mercoledì, Maggio 25

Ungheria: Orbán vincitore, ma …. all’ombra di Pirro? Alle elezioni parlamentari di domenica 3 aprile Viktor Orbán, con il suo partito al governo, Fidesz, porta a casa il 53,10% dei voti. Ma le sfide che attendono il leader dell'ultra-conservatorismo europeo non sono poche, sia sul fronte dell'alleanza di destra, sia su quello del gruppo di Visegrad, sia, infine, a Bruxelles, dove, considerando la situazione economica del suo Paese, sembra non potrà alzare la voce più di tanto

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Con una affluenza alle urne del 69,54% -alle precedenti elezioni parlamentari era stata del 70,22%- il Primo Ministro in carica, Viktor Orbán, e il suo partito al governo, Fidesz, hanno mantenuto la maggioranza dei due terzi del Parlamento dell’Ungheria, che detengono dal 2010.
Fidesz dovrebbe così conquistare 135 dei 199 seggi dell’Assemblea Nazionale, due in più rispetto alla vittoria del 2018, avendo portato a casa 53,10% dei voti -alle elezioni precedenti aveva ottenuto il 49,27% quattro anni fa.L’opposizione, un cartello composto da sei partiti –socialisti, socialdemocratici, verdi, liberali e conservatori-, ha ottenuto il 35,04% dei voti.
L’unico altro partito a raggiungere la soglia elettorale del 5% è stato il nazionalista di estrema destra
Mi Hazánk, con il 6,17%, che dovrebbe ottenere 7 parlamentari.

Orban, già nella tarda serata di domenica, alla chiusura dei seggi, gongolava. «Abbiamo ottenuto una vittoria così grande che si vede anche dalla Luna, ma sicuramente da Bruxelles», definendola memorabile «perché abbiamo dovuto combattere la più grande forza schiacciante», elencando la sinistra, i burocrati a Bruxelles, l’impero del miliardario ungherese-americano George Soros, i media mainstream internazionali e «alla fine, anche il presidente ucraino» come suoi oppositori.

Orbán, dunque, è ancora il politico di maggior successo in Ungheria «anche se deve questo successo a tattiche discutibili», afferma Umut Korkut, docente di politica internazionale presso la Glasgow Caledonian University. «Un rapporto del Democracy Institute della Central European University accusa Fidesz di sabotare il voto riscrivendo le regole elettorali in base alle proprie esigenze e dispiegando il potere statale per controllare i media e le istituzioni pubbliche come parte di uno ‘sforzo sistematico per truccare le elezioni’».
Tuttavia, prosegue Korkut, analizzando il voto di domenica,
«tale manipolazione non può spiegare l’incapacità dell’opposizione di rendersi più rilevante per l’elettorato ungherese. L’obiettivo era quello di riunire sei partiti per proporre una coalizione alternativa per il governo con Péter Márki-Zay, sindaco non affiliato al partito della città della contea ungherese di Hódmezővásárhely, al timone. Ma come ha avvertito il guru del sondaggio di opinione politica ungherese Gábor Tóka, l’opposizione non è riuscita a diventareun gigante‘, rimanendo invece ‘sei piccole persone».

La guerra della Russia in Ucraina è diventata un punto focale della campagna elettorale, con l’opposizione che ha sottolineato gli stretti legami di Orbán con il Presidente russo Vladimir Putin, e il partito al governo ha accusato i suoi oppositori di voler trascinare l’Ungheria in guerra.
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L’opposizione ha condotto una campagna che ha preso di mira personalmente Orbán su questioni come la guerra in Ucraina, l’inflazione e la decisione di evitare i vaccini Pfizer a favore del vaccino COVID russo Sputnik», prosegue Umut Korkut. «Ma alla fine non è stato possibile convincere gli elettori che una composizione multipartitica tentacolare sarebbe stata una valida alternativa in grado di risolvere questi problemi». Sebbene la coalizione si sia dimostrata unita durante tutta la campagna elettorale, «rimaneva una prospettiva molto reale che crollasse quasi immediatamente sotto le pressioni del governo se avesse vinto. Un forte segnale di ciò è stato l’enorme volume di voti di destra che sono andati al partito estremista Mi Hazánk, prova che questi elettori non erano contenti di vedere il loro partito regolare Jobbik unirsi alla coalizione di opposizione. Di conseguenza, Mi Hazánk ha ottenuto abbastanza voti per entrare in Parlamento per la prima volta».
«Percependo chiaramente una vulnerabilità nei diversi obiettivi elettorali dell’opposizione, Orbán ha concentrato la sua campagna sulla promessa di stabilità e sulla protezione della Nazione in un momento di incertezza».

Anche se la guerra in Ucraina ha sicuramente messo Orbán in una posizione scomoda, afferma Korkut. «L’Ungheria è fortemente dipendente dalla Russia per l’energia e il commercio e Orbán non ha condannato il Presidente russo Vladimir Putin nella stessa misura della maggior parte dei leader europei. La risposta di Orbán alle critiche su questo punto è stata di avvertire che i partiti di opposizione avrebbero tagliato il gas russo se eletti al governo, provocando il crollo dell’economia ungherese. Nel suo discorso di vittoria, Orbán ha fatto riferimento ai burocrati di Bruxelles, ai media internazionali e persino al Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy come suoi ‘oppositori‘ in queste elezioni.
Tuttavia, sembra improbabile che gli elettori sostengano Orbán per questa retorica, piuttosto sembra lo abbiano sostenuto nonostante ciò. La domanda, quindi, diventa perché continuano a sostenerlo. Certamente la libertà dei media è fortemente compromessa in Ungheria, e i media pubblici sono serviti da portavoce del governo per tutto il periodo della campagna elettorale.
Sembratuttavia che, invece di reagire all’aumento dell’inflazione, dei prezzi dell’energia e del costo generale della vita, gli elettori abbiano appoggiato un leader che conoscono piuttosto che provare qualcuno di nuovo. Sia le aree più povere del nord-est che le regioni più ricche dell’Ungheria occidentale hanno dato a Orbán un sostegno significativo. L’opposizione, come prima, rimane limitata a Budapest, nonostante alcuni aumenti del sostegno di Fidesz anche lì. La narrativa orientata all’Occidente, liberale e incentrata sull’Europa non ha attirato l’elettorato».

Molti osservatori hanno avvertito che le elezioni non possono essere considerate eque a causa delle modifiche alla legge elettorale, alle regole di registrazione degli indirizzi, all’uso improprio delle risorse amministrative, ai problemi di trasparenza del finanziamento della campagna elettorale e al predominio schiacciante di Fidesz nei media.
Tuttavia, gli analisti hanno affermato dopo le elezioni che l’entità della vittoria ha suggerito che la vittoria schiacciante di Fidesz non può essere attribuita solo al terreno di gioco irregolare. «Si può affermare con certezza che la stragrande maggioranza della società ungherese voleva che Fidesz vincesse e permettesse loro di riprendere il controllo del Paese», ha detto al canale online di opposizione Partizán, Andrea Szabó, ricercatore senior presso il Center for Social Sciences. Altri, come ‘Reporting Democracy‘, raccontano come «nelle piccole città ungheresi votare per Fidesz non è più una scelta ideologica, ma una decisione nata dall’apatia, dalla povertà e dalla paura».
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I risultati delle elezioni ungheresi mostrano che la democrazia illiberalepuò esistere in Europa,anche se si trova di fronte a una minaccia dalla Russia», conclude Umut Korkut. «È ancora possibile che l’Ungheria agisca con il campo europeo in opposizione alla guerra in Ucraina. Ma una tale alleanza può essere guidata più da priorità economiche che dal desiderio di difendere i valori liberali e democratici».

Orban nel suo discorso di domenica notte ha detto tra il resto: «Un ringraziamento speciale a coloro che oggi sono ungheresi in Transcarpazia. Il nostro messaggio è di non avere paura, di resistere, la madrepatria è con te», salutando la minoranza etnica ungherese in Ucraina, stimata in 130.000 persone prima della guerra. E ha affermato che la sua vittoria sta inviando un messaggio all’Europa che la politica del suo partito «non è il passato, questo è il futuro. Questo sarà il nostro futuro comune europeo». La vice Primo Ministro ucraina, Iryna Vereshchuk, nei giorni scorsi aveva suggerito che potrebbe esserci un accordo tra i governi ungherese e russo per dare la Transcarpazia all’Ungheria. Accusa immediatamente respinta dall’Ambasciata ungherese a Kiev.
In effetti,
nel 2014 era sembrata che la regione fosse una delle ambizioni di Orban. Il 10 maggio 2014, sostenendo ancora una volta la propria volontà aunire il Paese aldilà dei confini, Orbán aveva affermato che gli ungheresi residenti nel bacino carpatico occidentale hanno diritto non solo alla doppia cittadinanza (cosa già attuata il 26 maggio 2010 quando il parlamento ungherese, inaugurando una nuova era di ‘unità nazionale’, aveva deciso di concedere la cittadinanza ungherese a tutte le popolazioni di etnia magiara residenti all’estero, per oltre due milioni di persone), ma anche all’autonomia territoriale. «Una mossa che, di lì a poco, porterebbe la regione transcarpatica nuovamente all’interno dei confini ungheresi», sosteneva, al tempo, ‘East Journal‘ «Kiev, nel frattempo, non nasconde il proprio nervosismo: oltre a doversi occupare di una situazione interna esplosiva, le autorità ucraine sentono ora anche la necessità di doversi guardare le spalle da un alleato visto come ambiguo; un alleato che, da un lato, sostiene energicamente le rivendicazioni filo-europee di Porošenko, ma dall’altro sembra non aver mai abbandonato quelle aspirazioni alla restaurazione della ‘Grande Ungheria’ tanto care alla retorica del premier magiaro».

Ora, comunque, pare che Orban avrà altri problemi dei quali occuparsi dopo questa rielezione.

Afferma Umut Korkut, che l‘elettorato ha accettatola posizione di Orban sulla Russia, «ma questa sarà una questione determinante nei primi mesi del suo nuovo mandato, almeno a livello internazionale. Quando si tratta di Putin, Orbán è radicalmente in disaccordo con i suoi omologhi europei.
Negli ultimi anni l’Ungheria ha operato nell’ambito di un’alleanza informale con la Polonia, sfidando Bruxelles sull’approccio dell’UE ai principi democratici. Ma questapartnership è stata indebolita da opinioni divergenti sull’Ucraina. Altri Paesi della regione che hanno tradizionalmente sostenuto la politica anti-immigrazione di Orbán si trovano ora più vicini all’ovile europeo, offrendo sostegno ai rifugiati ucraini insieme a tutti gli altri».
Primo problema per Orban, sarà, dunque,
Bruxelles, insieme a Visegrad. Secondo gli osservatori a Bruxelles, l’ennesima vittoria del premier ungherese porterà più scontri con la UE sui valori fondamentali dell’Unione e sulla linea dura con Mosca. Spiega ‘Politico‘, che «nelle settimane precedenti le elezioni, la Commissione europea avrebbe dovuto attivare un nuovo meccanismo per tagliare i fondi di bilancio all’Ungheria per problemi di stato di diritto. Ma la Commissione ha atteso, in parte a causa delle elezioni. Ora cresceranno gli appelli affinché Bruxelles agisca». «Su questioni come i diritti LGBTQ+,l’indipendenza della magistratura, la migrazione e la libertà dei media, è probabile che Bruxelles si scontri di nuovo con il governo di Orbán,sebbene una serie di domande anti-LGBTQ+ poste a referendum parallelamente alle elezioni non siano state approvate, poiché il voto non ha raggiunto la soglia di affluenza richiesta».

Orban avrà poi un bel po’ di lavoro per riparare i danni arrecati alle relazioni con il gruppo di Visegrad (V4). Le relazioni del suo governo con la Slovacchia, la Repubblica Ceca e persino la Polonia sono state sotto pressione nelle ultime settimane a causa dello scontro di opinioni sulla guerra della Russia in Ucraina. Solo la scorsa settimana, una riunione dei Ministri della Difesa di Visengrand a Budapest è stata annullata dopo che gli altri governi hanno deciso in modo dimostrativo di starsene alla larga.
Orban in questi anni è andato al di là di Visegrad,ha lavorato con l’obiettivo di creare un’alleanza di forze nazionaliste e di estrema destra in tutta Europa, -stringendo anche amicizia con figure che vanno dalla francese Marine Le Pen all’italiano Matteo Salvini. E per farlo, e farsi paladino europeo della destra nazionalista, ha cercato la benedizione oltre oceano. Infatti, ha cercato di stringere relazioni con gli ultra-conservatori sostenitori di Donald Trump, anche, come sottolinea ‘Politico‘, coltivando il sostegno di personalità dei media statunitensi come Tucker Carlson di ‘Fox News‘. «E si è sforzato di proiettare l’influenza ungherese nell’Europa centrale e orientale, consolidando il sostegno tra i parlanti ungheresi nei Paesi circostanti e investendo nelle relazioni nei Balcani occidentali».

La vittoria elettorale di domenica, probabilmente rafforzerà ulteriormente la fiducia di Orban nella sua agenda politica, anche se non ha ottenuto la vittoria vincolante che cercava nel referendum nazionale sui diritti LGBT. Facendosi forte dell’approvazione di oltre il 53% degli elettori -dato che, se non ci si fa accecare dalla retorica del premier, in realtà restituisce un Paese spaccato in due- e di questo ‘patrimonio’ ultra-conservatorio che negli anni si è costruito, cercherà di ricostruire il suo ruolo all’interno del gruppo di Visegrad e di insidiare l’Unione europea. In tutto ciò sarà importante vedere come reagirà ai provvedimenti della Commissione UE, il taglio dei fondi di bilancio all’Ungheria, sempre che la Commissione agisca.
La società di consulenza globale Teneo, sottolinea che «il nuovo gabinetto dovrà fare i conti con la situazione fiscale sempre più difficile tra il rallentamento della crescita economica e gli alti prezzi dell’energia». Il che non sarà indolore per Orban, anzi. Il consulente di Teneo Andrius Tursa, ritiene che la minaccia di perdere i tanto necessari fondi dell’UE e le crescenti sfide fiscali interne potrebbero presentare a Orban un dilemma. «Da un lato, la grande vittoria elettorale rivendica la sua retorica focosa e la sua posizione anti-Bruxelles. D’altra parte, il disavanzo di bilancio previsto del 4,9 per cento del PIL nel 2022 sembra già irrealistico a causa del rallentamento dell’economia e delle spese pre-elettorali espansive… Di conseguenza, il governo sarà costretto a cercare soluzioni e potrebbe essere più disposto di scendere a compromessi con la Commissione europea per sbloccare 7,2 miliardi di euro in sovvenzioni dal dispositivo dell’UE per la ripresa e la resilienza».

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