domenica, Ottobre 17

Un'era della sinistra: bassolinismo e deluchismo field_506ffbaa4a8d4

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Si narra che la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 1993, Napoli fosse insolitamente calda. Normale per una città di mare, peraltro circondata e protetta dalla collina del Vomero, ma l’aria che risaliva dai vicoli di Forcella e poi dal decumano e da piazza Municipio, verso corso Vittorio Emanuele fino a castel Sant’Elmo, era qualcosa di diverso. E la avvertiva quella diversità, sulla pelle e nello stomaco, Antonio Bassolino, mentre se ne stava da solo, seduto, nell’ultima stanza del suo comitato elettorale in via Benedetto Croce. Solo due persone entravano e uscivano per aggiornarlo sui dati, uno dei due era Andrea Cozzolino, giovanissimo capo della segreteria politica napoletana, che accompagnerà Bassolino lungo tutta la sua esperienza politica e amministrativa. “Antonio era scaramantico per natura”, racconta Cozzolino, europarlamentare al suo secondo mandato, “allora aspettava che io gli segnalassi di volta in volta i risultati dello spoglio e solo quando ci fu il dato reale si liberò e si affacciò a salutare i sostenitori che ci raggiungevano per poi andare davanti al municipio dove fummo travolti da una manifestazione popolare, e improvvisò un comizio mettendosi su una postazione della Rai, allestita per l’inviato del Tg1 David Sassoli, che poi ho ritrovato al Parlamento Europeo”.
Comincia quella notte o forse un istante dopo, il momento storico che in molti hanno segnato con il termine bassolinismo. Che l’intellettuale Biagio De Giovanni ha definito come un sistema partitico senza partito, contrapponendolo al veltronismo, diverso, a suo dire, perché appare come un potere giocoso, divertente, legato alla città. Che il politilogo Mauro Calise incardina in una tendenza alla presidenzializzazione, un rafforzamento delle leadership individuali e dei poteri monocratici ai diversi livelli del sistema politico, a Napoli, in molte città italiane, in Italia, in Europa. Per Calise non è possibile comprendere Bassolino e il bassolinismo prescindendo da un quadro più generale, che contempli l’Italia di Berlusconi come la Milano di Gabriele Albertini o la Salerno di Vincenzo De Luca.

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