domenica, Ottobre 24

Unione bancaria, «accordo storico» field_506ffb1d3dbe2

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Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble conversa con il cancelliere Angela Merkel

Un risultato storico paragonabile all’Unione monetaria, ma ottenuto in molto meno tempo: «uno sviluppo rivoluzionario». Con queste enfatiche parole il Ministro per l’economia Fabrizio Saccomanni ha commentato soddisfatto l’accordo siglato tra i suoi omologhi dell’Ue sull’unione bancaria: un accordo che è arrivato nella notte dopo una maratona di trattative e di momenti di tensione durata diverse ore. Con queta misura è stato «sventato il rischio di una nuova Lehman Brothers».

Esulta, dunque, Saccomanni. Eppure, nonostante la pietra miliare che il patto effettivamente rappresenta, l’Italia e il Sud d’Europa hanno incassato una parziale sconfitta per mano della Germania. Quello che celebra Saccomanni è solo il primo passo di un progetto molto più ambizioso, i cui dettagli restano da chiarire. Molto critico per esempio è il Presidente del Parlamento Martin Schultz, secondo il quale l’intesa è un po’ come “trattare un’urgenza al pronto soccorso convocando prima il Consiglio dei dirigenti dell’ospedale invece di offrire al paziente una cura immediata.

Il Capo del Tesoro aveva chiesto espressamente che il Fondo unico europeo di risoluzione da 55 miliardi di euro (volto a sostenere il sistema finanziario europeo), fosse sostenuto da una sorta di paracadute finanziario (il cosiddetto ‘backstop’) comune, «in combinazione con i paracaduti finanziari nazionali», per contribuire ai costi della risoluzione «senza condizionalità». Su questo punto il Ministro era stato fermo, tanto che si era parlato anche di un’Italia capace di alzare la voce contro i tedeschi. Ma non è stato così. Berlino ha sì fatto una grande concessione, come riporta il ‘Financial Times’, accettando la creazione di una sorta di ‘mutuo soccorso’ tra i fondi dei Paesi membri, finanziato dalle stesse banche, che andranno a costituire un Fondo unico di risoluzione entro 10 anni. Ma per arrivare alla mutualizzazione del debito ci vorrà ancora molto tempo e molti altri sforzi negoziali. Il Ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schaeuble ha avuto la meglio sulle controparti italiana che francese, tutelando i contribuenti tedeschi. Il paracadute finanziario comune non è infatti incluso nell’accordo.

In sintesi ha prevalso la linea secondo cui, in caso di crisi e di insufficienza dei fondi di risoluzione accantonati a livello nazionale, per il momento saranno i singoli Stati, e non un fondo o un ‘backstop’ comune condiviso, a dover intervenire per la risoluzione delle banche sul loro territorio.

Dopo settimane di attesa, la Federal Reserve ha deciso che l’economia americana è abbastanza forte per poter iniziare a rallentare il suo programma di stimoli (il cosiddetto Quantitative Easing), per cui il tapering (riduzione, appunto) sta ufficialmente per cominciare, con una diminuzione di 10 miliardi di dollari al mese nell’acquisto di bond. Nel complesso lo stimolo fatto di titoli di Stato e altri legati ai mutui acquistati mensilmente, si attesterà a 75 miliardi di dollari rispetto agli attuali 85 miliardi in vigore dal settembre 2012.

L’impegno a mantenere il costo del denaro ai minimi storici almeno fino al 2015 viene accolto positivamente dai mercati. Il tapering, definito «modesto» dalla Fed, inizierà a gennaio. Modesto è la parola giusta: invece di una maxi dose di droga monetaria da 1.020 miliardi l’anno, la Fed da gennaio passa a 900 miliardi l’anno. Continua ad essere la più forte iniezione di liquidità di tutti i tempi, con i bilanci della Fed in rosso già di oltre $4.000 miliardi. Il Presidente della Banca Centrale Usa, Ben Bernanke, il cui mandato scade il 31 gennaio 2014, in una conferenza stampa (la sua ultima) successiva all’annuncio, ha detto che la decisione di oggi è stata  «accettata e condivisa in pieno da Janet Yellen», la presidente della Banca Centrale Usa designata, che succederà a Bernanke dal primo febbraio 2014.

Trevor Greetham, Direttore Asset Allocation di Fidelity Worldwide Investment ha così commentato la decisione della Fed:  «Il tapering negli Stati Uniti è un ulteriore segnale di conferma della solidità della ripresa economica. Il contesto attuale è caratterizzato da crescita senza pressioni inflattive e questo è positivo per l’azionario. La possibilità futura di rialzi dei tassi richiede invece cautela nel segmento del debito governativo». La decisione è stata adottata dalla Fed con nove voti favorevoli e uno contrario: si tratta di Eric Rosengreen, che ha ritenuto la misura  «prematura». Dunque a gennaio, spiega la nota della Fed, gli acquisti di bond garantiti da mutui scenderanno da 40 a 35 miliardi di dollari al mese, mentre per i titoli di stato a lungo termine si scenderà da 45 a 40 miliardi.

La decisione è stata presa in base al miglioramento delle prospettive dell’economia Usa in termini di graduale riduzione del tasso di disoccupazione e di una economia che continua ad espandersi a un tasso di crescita moderato. In aumento anche la spesa per consumi e investimenti mentre la «ripresa del mercato immobiliare è rallentata». Infine l’inflazione continua a viaggiare ben al di sotto dell’obiettivo di lungo termine del 2%.

Sui mercati, le Borse europee hanno salutato la notizia salendo ai massimi di due anni. Sul fronte delle notizie societarie, exploit di Mediaset dopo il report positivo di un broker sulla riorganizzazione delle attività in Spagna. Secondo voci insistenti la compagnia aerea di Abu Dhabi Etihad Airways sarebbe pronta a diventare la prima azionista di Alitalia con un investimento da 300 milioni di euro. L’ipotesi circola da tempo, ma ora le trattative paiono arrivate a buon punto e si potrebbe chiudere già all’inizio della prossima settimana. Per finalizzare l’offerta si aspetta il completamento dell’aumento di capitale, a cui ha partecipato Le Poste italiane e quindi i contribuenti, con 75 milioni di euro, e di sapere che fine faranno i debiti senza garanzia reali che la compagnia aerea degli Emirati Arabi non intende accollarsi.

Mentre il Premier Enrico Letta continua a dispensare ottimismo sulla ripresa, fissando come obiettivi di crescita del Pil l’1% nel 2014 e il 2% l’anno successivo, i dati che vengono snocciolati dai vari centri studi e think tank raccontano una realtà completamente diversa, che stride non poco con i toni celebrativi del governo. Gli industriali riportano alla dura realtà, ricordando che l’Italia viaggia «sul filo del rasoio» anche se le recessione è finita.

Secondo l’ultimo rapporto del Centro Studi di Confindustria l’Italia ha perso oltre 12% di Pil da 2007, mandano «in fumo 200 miliardi reddito». La speranza è riposta sulle riforme, che devono essere però più decise. Solo con “incisive riforme strutturali – difatti – si può recuperare il terreno perduto”. Di fatto, rispetto alle «traiettorie già modeste del decennio 1997-2007 il livello del Pil potenziale è più basso del 12,6%, in altre parole sono andati bruciati quasi 3.500 euro per abitante» di reddito ai prezzi del 2013. Solo con «incisive riforme strutturali si può recuperare il terreno perduto», ha concluso il Csc. Il dramma della disoccupazione è evidente. L’esercito di disoccupati – persone a cui manca lavoro, totalmente o parzialmente, è di 7,3 milioni, due volte la cifra di sei anni fa. A partire dal 2014, secondo il Centro Studi, si dovrebbe però arrestare l’emorragia occupazionale.

 

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