martedì, Ottobre 26

Ungheria: nel PPE non vince Orbán che fugge “Orbán ha accarezzato il progetto di lanciare un’OPA sull’asse ideologica del Partito Popolare Europeo, nel tentativo di diventare, dopo Angela Merkel, il leader di un’Europa conservatrice alternativa. Questo progetto è fallito, quanto meno nel PPE”

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‘In amore vince chi fugge’, ma nel Partito Popolare Europeo (PPE)? Non sembrerebbe. Anzi. Il Premier ungherese Viktor Orbán ha deciso l’uscita del Fidesz dal gruppo del PPE all’Europarlamento. La comunicazione ufficiale è arrivata mediante la Vicepresidente di Fidesz e Ministra della Famiglia, Katalin Novak: «Non lasceremo che i nostri eurodeputati vengano zittiti o limitati nella loro rappresentazione degli elettori. Affrontare la pandemia di coronavirus e salvare vite resta la priorità numero uno» – ha scritto su Twitter – «Pertanto, dopo l’adozione di nuove regole da parte del gruppo del Ppe, Fidesz ha deciso di abbandonare il gruppo». Nel tweet, la Ministra ha poi allegato una lettera firmata in cui il Premier Orbán informa ufficialmente Manfred Weber, capogruppo del PPE a Bruxelles: «Mentre centinaia di migliaia di europei vengono ricoverati e i nostri dottori salvano vite è decisamente deludente vedere che il gruppo del Ppe è paralizzato da questioni amministrative interne e cerca di zittire e inabilitare i nostri eurodeputati democraticamente eletti».

Un concetto riaffermato da una ulteriore missiva inviata dalla delegazione di Fidesz all’Eurocamera. «Troviamo molto inopportuno e politicamente inaccettabile che il gruppo PPE si impegni in una precipitosa manovra amministrativa attraverso discutibili regole di sospensione per impedire ai membri di esercitare i loro diritti come deputati», scrivono nella nota Kinga Gál e Tamás Deutsch, rispettivamente Presidente e capo della delegazione.

A scatenare la decisione di Orbán il voto dei membri del PPE su misure che «consentono di rispecchiare le decisioni prese dal Ppe senza pregiudicare l’indipendenza del Gruppo e i diritti fondamentali dei membri eletti del Parlamento europeo» e «specificano le procedure relative all’appartenenza al Gruppo e a quali condizioni possono avvenire sospensioni ed esclusioni». Una modifica al nuovo regolamento interno, dunque, che, richiamando e facendo propri i valori sanciti all’articolo 2 del Trattato sull’Ue, introduce un nuovo meccanismo che prevede una maggioranza di due terzi per decidere di escludere o sospendere un’intera delegazione (piuttosto che singoli deputati) dal Partito.

La minaccia di Orbán di lasciare il gruppo non ha evitato l’approvazione, considerando che su 180 voti espressi dagli europarlamentari popolari, 148 (81,4%) sono stati a favore della modifica, 28 contrari e 4 gli astenuti. Secondo il partito ungherese, la modifica delle regole procedurali è «un atto ostile» contro Fidesz e i suoi elettori che si qualifica come «antidemocratico, ingiusto e inaccettabile», che detto da Orbán è tutto dire. Proprio le sue ripetute violazioni dello Stato di diritto in tema di libertà di stampa, immigrazione, minoranze, diritti civili e politici hanno, negli ultimi tempi, creato tensioni con il PPE che, nel 2018, al Parlamento europeo, aveva votato a favore  dell’attivazione dell’articolo 7, una procedura per sanzionare la violazione dei valori fondanti dell’Unione Europea e, due anni fa, a pochi mesi dalle elezioni europee, aveva scelto la via della sospensione di Fidesz dopo che il governo ungherese aveva lanciato una campagna per denunciare i «piani di immigrazione di massa».

Nel novembre scorso, la distanza si era acuita, dopo che uno dei fedelissimi di Orbán, l’eurodeputato e capo gruppo Tamas Deutsch, aveva accusato Manfred Weber di usare «metodi da Gestapo» nella polemica sul veto posto da Ungheria e Polonia sul Next Generation Eu, nel tentativo di bloccare il ‘meccanismo sullo Stato di diritto’, che prevede il taglio dei fondi comuni ai Paesi della Ue che lo violano. L’iter per espellere Deutsch dal gruppo popolare era stato congelato su pressione della cancelliera Merkel e il deputato era stato solo sospeso.

Da questo punto di vista, gli eventi degli ultimi giorni non potuto fare a meno di scatenare nuovi mal di pancia all’interno del PPE: da una parte la CDU (che però esprime il capogruppo Weber), Forza Italia, i repubblicani francesi, disposti a fare da mediatori, dall’altra i partiti del Nord e dell’Est, portoghesi e greci, irremovibili nel dare il via libera  all’approvazione della modifica del regolamento.

Gli avvertimenti dell’ala centrista del Partito Popolare per spingere Orbán a moderare le sue posizioni, anche per dare un segnale ai diversi partiti che si stavano spostando sempre più a destra, non erano mancati: già nel 2019 l’ex Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker disse che Fidesz «non rappresenta in alcun modo i valori democratici cristiani» (alla base del PPE), e che «non c’è posto [per loro]nel Partito Popolare Europeo». Dello stesso tono Donald Tusk, ex Presidente del Consiglio Europeo e oggi presidente del Partito Popolare Europeo, che ha sempre preso rimarcato le violazioni di Fidesz.

In un briefing con la stampa il capogruppo del PPE, Manfred Weber si è detto «dispiaciuto» per l’uscita dei 12 deputati di Fidesz. Ma «il dibattito  non era sulla sostanza politica. Non accettiamo lezioni» ha aggiunto, precisato che «Fidesz non è più coerente con i valori dell’Europa e del Partito europeo». Le modifiche al regolamento «non erano politiche, ma lo sono diventate dopo la lettera di Orbán di domenica» – ha aggiunto il Vicepresidente del PPE, Esteban Gonzaléz Pons – sono la scelta della «moderazione invece del radicalismo» e «compromesso invece dell’intolleranza».

«Alla fine, Orban ha preso l’iniziativa prima di essere espulso. È una vergogna per il Ppe, che per anni non ha agito permettendogli di violare i diritti fondamentali, assumere il controllo dei media e vessare la società civile ungherese», ha affermato la Presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici all’Europarlamento, Itaxte Garcia Perez.

Il PPE passa da 187 a 175 deputati nel Parlamento europeo, mentre i socialisti, il secondo gruppo, sono fermi a 145. Tuttavia, l’attuale maggioranza al Parlamento europeo non dovrebbe subire stravolgimenti. Certo è che l’uscita dal PPE comporterà per Fidesz una relativa  marginalizzazione rispetto ai tavoli che contano. Negli ultimi giorni si è parlato di un eventuale ingresso nel gruppo dei Conservatori, che comprende l’estrema destra polacca del PiS (Diritto e Giustizia) e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni: sarebbe «una questione di giorni». Qualcun altro arriva, addirittura, ad ipotizzare un eventuale ingresso di Fidesz in Identità&Democrazia, il gruppo a cui attualmente aderisce l’AfD tedesca, il Rassemblement National di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini. Il che sembra impossibile, data l’irrilevanza di questo gruppo per un partito che è al governo di un Paese.
Jörg Meuthen, leader dell’AfD e membro di spicco del gruppo ID, ha detto che era chiaro che Orbán e il suo partito appartenevano ai loro ranghi: «Questo è evidente in questioni come la migrazione, l’identità e la sovranità nazionale».
L’eurodeputata di Fidesz Tamás Deutsch ha reso noto che, sebbene vi sia la possibilità che il partito rimanga all’interno del PPE, il corso degli eventi punta “nella direzione dell’opposizione”.
Balázs Hidvégi, un eurodeputato di Fidesz che funge da portavoce del partito in Parlamento, ha frenato: «Fidesz è ed è stato un partito filoeuropeo dedicato. Non siamo euroscettici, non siamo critici nei confronti dell’Europa, ma della burocrazia di Bruxelles».
Tuttavia, ha fatto notare Deutsch, i commenti del nuovo leader della CDU Armin Laschet su Fidesz sono «molto diversi nel tono» da quelli della leadership del PPE. Finora, infatti, Laschet ha evitato di dire se è favorevole all’esclusione di Fidesz dal PPE, mantenendosi estremamente cauto. Ma questa ambiguità, che la CDU ha mantenuto finora rispetto al partito di Orbán, troverà una sua risoluzione con l’inizio della campagna elettorale in Germania. «Sono molto felice che il gruppo PPE sia così unito» – ha ribadito ai giornalisti il ​​leader del gruppo, Manfred Weber – «Non vedo vincitori e vinti». «Ci dispiace che la vicenda si concluda così» – ha evidenziato l’ex Presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani – «l’uscita di Fidesz indebolisce il PPE e non ci guadagna nessuno».
Il punto vero, quindi, è se, dopo il divorzio d’un Fidesz, il PPE può dirsi veramente unito (o se seguiranno altre fuoriuscite come quella che sembra vicina degli sloveni di Janez Sansa), e se questa ‘pulizia’ può bastare per dichiarare risolto il problema esistenziale di cosa è il centro destra europeo o se, invece, non provochi, alla lunga, uno sbilanciamento a sinistra, rimproverato alla linea Merkel, temuto da molte forze popolari europee alle prese con le estreme destre nei rispettivi Paesi e che Orbán aveva tentato, fallendo, di candidarsi a scongiurare. In quest’ottica, forse, è meno probabile l’ingresso nel PPE della Lega di Matteo Salvini, oggi membro della maggioranza che sostiene il governo di Mario Draghi, nonostante i buoni uffici di Forza Italia e del numero due del Carroccio, Giancarlo Giorgetti.
Quale sarà il futuro del PPE? E quale saranno le prossime mosse di Fidesz? Lo abbiamo chiesto a Stefano Bottoni, storico dell’Europa orientale, ricercatore presso il Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze nonché tra i massimi esperti italiani di Ungheria e di Viktor Orbán, al quale ha dedicato il volume intitolato ‘Orbán, un despota in Europa’ edito da ‘Salerno’, un manuale imprescindibile per approfondire il regime ungherese.

Una modifica delle regole procedurali – definita da parte ungherese «un atto ostile» contro Fidesz e i suoi elettori che si qualifica come «antidemocratico, ingiusto e inaccettabile» – che consente la sospensione o l’espulsione di un’intera delegazione con i voti favorevoli di due terzi dei membri del partito, ha spinto Viktor Orbán ad uscire dal PPE. Lei, da esperto convito da sempre che Orbán non è un outsider della politica e che sa come muoversi, è rimasto stupito dalla rottura con il PPE? Pensa che il leader ungherese, anche per un fatto di orgoglio, abbia voluto anticipare la mossa che avrebbe poi fatto, una volta riunitosi in presenza, il Partito Popolare? E cosa ci guadagna?

Non ho interpretazioni alternative sulle sue motivazioni.Anche a me, sembra che Orbán abbia voluto anticipare, per una questione di prestigio, un’espulsione che lo avrebbe posto in una situazione tale da dover spiegare il proprio operato anche di fronte al proprio elettorato. Avevamo anche notato, a partire dalla sospensione del 2019 che i rapporti con il PPE erano già quelli di ‘separati in casa’, in particolare dopo che alle elezioni europee l’ “offerta pubblica di acquisto” lanciata da Fidesz sul PPE con l’obiettivo di spostarne l’asse politico-ideologico a destra si era scontrata con la resistenza di gran parte degli stessi alleati europei. A questo smacco è seguita la ricerca di alleati alternativi, in particolare nel contesto italiano che è molto importante in quanto ci sono due grossi partiti con cui erano intavolati dei colloqui – prima con Salvini, poi sempre più con Meloni, leader del gruppo dei Conservatori e riformisti europei (ECR) di cui fa parte anche il PiS polacco. La mossa di Orbán non mi ha, quindi, stupito. La pandemia sta colpendo duramente l’Ungheria, come tutta l’Europa centroale, e è molto duro in il 5 marzo è stato annunciato un lockdown praticamente totale (con chiusura delle scuole per un mese e di tutti i negozi per almeno due settimane) che dovrebbe durare fino a Pasqua. Non credo che nell’immediato Orbán possa avere qualcosa da guadagnare, anche perché conta solo una dozzina di di eurodeputati. Inoltre, ci sono dei tecnicismi per cui Fidesz governa, sul piano formale, con un piccolissimo partito cattolico che è il KDNP, guidato dal vicepremier Zsolt Semjén. Questo movimento satellite ha solo un deputato europeo della delegazione ‘Fidesz-KDNP’, però resterebbe dentro il PPE. Se quella di Orban può sembrare una scelta malsana, è anche vero che ci può essere il tentativo da parte del leader ungherese di mantenere un piede nella macchina del PPE. E poi c’è la questione del partito della minoranza ungherese in Romania, l’UDMR, che ha due deputati che non vorrebbero lasciare il PPE perché per loro è un ancoraggio consolidato anche se, sul piano politico ungherese, questi partiti delle minoranze ungheresi in Romania e Slovacchia, che hanno in tutto tre eurodeputati (2 per la prima, 1 per la seconda) sono praticamente clienti di Fidesz, da cui sono coordinati e anche finanziati. Tuttavia, sulpiano europeo, è anche possibile immaginare che questi ‘partiti-satellite’, interni ed esterni, restino nel PPE e quindi che si verifichi un distacco a due terzi, ma non totale. Il che ci comunica anche il fatto che, per Orbán, l’opzione A sarebbe stata chiaramente un’OPA sulla linea ideologica del PPE, impostandola a destra o, comunque, seguendo l’interpretazione di Orbán, facendo tornare il PPE alle origini con Kohl, Chirac e Aznar,e lasciando la linea di centro/centro-sinistra che si è affermata di recente, ma in molti paesi sembra elettoralmente fallimentare. Orbán ha accarezzato questo progetto, cioè diventare, dopo Angela Merkel, il leader di un’Europa conservatrice alternativa, ma questo progetto è fallito, quantomeno nel PPE.

«Mentre centinaia di migliaia di europei vengono ricoverati e i nostri dottori salvano vite è decisamente deludente vedere che il gruppo del Ppe è paralizzato da questioni amministrative interne e cerca di zittire e inabilitare i nostri eurodeputati democraticamente eletti», si legge nella lettera inviata a Weber. La mossa di Orbán potrebbe essere letta anche in chiave interna, cioè, a fronte del momento critico, può tornare utile per rafforzare la leadership alzare i toni, come ha già fatto in passato, contro il nemico esterno europeo o PPE che sia?

Sì, main questo momento le diatribe con il PPE non interessano affatto all’ungherese medio. Gli analisti rilevanola grande differenza del COVID-19 e della crisi generale -sanitaria, economica, sociale – rispetto alle campagne governative contro George Soros o sulla migrazione: quelli erano pericoli sostanzialmente immaginari, frutto della politica dell’identità della destra ungherese, mentre lapandemia è una minaccia assai più seria e reale. E mentreil sistema di Orbán è sempre stato abilissimo nel comunicare per accumulare consenso e manipolarlo, emerge nell’emergenza un sempre più grave malfunzionamento degli apparati statali. Il sempreverde tema della pubblica amministrazione torna centrale quando una riforma sanitaria imposta con la forza fa scappare, dai primi di marzo, oltre 4mila medici e infermieri dagli ospedali pubblici già sotto organico perché essi non vogliono firmare il nuovo contratto di lavoro, molto svantaggioso sul piano dei diritti del lavoro, imposto dalle direzioni sanitarie e dal Ministero. I medici finiscono dunque nel settore privato o all’estero, mentre gli ospedali ungheresi si vedono travolti da 7 mila ricoverati, 7 mila contagi giornalieri (l’equivalente di quasi 50 mila in Italia), con una pressione ormai insostenibile sull’intero sistema sanitario. In un momento simile, agli ungheresi non interessa nulla della collocazione internazionale di Fidesz e Orbán, quindi, non può guadagnare nulla.

L’appartenenza al PPE, la più importante famiglia politica in Europa che al momento detiene la maggioranza relativa all’Europarlamento, da sempre ha consentito ad Orbán di partecipare ai tavoli che contano, di incidere, per certi versi, nella linea dei popolari nel tentativo di far valere anche i suoi interessi. L’uscita non finisce per condannare Orbán e Fidesz alla marginalizzazione, all’irrilevanza, un po’ come i polacchi del PiS nell’ECR?

Si potrebbe aggiungere che i polacchi del PiS non sono mai stati nel PPE, anzi questo era il partito del loro avversario interno, la Piattaforma Civica PO guidata dall’ex premier Donald Tusk. Non è che l’appartenenza politica qualifichi: certamente potrebbe esserci un restringimento di un certo campo di manovra, ma il vero cambio di rotta  nei rapporti con l’Ungheria di Orbán, dovrebbe essere rappresentato, nel caso cruciale della politica tedesca, da un massiccio disinvestimento nel comparto industriale, come a mandare un messaggio politico.

Ecco come cambieranno i rapporti con la Germania che, con Kohl, favorì l’ingresso di Orbán nel PPE?

Di questa voglia di discontinuità non vediamo alcuna traccia. Anzi, procedono tutti i grandi progetti annunciati come quello della BMW ad Debrecen. A parte che i rapporti tra Weber e Orbán si erano già rotti nel 2019, ma l’uscita dal PPE era già nell’aria da tempo. Quello che non si percepisce, ma nel casosarebbe veramente un campanello d’allarme per il sistema di Orbán, ad un anno dalle elezioni in Ungheria, è esattamente il legame a doppio filo con il mondo produttivo tedesco il quale, fino ad ora, non è stato mai interessato alle questioni politico-ideologico bilaterali tra i due Paesi. Abbiamo visto a lungo, da parte di Berlino, l’attuazione di politiche di doppio binario che eticamente erano strette, ma che sul piano del business erano molto vantaggiose per Budapest.

L’ambivalenza della CDU nei confronti di Orbán hanno condizionato poi la linea del PPE che, soprattutto negli ultimi anni, con un tira e molla, non ha mai preso, fino ad oggi, una posizione netta. Potremmo dire, per  l’approvazione della modifica del regolamento interno, ‘meglio tardi che mai’? E adesso diviene più chiaro al PPE cos’è, cos’è il centro-destra europeo?

Onestamente direi di no, nel senso che la crisi del PPE, così come quella dei socialisti -ovvero delle antiche famiglie politiche europee di massa – è tale che da un lato i rispettivi consensi tendono ad assottigliarsi sempre di più, dall’altro si fatica sempre più a distinguere questi conglomerati postmoderni. Perché votare uno piuttosto che l’altro, se le differenze identitarie sono quasi scomparse? Questa uscita approfondirà semmai la crisi di identità del PPE.

Il voto all’interno del gruppo del PPE che ha provocato l’uscita di Orbán «è un segnale di forza e di unità», ha detto il Presidente del gruppo, Manfred Weber, considerando che l’81,4% (148 sì, 28 no e 4 astenuti) ha votato a favore: «E’ chiaro che Fidesz si era allontanato dai valori di Schumann, De Gasperi, Kohl e Adenauer». «Ci dispiace che la vicenda si concluda così, l’uscita di Fidesz indebolisce il PPE e non ci guadagna nessuno», ha dichiarato l’ex Presidente dell’Europarlamento, esponente di Forza Italia, Antonio Tajani. Chi può cantare vittoria per l’uscita di Orbán dai popolari? E il PPE trova effettivamente una nuova unità?

I vincitori sono sicuramente i Conservatori, ma in generale i gruppi di destra e, in particolare, quello cui Orbán deciderà di aderire. Non è Fidesz che non avrebbe voluto arrivare a questa situazione in questo modo: è stato costretto e, quindi, ora fa buon viso a cattivo gioco. Dall’altro canto, non vedo maggiore compattezza neppure nel PPE. . Anzi, il PPE farà molta fatica a riprendersi presso una parte del proprio stesso elettorato in quanto Orbán veniva utilizzato, anche a livello di politica tedesca, in Baviera, per spaventare o al contrario rassicuraregli elettor tedeschi. Non dimentichiamoci che la Baviera è da sempre il più grande fortino elettorale della CSU, sempre un po’ più a destra rispetto alla CDU. Questi elettori della CSU si sintonizzavano molto bene con quello che diceva Orbán, al di là della tradizionale prudenza dei leader regionali. Che senso può aver avuto  liberarsi di Orbán, ora, nel marzo 2021, da parte della CDU? Perché doveva avvenire prima dell’inizio della campagna elettorale, dove i temi internazionali avranno peso: la nuova segreteria della CDU voleva depotenziare le possibili critiche da parte dei Verdi e dei Socialdemocratici. Ora possono dire che gli errori sono legati al passato e addossarli velatamentealla Merkel, ma da questo in momento in poi si cambierà linea. C’è un aspetto di rischio, ma questa è la strada se vogliono guadagnare voti, soprattutto tra gli elettori di sinistra o comunque non di destra, come quelli che oggi ha la CDU. Orbán su questo ha perfettamente ragione: questa CDU non è più quello che era un tempo, un partito di centro-destra.

Qualcuno ha provocatoriamente fatto notare anche che Weber, che aspira a prendere il posto di David Sassoli come Presidente del Parlamento europeo a gennaio 2022, potrebbe avere molto da guadagnare dall’uscita di Orbán. La sua CSU, in passato, più volte, aveva difeso il premier ungherese e Weber aveva bisogno di rifarsi l’immagine per poi sperare di ottenere i voti di liberali e socialisti. Che ne pensa?

È possibile. Le ambizioni di Weber vanno in questa direzione e potrebbe aver voluto cogliere la palla al balzo.

È quello che viene rimproverato, da alcune aree dell’Unione, a Merkel: la ‘socialdemocratizzazione’ della CDU. Ma all’interno del PPE, chi può dirsi vincitore? Sappiamo che, sul destino di Orbán nel partito, i tedeschi insieme a Forza Italia e ai  francesi si erano mostrati dialoganti mentre i partiti del Nord, dell’Est, i portoghesi e i greci sono stati integerrimi.

C’è sicuramente questa dinamica di ‘vincitori e vinti’, ma se guardiamo ai numeri, i vincitori non contano nulla: erano una rumorosa minoranza, in particolare i nordici, ma il loro peso globale sulle linee del PPE rispetto al blocco tedesco, italiano o francese era del tutto trascurabile. Questa è una rivincita politica che permette loro di proclamare: ‘lo avevamo detto’, ‘avete fatto ora quello che chiedevamo da anni’.

Qualcun altro potrebbe seguire l’esempio di Orbán nel PPE? Ad esempio, gli sloveni di Janez Sansa che si sono opposti alla modifica del regolamento?

Gli sloveni credo proprio di sì. A parte che il partito SDS è da tempo molto legato ideologicamente a Fidesz, va ricordato che attraverso fondazioni e uomini d’affari ungheresi legati al sistema di Orbán Budapest ha già investito diversi milioni di euro nel tentativo di portare Lubiana sul fronte ‘illiberale’.Il partito di Sansa, che è utile a Orbán perché come forza di governo esprime un primo ministro che siede al Consiglio europeo e ha potere di veto, potrebbe effettivamente seguire Orbán. Se partiti quasi-mafiosi come il GERB bulgaro di Bojko Borisov stanno nel PPE, non mi stupisco più di nulla. A questo punto, perchè dovremmo stupirci di un eventuale ingresso della Lega di Salvini? Va detto che Borisov, pureideologicamente vicino a Orbán, non vuole uscire dal PPE perché non vuole perdere l’ombrello tedesco. Forse i croati potrebbero seguire il leader ungherese, con il quale condividono la linea politica ‘cristiana’ e tradizionalista. Ma questa politica non è più nazionale, bensì regionale e transnazionale e questo avviene soprattutto a destra. La vera ridefinizione degli equilibri è ciò su cui la destra europea non riesce a trovare la quadratura del cerchio. Sembra infatti improbabile la formazione di un unico grande gruppo che pure avrebbe ormai numericamente un peso maggiore rispetto al PPE.Ma sono divisi in fazioni e continueranno: Meloni, ad esempio, non vuole Salvini nel gruppo dei Conservatori, ma è difficile immaginare un ingresso di Salvini nel PPE

A questo proposito, ieri il leader della Lega ha subito espresso vicinanza al popolo ungherese, ma, con l’uscita di Orbán, potrebbe ambire ad entrare a far parte del PPE? Oppure la rottura di Fidesz rende questa una possibilità remota?

Se c’è stato Orbán fino a ieri, può entrare chiunque. Non è questo il problema. La vera questione è che sarebbe molto contraddittorio per il PPE, dopo aver caldamente incoraggiato l’uscita di Fidesz, spalancare, a pochi mesi di distanza, le braccia a Salvini.

Anche questo Salvini, sostenitore del Governo Draghi e con l’appoggio di Forza Italia?

Certo, Salvini di lotta e di governo, che si è messo sulla retta via sostenendo il governo di tutti. Si potrebbe capire, anche perché Salvini non era certo il male assoluto come è stato dipinto dall’immaginario di sinistra. Tuttavia, da qui, immaginare un intreccio organico è cosa diversa: certo il PPE ci guadagnerebbe dal punto di vista elettorale, visto che Forza Italia è alle corde. Il campo è libero, ma questo cammino di avvicinamento, se mai ci sarà, lo vedo molto lungo e difficile. E poi, cosa ci guadagna Salvini? Va bene che Giorgetti e amministratori del Nord potrebbero spingere in questo senso el’idea di una DC di centro-destra è affatto peregrina, da un punto di vista politico. Ma il fatto che l’ECR sia presidiato sul fronte italiano da Meloni, che non ha intenzione di mollarlo, rende le opzioni di Salvini molto strette: o rimane in ‘Identità e democrazia’, molto di destra e periferico negli equilibri europei, con nessuno al governo tranne lui, oppure non so cosa gli possano chiedere per acconsentire ad un avvicinamento al PPE. Sicuramente il prezzo sarà molto alto e bisognerà vedere se gli converrà pagarlo.

Dalle parti di Giorgia Meloni, Presidente del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, si viene a sapere che le interlocuzioni per l’adesione di Fidesz a ERC sarebbero «in stadio avanzato» sarebbe solo una «questione di giorni». L’adesione al gruppo dei Conservatori è una mossa azzeccata per Orbán? E per Meloni, Fidesz nell’ERC è un buon acquisto?

Partendo dalla seconda domanda, secondo me sì perché con Orbán acquisiscono un partito stabilmente al governo e, seconquistassero anche Jansa, aumenterebbero di molto il peso negli equilibri governativi europei.. Per Orbán, invece, è l’unica mossa possibile: non è pensabile che un partito di governo finisca nel gruppo dei ‘non affiliati’; non può andare con quelli di ‘Identità e democrazia’ (AfD o Le Pen) con cui condivide ormai una collocazione ideologica affine alla destra radicale, ma la politica europea non segue queste direttrici: vorrebbe dire condannarsi alla marginalità totale e vorrebbe dire anche mettersi definitivamente contro la CDU, la quale vede nell’AfD un nemico da annientare. E questo Orbán lo sa molto bene.

Il divorzio dal PPE favorirà un rafforzamento dei rapporti dell’Ungheria col Gruppo di Visegrad?

Non è automatico perché dobbiamo guardare anche alle dinamiche nei Paesi del Gruppo, ma anche ai loro diversi punti di vista: ad esempio, i polacchi hanno annunciato, creando scompiglio in Ungheria che ha iniziato ad usare il vaccino cinese Sinopharm, che può entrare in Polonia solo chi ha fatto vaccini ‘occidentali’. Per questo credo che, come spesso accade, Visegrad mostri molto la corda, l’incompletezza di un progetto a geometria variabile.

La fuoriuscita dal PPE da parte di Fidesz porterà gli occhi della Commissione ad essere più impietosi nei confronti delle violazioni e delle infrazioni del regime ungherese, anche magari arrivando a sanzionarlo?

Questo è quello che teme Fidesz da anni e per questo Orbán ci ha sempre tenuto, fino a quando è stato possibile, a rimanere sotto l’ombrello del PPE e della Merkel. Ma, da un lato, la dimissionaria Merkel sta per cedere il passo a una nuova leadership nella CDU e presumibilmente nel governo di Berlino, mentre il PPE lo sarà sempre meno. Dall’altro, finché Orbán è al governo e avrà degli alleati come i polacchi del PiS, può continuare a sperare, in sede di Consiglio europeo, nel veto o nella minaccia del veto che poi costringa gli altri a negoziare e a ritirare le posizioni più radicali. Certo è che la campagna elettorale del 2022, con una situazione socio-sanitaria difficile, può diventare molto più complicata: Orbán dovrà sudarsela questa riconferma. O con brogli oppure intensificando il carattere autoritario e repressivo del sistema.

La Commissione europea esce indebolita anche da questa defezione di Orbán, nonostante, sotto il punto di vista numerico, Fidesz non sposti molto?

No, questo è un affare interno al partito.

Quindi non va escluso un’accentuazione del carattere autoritario del regime di Orbán dopo l’uscita dal PPE?

No, ma ci sono anche molti segnali di irrigidimento negli ultimi mesi che lo confermano. Con l’uscita dal PPE, inteso come ‘vincolo esterno’, cosa può succedere? Non lo sappiamo. Finora, però, alcune radicalizzazioni anche piuttosto odiose si sono potute evitare anche grazie alla moral suasion, al vincolo esterno di Bruxelles. Bisognerà vedere come la società civile e la sfera politica saranno in grado di reagire sul piano elettorale e delle piazze. Adesso, con il COVID-19, l’attività politica non c’è e la situazione è congelata: quando tutto questo si scongelerà, forse in estate, bisognerà vedere come saranno messi i diversi schieramenti.

«I tempi cambiano, i nostri valori no» – scrive Weber in una lettera di risposta ad Orban – «Sono sicuro che tu sia consapevole di quanto io sia sempre stato un costruttore di ponti. È nel mio dna politico. A questo proposito, se sei d’accordo, ti proporrei una conversazione telefonica quando vuoi». Pensa che la decisione di Orbán possa essere reversibile?

Non so, non si sa cosa voglia veramente Orbán. Certamente non credo che per il PPE questa sia la migliore soluzione possibile perché è comunque un vulnus: Fidesz rappresentava l’ala destra, poco rappresentata a livello di dirigenza politica del PPE, ma ancora molto seguita nell’elettorato. Togliendo quell’ala destra, il PPE si sposta indubbiamente a sinistra.

E questo è un effetto positivo agli occhi di molti partiti popolari?

Non credo sia positivo, nel senso che il campo liberale è già ampiamente rappresentato e la sinistra pure. Se il PPE perde la sua identità conservatrice, ‘cristiana’, cosa gli rimane? Solo la dimensione tecnocratica e amministrativa del potere. C’è uninnegabile problema di identità nel conservatorismo europeo (e occidentale in senso lato, si vedano gli Stati Uniti) ed ecco perché la mano di Orbán l’hanno abbandonata così a fatica. Perché c’è un problema per il dopo.

Sul fronte vaccinale, il leader ungherese ha criticato l’Europa ed ha aperto al vaccino russo Sputnik V e al cinese Sinopharm. L’indebolimento del vincolo esterno costituito dall’appartenenza al PPE avrà effetti nella geopolitica ungherese?

Potrebbe intensificarsi questo orientamento di differenziazione, ma certamente questo dipenderà anche dalla capacità di questi Paesi di ‘spacciare’ i loro vaccini: la Cina ha rapidamente a Budapest consegnato mezzo milione di dosi; la Russia ha promesso, firmato contratti milionari senza tuttavia passare ancora alla distribuzione di massa sul mercato. Il problema fondamentale adesso è la disponibilità. Non si può escludere nulla, ma non prenderei in considerazione l’uscita dell’Ungheria dall’Europa, dalla NATO, colpi di testa radicali, anche perché, prima delle elezioni, anche l’elettorato moderato, con giovani e classi media che si ritrovano in questo assetto, va rassicurato.

Il rapporto con Cina e Russia non può prescindere da quello con gli Stati Uniti. Cosa cambia con Joe Biden alla Casa Bianca, dopo la stagione Trump?

Bassissimo profilo, cercando di non farsi notare troppo. Poi bisognerà vedere chi sarà l’ambasciatore che, probabilmente, sarà esperto di Ungheria, di diritti umani, delle minoranze. Il rapporto con gli Stati Uniti, in realtà, non è stato mai centrale, neanche con Trump. Vediamo se il livello di rischio costituito dall’Ungheria sarà tale da spingere Biden a prendere provvedimenti oppure se la nuova amministrazione si limiterà ad osservare la situazione e a mandare messaggi in codice.

«Consideriamo i padri fondatori cristiani dell’Unione europea Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman come i nostri predecessori ideologici che, basandosi sulla loro forte fede, hanno gettato le basi per l’Unione», recita una nota  diffusa dal partito ungherese Jobbik dopo gli ultimi eventi. Si può dire che Jobbik stia provando a rubare il posto a Fidesz?

Da un punto di vista ideologico e anche socio-demografico, Jobbik è la nuova Fidesz, quella di 15 anni fa, e Fidesz è la nuova Jobbik, quella di 10 anni fa. Il punto è vedere quanto rapido sarà il processo decisionale. Io non ci vedrei niente di particolare se il PPE lo accogliesse tra le sue file, come un assist a tutta l’opposizione unificata, poco prima delle elezionidel 2022. Ho però molti dubbi che la politica europea sia in grado di leggere in filigrana i complessi processi politici di un Paese in rapida evoluzione quale l’Ungheria di oggi.

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