lunedì, Maggio 16

Un’araba fenice chiamato ‘centro’ Nella tarda primavera è prevista una tornata elettorale amministrativa importante e tutti, partiti e parlamentari, sono in agitazione in vista del voto del 2023

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Quando si voterà, non è dato saperlo con certezza. Il suo terminenaturaleè previsto per il marzo 2023, praticamentedomani‘. Senatori e deputati faranno di tutto per arrivarci. Per ragioni molto umane, anche se non nobili ed encomiabili: è la legislatura con l’età media più bassa -alla Camera 44 anni, al Senato 52 anni. Bene, dirà qualcuno. Il particolare è che la prossima sarà diversa: i deputati, da 630 passeranno a 400; i senatori da 315 a 200. Dunque, 345 posti in meno: un bel salasso. Non solo. Dall’ultima consultazione elettorale politica è cambiato un po’ tutto. Il Movimento 5 Stelle non avrà il consenso che ha avuto; lo stesso discorso vale per i seguaci di Matteo Renzi; il centro-destra è terremotato… Sarà una decimazione: degli attuali 945 parlamentari, quanti non verranno più rieletti, ‘semplicementeperché non saranno neppure candidati? Le liste verranno, come in passato, composte dalle oligarchie dei partiti, che ovviamente riserveranno i posti sicuria fedeli… Di tutto ciò i parlamentari in carica sono consapevoli; essendo relativamente giovani, molti di loro si dovranno trovare un’occupazione e non sono più i tempi di una volta, quando la politica in un modo o nell’altro garantiva un ‘posto’. Molti di loro dovranno cercare di lavorare come persone ‘normali’. Umano, dunque, che vogliano restare dove sono fino all’ultimo minuto secondo.
Su questo sono sostanzialmente tutti d’accordo. Sul resto, tutto il resto, c’è dissenso, distinguo, polemica.

 

Continua, insomma, la campagna elettorale in corso da tempo: referendum a parte (i cinque sulla giustizia, promossi da Partito Radicale e Lega), nella tarda primavera è prevista una tornata elettorale amministrativa importante.
Il Partito Democratico appare intenzionato a non mettere in discussione la fragile intesa raggiunta con il Movimento 5 Stelle, più frazionato di sempre. Cosa riuscirà e potrà fare l’ipotizzato (e affollatissimo) ‘centro‘, non è ben chiaro: Azione di Carlo Calenda, la galassia di Più Europa, Italia Viva, Forza Italia, i seguaci di Giovanni Toti, quelli di Gaetano Quagliariello e Maurizio Lupi… una quantità di piccoli galli in una stia. E poi il centro-destra: ormai i tre partiti che lo compongono, se ne vanno ognuno per conto loro. Potranno trovare ancora un ‘collante’, ma è come il vaso andato in frantumi. Il miglior artigiano li può incollare, ma sempre collazione di cocci… Come sia sono un migliaio i comuni dove si voterà per il nuovo sindaco; e tra questi una ventina di capoluoghi di provincia: Alessandria, Asti, Belluno Catanzaro, Como, Cuneo, Frosinone, Genova, Gorizia L’Aquila, La Spezia, Lucca, Padova, Palermo, Parma, Pistoia, Taranto, Verona… Come si vede, un importante e significativo test. Questo spiega la litigiosità dei partiti e dei movimenti, che ha costretto l’altro giorno il presidente del Consiglio Mario Draghi a un drastico richiamo all’ordine. Al momento tutti hanno abbassato i toni, ma durerà poco, è sicuro.

 

Già nei prossimi giorni si discuterà di concorrenza e concessioni balneari, delega fiscale, riforma del catasto, codice degli appalti: su questi provvedimenti Draghi misurerà la tenuta della maggioranza e dello stesso Governo. Può contare sull’esplicito appoggio del segretario del PD Enrico Letta: «Voglio dirlo con grande chiarezza: noi dobbiamo ora e nei prossimi mesi portare avanti per il bene del Paese l’azione riformatrice del Governo. Dobbiamo farlo senza nessuna ambiguità». Letta auspica che «tutti gli altri si impegnino a portare avanti le indicazioni del presidente del Consiglio». Che dire? Se son rose, fioriranno.
Letta annuncia un «nuovo metodo»: questioni «non negoziabili», sulle quali il Governo pone la fiducia; e altre sulle quali «si negozia in Parlamento». Letta sembra aver trovato una sponda nel leghista Giancarlo Giorgetti: «Serve un governo che decida e una politica che guardi agli investimenti, al medio periodo, senza pensare a tornaconti elettorali». Al di là delle parole, si vedrà nel concreto: sulla delega fiscale, è stallo, la maggioranza è spaccata: Lega, Forza Italia, i centristi di Toti e Lupi assieme ai Fratelli d’Italia hanno presentato un emendamento per cancellare la riforma del catasto. Il confronto non può essere limitato al solo livello parlamentare: investe direttamente il premier e i leader, Matteo Salvini per primo: nell’ottobre scorso i ministri leghisti non si presentarono alla riunione di Palazzo Chigi. Una ‘diserzione’ che Draghi non è più disposto a tollerare, su questo è stato perentorio. Stesso discorso si può fare per le altre questioni sul tappeto. Una cruna d’ago, per Salvini, stretto com’è tra l’ala governista del sui partito e la concorrenza di Giorgia Meloni che gli alita sul collo sugli stessi temi.
Le manovre in quell’araba fenice che è ilcentro‘: si agita Calenda, reduce da un congresso celebrativo, che ovviamente lo acclama segretario; dice di voler rappresentare «l’Italia seria», è operazione ardita: se non sarà premiato elettoralmente, significa che la maggioranza degli italiani non è seria? Ad ogni modo, Calenda vagheggia un’alleanza trasversale per riportare, anche dopo le elezioni politiche, Draghi a Palazzo Chigi. In teoria il messaggio è rivolto a un arco eterogeneo di leader politici: Letta e Giorgetti; ma anche il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, il fondatore di Coraggio Italia Giovanni Toti, a Italia Viva di Matteo Renzi, a Emma Bonino e Benedetto Della Vedova di Più Europa.. Un ‘tutti assieme appassionatamente’ che però deve escludere il Movimento dei 5 Stelle e il partito di Giorgia Meloni. «Precondizioni», scandisce Calenda.

 

Poi c’è il Paese fuori daipalazzi della politica‘. Il PIL italiano cresce del 6,5 per cento nel 2021; meglio di noi solo la Francia con +7 per cento; dopo di noi (Spagna +5 per cento), Germania (+2,8 per cento). Per quel che riguarda l’anno in corso le stime UE sono positive: Italia +4,1 per cento, a fronte del +3,6 per cento di Francia e Germania. Tutto bene?
Non proprio. Nel 2019 l’Italia era penultima nella classifica dell’area Euro: una crescita del PIL dell’1 per cento; sotto di noi solo la Spagna; tutti gli altri sopra: 1,6 per cento della Germania; 2,1 per cento della Francia; 3,6 per cento della Grecia. Meglio non guardare le tabelle degli anni passati, per dieci e più anni siamo sempre nelle ultime posizioni, con cali che arrivano al – 2,8 per cento, Spagna, Francia, Germania, Slovacchia facevano balzi dal +6,4 per cento al +38,9 per cento. Queste cifre ‘descrivono’ la situazione, niente affatto rassicurante; e destinata a peggiorare con gli aumenti del gas, dell’elettricità, del petrolio; l’aumento generale di tutti i prodotti di cui il cittadino si rende conto quando ogni mattina fa la spesa. E vai a sapere che sviluppi, se crescerà la tensione in Ucraina, per sfociare in un conflitto armato.

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