sabato, Maggio 8

Una trilaterale per l'Afghanistan field_506ffb1d3dbe2

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Afghanistan

C’è chi guarda con sia pure moderato ottimismo a quanto promette il 2014 riguardo agli sviluppi sulla scena mondiale. E’ il caso di Fjodor Lukjanov, un esperto di politica internazionale e attuale presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa che assiste il presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Legittimamente rincuorato dai recenti diplomatici del suo Paese, Lukjanov ha esaltato quella che definisce proprio una rinascita della diplomazia dopo che la fine della guerra fredda aveva visto, secondo lui ma non solo lui, una nefasta prevalenza dei tentativi, per lo più falliti, di risolvere con la forza o la prepotenza i problemi del pianeta.

La svolta per la quale già il 2013 potrebbe passare alla storia sarebbe stata naturalmente propiziata, oltre che dal ritrovato slancio e lustro dei vari apparati diplomatici e da una maggiore voglia di usarli, da un’oggettiva quanto, forse, fatale evoluzione dell’assetto planetario verso il multipolarismo, dopo il bipolarismo dominante durante il lungo duello Est-Ovest e la successiva preponderanza della superpotenza americana, l’unica rimasta in campo. Per il momento, storicamente parlando, questo dato sembra destinato a trovare solo conferme, mentre non appaiono altrettanto sicure le sue implicazioni.

La capacità delle varie diplomazie multipolari di venire a capo anche delle questioni più aggrovigliate e scottanti e di scongiurare i conflitti più temibili non mancherà di venire messa alla prova neppure nel nuovo anno. Il quale propone infatti, già nei prossimi giorni, appuntamenti e scadenze decisamente impegnativi. Mercoledì inizia la seconda conferenza di Ginevra, che dovrà confermare o meno le prospettive di ristabilimento della pace in Siria dischiuse dall’accordo tra Russia e Stati Uniti per l’eliminazione delle armi chimiche possedute dal regime di Damasco, servito sinora solo a bloccare, chissà se definitivamente, il minacciato intervento militare americano.

Nei giorni successivi Washington potrebbe lanciare un altro ultimatum, sia pure non ad effetto bellico, sempre nella regione da tempo più tormentata e infuocata del pianeta. Si tratta dell’Afghanistan, dove gli Stati Uniti avevano intimato al presidente Hamid Karzai di dire sì o no entro lo scorso 31 dicembre all’accordo bilaterale per la sicurezza del Paese che prevede il ritiro del grosso delle truppe americane alla fine di quest’anno lasciandone temporaneamente il resto in alcune basi senza compiti operativi.

Karzai non solo ha evitato sinora di rispondere ma, a quanto pare, non lo farà prima delle elezioni del prossimo aprile, un rinvio che Washington mostra di considerare inaccettabile minacciando, come alternativa all’accordo, un ritiro totale da Kabul e dintorni. Una simile prospettiva, preoccupante non da ieri per la maggior parte dei terzi interessati, questa volta sembra suscitare presso molti un vivo allarme, per quanto scarsamente giustificato ciò possa apparire.

Ci si domanda infatti quali garanzie di pacificazione possa rappresentare la permanenza nel Paese di 12 mila uomini (questa la cifra di cui si parla in ambienti NATO) al massimo quando un corpo di spedizione di 140 mila non è bastato a chiudere la partita con i talebani. E’ vero che il parziale disimpegno militare americano dovrebbe essere accompagnato da un’intesa, negoziata da Washington almeno con la parte più moderata di questi ultimi, per porre fine al conflitto mediante un compromesso tra essi e il governo di Kabul.

Ma il primo a non crederci troppo, o a non crederci affatto, è proprio Karzai, il quale preferirebbe semmai trattare con gli avversari senza intrusioni o mediazioni altrui e teme probabilmente di venire emarginato e sostituito da qualche oppositore interno meno screditato e più popolare di lui. Se poi la prova di forza dovesse proseguire, la debolezza e l’inaffidabilità delle truppe governative, una volta abbandonate a sè stesse, sembrano un dato incontestabile e confermato del resto dai sanguinosi attentati dei giorni scorsi nella capitale. Dei quali ci si può invece domandare se mirino a dimostrare l’inconsistenza del disegno americano oppure a sospingere Karzai a non ostacolarlo.

Sul piano internazionale l’allarme è stato lanciato soprattutto dall’India, l’unica potenza asiatica che ha spalleggiato finora l’operazione a guida americana sostenendo a tutto campo e con larghezza di mezzi il regime di Kabul ma ciò nonostante crede evidentemente poco alla sua capacità di tenuta. Parlando ad un convegno del Gruppo internazionale di contatto per l’Afghanistan e il Pakistan, svoltosi giovedì scorso a New Delhi con la partecipazione di 53 Paesi, il ministro degli Esteri Salman Khurshid si è pronunciato categoricamente contro la exit strategy americana ovvero contro un’evacuazione totale.

Il capo della diplomazia indiana ha sostenuto che essa vanificherebbe gli sforzi compiuti e i risultati ottenuti in un decennio per sottrarre l’Afghanistan alla morsa del terrorismo, invocando «la più stretta cooperazione internazionale» per impedire che ciò accada. L’India ha comprensibilmente a cuore la sorte dei suoi cospicui investimenti in terra afghana, quasi 2 miliardi di dollari per numerosi progetti di ricostruzione e sviluppo, in particolare infrastrutturali, in aggiunta ai rilevanti aiuti economici e militari.

Nuova Delhi, però, teme soprattutto che una ricaduta di Kabul sotto il potere talebano rafforzi il terrorismo di matrice islamica in generale e ne agevoli la  penetrazione in India, dove i rapporti con la minoranza musulmana sono sempre critici. Oppure, se il Pakistan vorrà o saprà tenere a bada i talebani, che il grande Paese vicino, oggi sofferente sotto vari aspetti ma pur sempre dotato di armi nucleari come l’India, si rafforzi nei suoi confronti con conseguente inasprimento della vecchia contesa per il Kashmir.

Una spinta alla cooperazione internazionale ai fini auspicati dall’India in realtà già esiste e adesso si intensifica. Russia e Cina condividono la preoccupazione per la minaccia terroristica e la Cina anche quella per i propri investimenti in Afghanistan, superiori a quelli indiani (3 miliardi di dollari). Nei giorni scorsi si è svolta a New Delhi una seconda consultazione specifica tra rappresentanti dei tre Paesi dopo la prima a Mosca all’inizio del 2013, senza che siano trapelate sinora indicazioni di rilievo.

E’ però da presumere che tutti e tre i governi siano pienamente consapevoli delle responsabilità che si troverebbero a dover assumere, possibilmente insieme, qualora la situazione afghana precipitasse nel senso indesiderato. Ma non sarà facile. Il vecchio antagonismo tra India e Cina non è mai scomparso del tutto, lasciandosi dietro quanto meno una reciproca diffidenza, che contribuisce a spiegare tra l’altro la sopravvivenza del tradizionale legame di Pechino con il Pakistan.

Sarà perciò particolarmente importante, e forse determinante, il ruolo della Russia, che condivide certamente con gli altri due partner la renitenza a rimpiazzare individualmente gli Stati Uniti dopo le proprie penose e ripetute esperienze storiche di intervento armato in Afghanistan. Nei confronti del ritiro americano Mosca mostra un atteggiamento alquanto schizofrenico: sollievo per un verso, testimoniato nei fatti dall’offerta di basi d’appoggio russe per la laboriosa evacuazione, ma apprensione per un altro.

Un’alternativa a qualsiasi intervento di forza andrà comunque cercata, e non è detto che basti a  risolvere il problema, dal punto di vista russo, il ristabilimento già in corso di un affiatamento operativo con l’Iran per controbilanciare la distensione tra Teheran e Washington ma anche per coadiuvare la soluzione di compromesso in Afghanistan. Potrebbe rendersi indispensabile proprio l’impegno trilaterale con India e Cina, una bella sfida per la risorta diplomazia russa anche se può partire dal rapporto tuttora solido con la prima, una «partnership strategica» come ha appena ribadito Putin attribuendole altresì una «massima priorità di politica estera».

 

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