venerdì, Aprile 23

Ungheria, Consiglio UE: ‘Legge sui migranti in contrasto con i diritti umani’

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La nuova legge ungherese, in base alla quale tutti i migranti e i rifugiati che raggiungono il Paese saranno detenuti in ‘zone di transito’ alle frontiere serba e croata, è probabilmente in contrasto con la normativa europea sui diritti umani. Lo afferma il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa (che non è un’istituzione Ue e non va confusa con il Consiglio Europeo), Nils Muiznieks, ricordando che precedenti decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno stabilito che la detenzione sistematica dei migranti che chiedono asilo deve essere usata solo come misura di ultima ratio.

In base alla norma approvata ieri a grande maggioranza dal Parlamento di Budapest, i richiedenti asilo e gli altri migranti che arrivano in Ungheria, compresi i bambini, saranno costretti a vivere in container circondati da recinzioni di filo spinato. La misura è stata anche condannato dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite Unhcr, secondo cui avrà un «impatto terribile» su persone già traumatizzati. Da parte sua il primo ministro ungherese Viktor Orban, ha giustificato la mossa sostenendo che il Paese è «sotto l’assedio di migranti e difenderci è nostro diritto ed esigenza nazionale».

Su un altro fronte, «L’utilizzo di clausole legali basate su ragioni umanitarie per l’immigrazione economica rischia di incoraggiare i flussi di migranti irregolari via mare dal Nordafrica». Lo sottolinea Tomas Bocek, rappresentante speciale per le migrazioni e i rifugiati del segretario generale del Consiglio d’Europa, in un rapporto su una missione in Italia condotta nello scorso ottobre e pubblicato oggi. «Sarebbe più sensato mettere in piedi canali legali per l’immigrazione economica, con procedure da seguire nei Paesi di origine, invece di favorire coloro che entrano nel Paese in modo illegale», ha continuato Bocek. «Questo – conclude – potrebbe aiutare a scoraggiare i migranti economici dal tentare il viaggio verso l’Italia, che è pericoloso».

Israele: sono state approvate in prima lettura due versioni della controversa legge per limitare i richiami alla preghiera islamica nelle città israeliane. Per essere approvata in via definitiva la cosiddetta ‘legge del muezzin’ dovrà ricevere tre voti favorevoli alla Knesset.

La versione proposta dal partito Likud del premier Benyamin Netanyahu, con l’appoggio della destra filo-coloni di Focolare Ebraico, vuole vietare che i muezzin usino gli altoparlanti per richiamare i fedeli alla preghiera fra le 23 e le 7 del mattino, pena il pagamento di una multa di 10mila shekel (circa 2570 euro). L’altra, quella portata avanti dal partito nazionalista Israel Beytenou del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, impone un bando totale al richiamo del muezzin. Entrambe le leggi hanno avuto 55 voti a favore sui 120 deputati della Knesset.

Corea del Nord: Pyongyang sospenda i suoi test missilistici ed il programma nucleare in cambio dello stop delle esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud. È questa la proposta di mediazione avanzata dalla Cina per riportare le parti a un negoziato, secondo quanto ha spiegato il ministro degli Esteri Wang Yi in una conferenza stampa a margine dei lavori della Plenaria del Congresso nazionale del popolo. Lunedì scorso i nordcoreani hanno lanciato quattro missili balistici nel Mar del Giappone in risposta alle manovre militari congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud.

Stati Uniti: Anche Donald Trump ha incontrato l’ambasciatore russo Sergey Kislayk a Washington durante la campagna elettorale, contrariamente a quanto affermato da lui e dai suoi portavoce. L’occasione, scriveva il New York Times in un articolo dello scorso maggio rilanciato oggi dai media americani, fu un discorso di politica estera che Trump pronunciò al Mayflower hote di Washington il 27 aprile scorso in cui l’allora candidato repubblicano espresse la convinzione che fosse «assolutamente possibile alleggerire le tensioni e migliorare le relazioni con la Russia».

Intanto arriva dalle Hawaii il primo ricorso legale contro il nuovo ‘travel ban‘ che il presidente Trump ha presentato dopo che il primo è stato bloccato dai giudici. Gli avvocati che rappresentano il governo dello stato insulare americano infatti hanno annunciato che presenteranno oggi un’istanza per chiedere che i giudici federali blocchino anche questa nuova misura prima della sua entrata in vigore fissata per il 16 marzo.

Germania/Turchia: buone relazioni e ritorno alla normalità: questo l’auspicio dei ministri degli Esteri tedesco e turco, Sigmar Gabriel e Mevlut Cavusoglu, al termine di un incontro nella capitale tedesca. Tuttavia, Cavusoglu non ha mancato di attaccare a distanza il governo di Berlino, accusandolo di lavorare affinché vinca il ‘No’ al referendum costituzionale in programma in Turchia il 16 aprile, riferendosi alla decisione delle autorità tedesche di vietare i comizi del ministro dell’Economia e della Giustizia turchi.

Francia: secondo un sondaggio di Ifop-Fiducial, Emmanuel Macron, candidato del movimento indipendente En marche!, è in forte crescita (+3,5%) e avrebbe raggiunto la candidata del Front national Marine Le Pen (+1%), che è la favorita al primo turno delle elezioni presidenziali. Macron staccherebbe ormai in maniera netta il candidato conservatore François Fillon (-1,5 per cento), coinvolto in diversi scandali finanziari. Secondo il settimanale satirico Le Canard Enchaîné in edicola martedì, Fillon avrebbe ricevuto un prestito di 50mila euro senza dichiararlo al fisco.

Afghanistan: Più di 30 morti nell’attacco all’ospedale militare di Kabul, nel centro della capitale afghana. L’azione è stata rivendicata dal sedicente Stato islamico (Is) con un messaggio diffuso tramite l’organo di propaganda Amaq.

Marocco: Abdellatif Merdas, deputato del partito dell’Unione costituzionale, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco ieri sera a Casablanca in un agguato nel quartiere di California, mentre era alla guida della sua auto.

Giornata Internazionale della Donna: manifestazioni e cortei si sono tenuti oggi nei Paesi (circa 40 in tutto) che aderiscono allo sciopero globale delle donne per denunciare la disuguaglianza di genere che tuttora si registra in molte parti del mondo.

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