martedì, Novembre 30

Una versione ridotta della Brexit: l'Hunxit field_506ffb1d3dbe2

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Molta gentilezza e molte porte aperte ha trovato il Primo Ministro inglese questa settimana a Berlino. Nessun rancore, pari a quelli manifestati a Bruxelles da Juncker e Tusk, è trapelato per la Brexit dai gesti e dalle parole della Cancelliera Merkel, la quale anzi ha ostentativamente ripetuto che il Regno Unito può prendersi tutto il tempo che considera giusto prima di avviare in modo ufficiale le procedure di recesso. Su questo atteggiamento della Merkel c’è da credere che si regoleranno, come ormai è usuale, anche gli altri governi europei. Il fatto è che il Regno Unito è per la Germania un partner commerciale di tale importanza che produce fastidio a Berlino il solo parlare di ritorsioni contro gli inglesi per puri motivi di principio (come invece pareva fosse inclinata a fare Parigi prima dei colloqui Merkel-May).

Dopo quello inglese, è in programma un secondo referendum sull’Unione europea, il 21 ottobre prossimo a Budapest. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán sa che a lui non verrebbe riservato il trattamento di cui ha beneficiato la May e che una Hunxit provocherebbe reazioni ben differenti di quelle provocate dalla Brexit. Il peso fra i due paesi è troppo differente.

Ecco allora che il malessere verso l’attuale corso dell’Unione europea si esprimerà in modo diverso: oggetto del referendum, deciso e organizzato dal Governo di Budapest, non è la permanenza o l’uscita dall’Unione ma il più limitato aspetto della politica sull’immigrazione. Il 21 ottobre si risponderà al quesito: “Volete voi che l’Unione europea, aggirando il Parlamento, prescriva l’insediamento forzoso in Ungheria di cittadini non ungheresi?”. La domanda è già formulata in modo da scoraggiare il sì, ma del resto il Governo, contrariamente a quanto avvenuto in Gran Bretagna, sostiene in modo aperto e senza remore il campo del no. Molti motivi suggeriscono questa scelta: il pericolo di contagio terrorista, la prospettiva di un cambiamento demografico e culturale imprevedibile e irreversibile, l’evitare che l’Unione prosegua sulla strada dell’espropriazione della sovranità nazionale degli stati membri in nome di un superstato nel quale i piccoli paesi non avrebbero modo di fare sentire la loro voce.

Queste istanze corrispondono a un’idea dell’Europa che molto si avvicina a quella dei sostenitori della Brexit (e alla fin fine dello stesso Cameron, che non ha fatto campagna per la permanenza nell’Unione, ma in un’Unione da riformare): è un’Europa basata sul reciproco interesse economico degli stati membri, con collaborazioni tecniche in determinati settori (ad esempio nella lotta al terrorismo e all’immigrazione clandestina) e senza eccessive velleità politiche. In ciò si riassume il lungo articolo pubblicato a metà luglio da Orbán sul prestigioso quotidiano di destra FAZ, che si iscrive in una costante e discreta azione del Primo ministro ungherese. Orbán sa, come tutti, che attualmente e per un lungo periodo a venire l’Europa ha una sola locomotiva, quella tedesca, e sa che in Germania non tutti condividono la linea della Cancelliera, soprattutto sul versante conservatore. Cerca quindi qui alleati che, di riflesso, accreditino la sua statura internazionale. Orbán ha sempre avuto ottimi rapporti con i democristiani bavaresi, anche nel pieno delle sue polemiche con la Merkel, e recentemente ha visitato, con una mossa assai mediatizzata, l’ultimo cancelliere democristiano prima della Merkel, Helmuth Kohl, da tempo molto malato.

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