venerdì, dicembre 14

Unione Economica Eurasiatica (UEE), ognuno ha i suoi guai

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Da qualche tempo, come tutti ormai sanno, l’Unione europea naviga in acque alquanto tempestose, al punto che molti non esitano a parlare di un suo possibile decesso, sotto i colpi di un’economia arrancante, di un’immigrazione massiccia, divisiva e destabilizzante, del terrorismo incontrollabile e altro ancora. Qualche colpetto, soprattutto sul terreno della propaganda avversa, la ex Comunità economica europea lo riceve anche da quella che viene spesso descritta come un suo naturale contraltare orientale: l’Unione economica eurasiatica, più modesta erede del vecchio Comecon che, imperniato sulla gigantesca Unione Sovietica, fronteggiava la stessa CEE.

Le differenze tra le due dirimpettaie sono vistose. La UE ha appena festeggiato, se così si può dire, il suo mezzo secolo di vita, durante il quale è via via cresciuta di dimensioni fino a raggiungere la bella cifra di 28 Paesi membri (sia pure destinati, ma non è ancora certissimo, a perdere uno dei più grossi) e a coprire quasi tutta la parte non russa del vecchio continente. La UEE, invece, esiste solo da un paio di anni, conta finora soltanto quattro altri membri oltre alla dominante Federazione russa, affiancata in Europa dalla sola Bielorussia mentre i restanti tre (Armenia, Kazakistan e Kirghisia) sono asiatici.

Ancora più sensibile del divario demografico (mezzo miliardo di abitanti contro meno di 200 milioni), certo non compensato da quello territoriale, è la sproporzione economica. La evidenzia il fatto che il Pil della Russia è inferiore a quello italiano, mentre degli altri tre soci solo il Kazakistan può vantare un peso non trascurabile. E qui il divario potrebbe semmai considerarsi ridimensionato, in prospettiva, dalla superiore dotazione di risorse naturali cui si aggiunge, sul terreno extraeconomico, la maggiore capacità teorica della UEE di sfruttarla grazie proprio alla schiacciante preponderanza russa, in contrasto con la pluralità di galli nel pollaio di Bruxelles, e alla potenza politico-militare di Mosca. Un atout, quest’ultimo, che peraltro potrebbe anche tradursi in un handicap.

Alle differenze si accompagnano tuttavia rimarchevoli somiglianze o analogie. La più scontata deriva dalla comune vocazione ad estendersi territorialmente, benchè nel caso occidentale la spinta sembra tendere piuttosto ad esaurirsi se non addirittura a capovolgersi, mentre in quello orientale è ovviamente ancora nella fase iniziale. D’altronde, proprio l’espansione della UE verso est ha contribuito a provocare la nascita della sua controparte, voluta da Mosca per difendere la propria area di influenza salvaguardando quanto possibile dei legami con Stati già ‘fratelli’ e compiere un primo passo verso un’eventuale reintegrazione dello spazio ex sovietico specialmente sul versante asiatico.

Un obiettivo, quest’ultimo, ovviamente non dichiarato in sede ufficiale innanzitutto perché per nulla condiviso dagli altri soggetti interessati, gelosi di un’indipendenza ancora fresca e per lo più priva di precedenti storici. Meno pregiudizialmente indigesto è per loro, nel complesso, l’obiettivo russo più limitato, e comunque neppure l’accettazione, quando c’è, dell’integrazione puramente economica impedisce loro di adoperarsi per mantenere e ampliare i rapporti non solo con una grande potenza amica (benchè oggettivamente concorrente) della Russia come la Cina ma anche con i Paesi occidentali attualmente in rotta di collisione con Mosca.

Tutto ciò fa sì che il programma moscovita abbia raccolto sinora poche adesioni: due sulle cinque possibili nell’Asia centrale (mancando all’appello l’Uzbechistan, il Turkmenistan e persino il Tagichistan, più devoto alla Russia se non altro per necessità) e una sola su tre nella Transcaucasia (dove si negano Georgia e Azerbaigian), mentre sul versante europeo spicca naturalmente la grossa diserzione ucraina. Gran parte della differenza è attribuibile al petrolio e al gas. Quelli che ne possiedono in più o meno larga misura preferiscono comprensibilmente restare fuori. Di altro, infatti, la Russia non ha molto da offrire e la protezione militare che assicura contro minacce esterne, come quella dell’estremismo islamista, non è certo disinteressata.

Per contro, ai membri della UEE sprovvisti di fonti energetiche Mosca concede (peraltro attraverso Gazprom, sul normale piano bilaterale) lauti sconti sulle bollette del gas, ad esempio, rispetto ai prezzi pagati da altri clienti: del 60% all’Armenia e alla Kirghisia e del 30% alla Bielorussia. Quest’ultima raramente si accontenta e anzi preme regolarmente per strappare ulteriori agevolazioni e favori e dà spesso l’impressione di ricattare Mosca inscenando più o meno credibili manovre di avvicinamento all’Occidente o sollevando dubbi sull’utilità della UEE e sulla propria fedeltà ad essa, pur restando integrata più degli altri nel suo spazio economico.

Un altro robusto legame tra la Russia e i suoi soci è costituito dalla massiccia immigrazione di loro cittadini nella grande Federazione, ospitale anche suo malgrado per il bisogno di manodopera, tanto più se a buon mercato, a causa della sua debolezza demografica. Per i Paesi di provenienza, invece, il deflusso, che perdura benchè ridotto per effetto della crisi economica russa, risulta in qualche caso addirittura vitale come antidoto alla disoccupazione nonchè fonte di consistenti apporti finanziari.

Il fenomeno, del resto, non riguarda soltanto gli attuali componenti della UEE e quelli che vi si potrebbero teoricamente aggiungere da oriente. Nei giorni scorsi è stata annunciata l’ammissione nel gruppo eurasiatico, sia pure solo in qualità di osservatore, di un’altra repubblica ex sovietica, la Moldavia. Ovvero, per meglio dire, l’adesione ancorchè molto parziale alla UEE di questo piccolo Paese già legato all’Unione europea da un accordo di associazione, sgradito però alla maggioranza della popolazione e al suo attuale presidente, che preferirebbero entrambi una più decisa scelta di segno opposto. La cospicua emigrazione in Russia di lavoratori moldavi figura tra i motivi di un simile orientamento, del quale restano da vedere le ulteriori conseguenze tenuto conto fra l’altro che il governo di Chisinau spinge invece per la piena adesione sia alla UE sia alla NATO.

Si tratta comunque di un punto che il Cremlino può segnare a proprio favore nella partita sempre più aperta con Bruxelles in tema di sanzioni per la crisi ucraina e di controversa espansione della stessa NATO più ancora che della UE nei Balcani, nonché per effetto dei pronunciamenti filorussi da parte di partiti e movimenti populisti-sovranisti-euroscettici in crescita in vari Paesi dell’Europa occidentale. Una partita resa più complessa ed incerta dall’incognita ancora rappresentata dai reali propositi della nuova Amministrazione americana e che in ogni caso, sinora, vede la Russia avvantaggiarsi rispetto alla situazione precedente.

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