi fantasmi.

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Aparicion con vida, aparicion con vida!’  3 Settembre 2017. 250mila persone si radunano in Plaza de Mayo a Buenos Aires, luogo simbolo della storia recente argentina, proprio di fronte alla Casa Rosada, sede degli uffici del Presidente Mauricio Macrì. Chiedono la ‘Aparicion con vida’, il ritorno alla vita di Santiago Maldonado, giovane attivista scomparso ai primi di Agosto mentre manifestava al fianco del popolo indigeno dei Mapuche. Secondo i manifestanti, Maldonado sarebbe stato vittima della repressione della gendarmeria argentina. Malmenato, catturato, seviziato e poi fatto sparire, con la complicità del governo Macrì.

L’immagine è di quelle che evocano immediatamente ombre di un passato oscuro. Quello in cui dalla stessa Piazza si chiedeva la ‘Aparicion con vida’ degli oltre 30mila Desaparecidos fatti sparire dal governo militare, nato dal golpe del sanguinario Jorge Rafael Videla, a cavallo tra il 1976 e il 1983. A quarant’anni di distanza alla stessa richiesta seguirà la stessa amara constatazione dei fatti. Non ci sarà alcun ritorno alla vita per Santiago Maldonado. Il cadavere dell’attivista verrà ritrovato il 18 Ottobre, poco più di un mese dopo l’oceanica manifestazione di Plaza de Mayo, sul fondo del fiume Chubut, in Patagonia.

Il clamore mediatico a seguito della sparizione e del ritrovamento del corpo senza vita dell’attivista ha presto scavalcato i confini nazionali, contribuendo, per riflesso, ad accendere i riflettori internazionali su un’altra vicenda, che in parte tocca e riguarda da vicino anche il nostro Paese. Quella della comunità indigena Mapuche, impegnata da anni in una lotta senza quartiere con il governo argentino per il controllo della regione Patagonia. Lotta alla quale il giovane Maldonado si era unito proprio negli ultimi mesi.

Ma chi sono i Mapuche? Cosa c’è in ballo in Patagonia? E cosa c’entra l’Italia con questa storia dell’altro capo del mondo?

Per rispondere a queste domande occorre riavvolgere il nastro fino al 1991, anno in cui dal Fondo Monetario Internazionale arriva una richiesta diretta al governo argentino, allora presieduto dal liberista Carlos Saúl Menen. Per salvare il Paese dalla profonda fase di recessione in cui versava ormai da anni, occorre avviare una profonda fase di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico. Aziende, servizi, immobili, ma soprattutto terreni e concessioni.

All’asta per la svendita dell’Argentina partecipa anche la famiglia Benetton, che per 50 milioni di dollari si aggiudica 900mila ettari di terreni nella regione della Patagonia. Va detto che la Patagonia è stata da subito tra le regioni argentine più colpite dalla manovra di Menen. Un fazzoletto di terra all’estremità meridionale del Sud America che si estende tra l’Argentina e il Cile, abbraccia la Terra del Fuoco e congiunge l’Oceano Atlantico con quello Pacifico. Una terra ricca di petrolio, miniere, coltivazioni e pascoli. Proprio questi ultimi interessano alla Benetton. Che negli anni successivi porterà 100mila capi di bestiame nelle terre argentine dai quali ricaverà oltre il 10% della lana necessaria alla produzione dell’azienda trevigiana.

Quegli stessi terreni però sono storicamente abitati dalla popolazione autoctona dei Mapuche. I quali come ogni popolazione indigena traggono dalla terra che abitano la maggior parte delle proprie risorse, vivendo con questa in un rapporto di sinergia e complementarietà materiale, ma anche spiriturale. Lo stesso nome Mapuche, significa letteralmente ‘Popolo della Terra’. Non deve sorprendere allora l’attaccamento morboso a quelle terre storicamente dimostrato dalla popolazione indigena. Attaccamento che in breve tempo si è trasformato in una tenace resistenza agli espropri portati avanti da Benetton e dal governo argentino.

Tentativi di appropriazione e resistenze, destinati presto a precipitare : “L’acquisizione di titoli di proprietà su 900 mila ettari di terre in Patagonia, la maggior parte delle quali corrispondono al territorio ancestrale dei Mapuche argentini, da parte della Benetton, ha dato avvio ad una nuova e cruenta stagione di persecuzione e sfollamenti ai danni della comunità indigena.” ci racconta Francesco Lozzi attivista dell’associazione ‘A SUD’, da anni impegnata nello studio e nella sensibilizzazione alle cause delle popolazioni autoctone e indigene.

I Mapuche vengono lentamente confinati in territori sempre più piccoli, resi meno produttivi dal massiccio utilizzo di risorse necessario agli allevamenti Benetton. Gli indigeni però non restano a guardare, e alle persecuzioni e agli sfollamenti risponderanno intensificando le pratiche di resistenza.   

Dai primi anni del 2000 in poi infatti, comunità sempre più numerose di Mapuche sono tornate ad insediarsi nei propri terreni ancestrali, occupandoli. Hanno costruito case, coltivato campi, messo su allevamenti. Negli ultimi quindici anni sono arrivati a recuperare dalle multinazionali insediate in Patagonia – tra le quali la Benetton è una delle più colpite – oltre 250mila ettari di terra. Un azione giustificata, secondo i Mapuche, non solo dalla storia e dalla necessità, ma anche dalla stessa legislazione argentina: “La popolazione Mapuche chiede a gran voce la restituzione delle terre natali.” spiega Lozzi“e accusa il Governo Argentino del mancato rispetto della Costituzionale Nazionale, che nell’Articolo 75 prevede e tutela la diversità etnica e culturale, la preesistenza dei popoli indigeni, il diritto delle popolazioni originarie al possesso dei terreni tradizionalmente occupati e riconosce alle comunità personalità giuridica e diritto a partecipare direttamente alla gestione delle risorse naturali.”

Poi però, con l’elezione, nel 2015, alla Presidenza della Repubblica argentina di Mauricio Macrì, anche la risposta dello Stato è andata inasprendosi: “Questi ultimi anni sono stati particolarmente duri per il popolo Mapuche. Ripetute violenze, militarizzazione delle comunità indigene, torture ed abusi, violazioni grave e reiterate dei diritti umani fondamentali” racconta Francesco Lozzi.

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