mercoledì, Aprile 21

Una vita pubblica tra giustizia e gratuità La sfida delle società, ai tempi della modernità, secondo Luciano Violante, Eugenio Mazzarella, Luigi Manconi

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Rimini – «La democrazia ha bisogno di giocatori, non di tifosi. Le dittature si servono di chi fa il tifo passivamente, non le democrazie». Esordisce così Luciano Violante, Presidente emerito della Camera dei Deputati, nel suo intervento su  ‘giustizia e gratuità’ al trentacinquesimo Meeting di Rimini.

Giustizia, gratuità e rischio di nichilismo istituzionalizzato. Sono i temi affrontati in ‘Vita pubblica – Giustizia e gratuità’ e ‘Alle periferie dell’esistenza nell’epoca del nichilismo’, da personalità del mondo accademico e politico: da Violante, a Eugenio Mazzarella, Docente di Filosofia Teoretica all’Università Federico II di Napoli, a Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria del Senato per la tutela dei diritti umani.

Le parole di Violante sottintendono che le istituzioni devono essere presenti, così come le leggi e la giustizia. Ma accanto a questi precetti, devono seguire dei comportamenti sociali adeguati. Deve essere presente una società che osservi delle leggi, sulla base di valori morali. Perché «La legge della società è inutile, senza le leggi morali dei suoi membri».

Violante si sofferma su un punto centrale del dibattito sulla crisi della modernità e dei valori: lo stra-potere del capitalismo finanziario. «Il capitalismo finanziario assume il ruolo di guida anche in ambiti che, fino a poco tempo fa, erano guidati dalla politica, dalla morale, dalla religione. Con questo, sta prevalendo il concetto che tutto sia può negoziare e contrattare. Tutto ha un prezzo».

Per spiegare ciò, porta due esempi. Il primo, una recente sentenza della Corte Suprema americana, che ha stabilito che qualunque società o corporation, può finanziare a piacimento un partito politico o qualsiasi movimento che fa politica. Questo senza alcun limite. «Cosa significa? Che la politica è nelle mani del grande capitalismo finanziario. Non c’è separazione tra gli interessi del grande capitalismo finanziario e gli interessi della comunità».

L’altro esempio, evidenziato da Violante, riguarda l’intervento che ha fatto, al Festival dell’Economia di Trento, il Premio Nobel per l’Economia 2000, Daniel McFadden. L’economista ha dichiarato che i politici devono essere retribuiti attraverso il meccanismo delle società per azioni; come se il nostro Parlamento, i Consigli regionali fossero considerati alla stregua dei CDA delle grandi società e il Presidente della società stabilisse degli obiettivi, al raggiungimento dei quali ci potranno essere incentivi o benefit per i politici. «Niente di più sbagliato, perché le Spa lavorano per i loro azionisti, mentre i politici lavorano per il bene della collettività». 

«È come se, nella nostra società, tutto sia divenuto contrattabile. E in questo contesto, l’individuo è chiaramente portato ad agire sulla base dell’egoismo e della competizione. Il risultato è la rottura dei legami sociali. In Italia, poi, questa rottura e questa idea di mondo negoziabile, sono favorite, anche a causa dell’attuale instabilità politica. Perché le persone perdono i punti di riferimento, non si sentono più guidate. È importante, quindi, ristabilire una gerarchia di valori. Nessun cittadino, nessuna famiglia e nessuna società si può salvare se non si determina, a livello valoriale, ciò che si può comprare e ciò che si può vendere».

Eugenio Mazzarella, riprende questa idea di contrattazione, per lanciare un’accusa forte.  Il fatto che siamo di fronte una crisi epocale. Un relativismo etico come brand di massa, che porta ad un nichilismo istituzionalizzato. «Nella società dei ‘liberi, troppo liberi, per essere davvero liberi’, ci troviamo di fronte alla smoralizzazione del mondo, allo smontaggio della società umana. Abbiamo la pretesa di rimontare queste radici attraverso la tecnica, una sorta di bio-politica dove l’uomo può contrattare tutto, non solo il vincolo politico, ma ogni piano della propria vita: dal ruolo sociale, all’identità di genere. Il rischio del nichilismo istituzionalizzato è di aver dei super-uomini, dei superman della tecnica, dei laboratori e delle provette che pretendono di ri-scrivere le basi dell’umanità».

Viene ipotizzata, da Mazzarella, l’idea di un uomo macchina, in un contesto di superiorità della tecnologia, isolato, snaturato dei suoi valori più profondi, che perde il senso dell’appartenenza sociale.

Non sembra così pessimista, invece, la visione di Luigi Manconi, che non concorda sul nostro essere in pieno nichilismo e appiattimento. «Stiamo assistendo a qualcosa di simile ai dolori del parto. Viviamo in un momento di transizione, e non di shock antropologico. Lo shock l’abbiamo già superato. Siamo oltre. Stiamo cercando una nuova dimensione sociale. Sta esplodendo il fenomeno della soggettività. E questo, a mio parere, è un bene, perché in questo vedo le basi di una possibile ricostituzione sociale, di una ricomposizione delle appartenenze».
La conseguenza, secondo Manconi, «è l’affermarsi del relativismo etico. È inevitabile, perché le grandi ideologie totalizzanti sono, ormai, state messe in crisi e si è affermato un mondo di pluralismo politico, economico, sociale e degli stili di vita, che porta all’esplosione di soggettività. Non c’è nichilismo in tutto ciò. Alla crisi delle grandi morali, non segue il deserto etico, l’amoralità. Bensì segue lo svilupparsi di numerose morali, che daranno vita a una nuova idea di identità e socialità».

La convinzione di Manconi è che, sia nel dibattito, che nell’attività legislativa e politica ci sia una faticosa ricerca di una nuova morale, di nuovi sistemi di valori. Tutto ciò va nella direzione di una rinnovata socialità e della ricostituzione di nuove identità.

Luciano Violante sostiene che bisogna riscoprire, innanzitutto, il valore della gratuità. «Io faccio questa cosa perché giusto farla, perché ci credo.  È un atto talmente pieno di valore, che va oltre l’atto stesso. La gratuità è necessaria per porre un limite al mercato e alla mercificazione».

Si sofferma poi sull’importanza dei doveri, per la società e per la tenuta della democrazia. Perché se ne parla sempre di meno. «Da quanto tempo non c’è un’autorità che ci dica che non abbiamo solo diritti, ma anche dei doveri? Perché è così. Ce li abbiamo: pubblici e privati. Mai fidarsi di chi parla solo di diritti. Non c’è democrazia se non ci sono diritti e doveri. Questo è l’unico modo per tenere insieme la nostra comunità».

La riconciliazione, poi, è essenziale per Luciano Violante. Perché la giustizia, in sé, non può risanare una situazione. Può, certo, riequilibrarla, ma il risanamento lo si fa su un terreno diverso da quello dei tribunali. E porta l’esempio di quanto successo, in Sudafrica nel dopo Apartheid, quando si sperimentò il meccanismo chiamato ‘Verità e Riconciliazione’. «I colpevoli dei crimini commessi, da entrambe le parti, avevano la possibilità di dichiararli, di confessarli, per chiudere la questione e ottenere il perdono. «Hai detto la verità? Ora ci riconciliamo, per andare avanti». Per la riconciliazione ci sia deve appellare ai meccanismi dell’umanità e della gratuità, e non a quelli dei tribunali».

L’Italia ha due fantastici esempi di riconciliazione, di momenti in cui l’unità del Paese ha prevalso sugli egoismi e le colpe di parte, spiega. «Penso all’Amnistia che fece il Governo, firmata dall’allora Guardasigilli Togliatti, che suscitò scalpore. L’amnistia per gli atti commessi durante la lotta di liberazione, la Resistenza, da entrambe le parti: chi stava con la Repubblica sociale e chi con le forza partigiane. Il partito di Togliatti era contrario, eppure vinse la volontà di pacificare». E poi, ancora, «negli anni del terrorismo, un gruppo di condannati, detenuti nello stesso carcere, chiese di potersi riunire, per poter discutere di quello che era successo. Perché anche loro capirono che avevano sbagliato qualcosa. Nonostante le polemiche, furono concesse loro delle ‘aree omogenee’, in cui riunirsi. Molti dei detenuti, compresero i loro errori e riconobbero di avere sbagliato. Quella fu una grande vittoria del nostro Paese».

 

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