lunedì, Giugno 21

Un'idea dell'Europa field_506ffb1d3dbe2

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L’incredibile decisione de ‘La Padania’ di pubblicare gli appuntamenti giornalieri della Kyenge in una rubrica, inaugurata per l’occasione (“Qui Cécile Kyenge”), che fa il verso a un’altra già esistente (“Qui Lega territorio”); le boutade del solito Borghezio, e gli attacchi al Ministro per l’Integrazione di Massimo Bitonci, presidente del Gruppo Lega Nord e Autonomie al Senato, e del neoletto segretario Salvini; la gazzarra degli esponenti del Carroccio, dentro il Parlamento e fuori, contro l’abolizione del reato di immigrazione clandestina. Tutti segnali che necessitano di un momento di riflessione: ci collocano decisamente fuori dell’Europa, anche se non siamo i soli (purtroppo) a lanciarne di questo tipo.

Quale pensiero, quale cultura, quale educazione per il Vecchio Continente? Come superare l’impasse fra la completa abdicazione a un’identità “occidentalocentrica” e la sua difesa esasperata? Come abbattere barriere e muri divisori, contrastare i risorgenti nazionalismi, scongiurare il pericolo di una fortezza Europa sorda ai richiami della solidarietà tra i popoli? Come reagire alla crisi di una civiltà disperata della propria sorte e non attualmente in grado di creare valori, di infondere la speranza, di progettare un futuro?

Rispondo traendo profitto dalla rilettura di un agile volume di Edgar Morin e Mauro Ceruti, La nostra Europa (Milano, Cortina, 2103). La soluzione proposta dai due studiosi, e più volte ribadita nel libro, è il caos ordinato della problematizzazione continua, della ricerca di una complessità che passi per l’incontro fra i sistemi, le teorie, i comportamenti e affidi la salvezza dell’Europa alle conoscenze di frontiera, alla fecondità di scambi e contatti, alla reciprocità dei ruoli. Anche L’Europa deve però fare la sua parte, cessando di specchiarsi nel suo ombelico e riconoscendosi nel policentrismo e nel plurilinguismo, nel multipolarismo della sua eredità culturale, nel vario intreccio delle sue tradizioni e vicende.

Alla separazione tra le discipline, e alla loro specializzazione, viene contrapposta l’interconnessione dei saperi, con la circolarità che prende il posto della linearità e il probabilismo che subentra al meccanicismo. L’identico a sé e il diverso da sé, armati l’un contro l’altro in tanti deliri di protagonismo e in altrettanti disegni antagonistici, o portati dal multiculturalismo a sfiorarsi appena, cedono a un’antropologia delle relazioni avversa alla giustapposizione di entità impermeabili e alla polarizzazione delle forme di conflitto. La ragione dogmatica, produttiva, prospettica scende a patti con le irragionevolezze un po’ rétro che albergano ovunque: i riti e i miti, le credenze e i simboli, il riso e il pianto, la tenerezza e l’amore, il piacere e la follia. Il passato si salda al presente e al futuro: il pensiero “separante” è abbandonato per quello “collegante” e l’invincibile armata dei tecnoscienziati a oltranza, determinati ad annientare qualunque forma di resistenza al progresso, viene scompaginata dalle forze dell’incertezza e del dubbio che può ancora schierare la nostra eredità culturale.

«Ogni nascita è agonica, come ogni morte. Siamo nell’agonia di un mondo che non riesce a nascere, perché siamo nell’agonia di un mondo che non riesce a morire». Nell’Europa che muore c’è l’Europa che nasce, quasi a far riaffiorare una tragica e nota pagina di storia. Racconta di Maria Stuarda, regina di Scozia, e delle parole che pronunciò prima di andare al patibolo per volere di Elisabetta I: «In my end is my beginning». A futura memoria.

Non si pensi di cancellare, del nostro comune passato europeo, nemmeno i ricordi più dolorosi o spiacevoli. Potrebbero aiutare a riconoscere e a isolare i comportamenti razzisti, arroganti, cialtroni di certi partiti e personaggi politici di un presente italiano sempre più pericolosamente comune.

 

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