sabato, Luglio 24

Una 'terza via' per la Corea del Sud? Il Paese che disse 'no' al libero mercato oggi deve affrontare le sfide della globalizzazione

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Quarta potenza economica dell’Asia, dopo Cina, Giappone e India; tredicesima economia a livello globale, con un reddito pro capite che ha ormai sorpassato la media dei Paesi UE; tra i Paesi OCSE più avanzati nel campo delle tecnologie e delle infrastrutture; uno dei maggiori produttori (ed esportatori) mondiali di dispositivi elettronici e telefoni cellulari e, per finire, tra i mercati più affidabili secondo gli investitori stranieri.

Eppure la Tigre asiatica sudcoreana, con il suo sorprendente e rapidissimo sviluppo -raggiunto nell’arco di pochi decenni- che ha fatto gridare il mondo intero al ‘miracolo’, sembrerebbe quanto di meno aderente al classico paradigma liberista, promulgato da coloro che l’economista coreano Ha Joon Chang, docente di Economia dello sviluppo a Cambridge e autore di testi critici nei confronti della ‘ideologia tardo capitalistica’ e del modello keynesiano, definisce i «cattivi samaritani», secondo cui l’equazione ‘libero mercato-uguale-sviluppo’ finisce per assumere connotazioni universalmente valide.

Afferma lo stesso Chang, nel suo ‘Bad Samaritans: The Myth of Free Trade and the Secret History of Capitalism’, che il miracolo economico della Corea del Sud sia stato piuttosto «conseguenza di un mix intelligente e pragmatico di incentivi commerciali e impulso statale», invitando provocatoriamente «i guru del libero mercato» a considerare la Corea del Sud come l’eccezione (e nemmeno l’unica) che confermerebbe la regola.

Alla fine degli anni Quaranta del Novecento, la Corea del Sud usciva stremata dal secondo conflitto mondiale e da quasi quarant’anni di dominazione coloniale giapponese, apprestandosi ad affrontare, di lì a breve, la guerra civile che avrebbe portato ulteriore miseria e rovina su entrambi i versanti del 38° parallelo. Nel 1948 la neo-nata Repubblica di Corea risultava tra i Paesi più poveri al mondo, con un’economia di sussistenza di stampo essenzialmente agrario e privo di risorse naturali rilevanti.

Conclusasi la Guerra di Corea, con l’inizio del Governo del Presidente Syngman Rhee nel luglio del 1953 si diede avvio al processo che avrebbe trasformato la Repubblica di Corea da Paese agricolo a Paese dalla solida economia industriale. La costruzione del miracolo industriale coreano fu realizzata principalmente grazie ai generosi prestiti statali e alle politiche protezionistiche nei confronti degli investimenti stranieri. Il dato più rilevante è rappresentato, però, dal fatto che, per i primi diciassette anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale sino al termine del Governo di Rhee, lo sviluppo industriale della Corea del Sud non dipese in assoluto né da prestiti né da investimenti esteri, del tutto in barba alla classica ‘ricetta liberale’ occidentale e a istituzioni come la Banca Mondiale e il FMI. Fu sempre durante il Governo del Presidente Rhee (politico formatosi tra l’altro proprio negli USA) che sorse una borghesia nazionale, che avrebbe in seguito svolto un ruolo fondamentale nel processo di industrializzazione del Paese, attraverso l’istituzione dei cosiddetti chaebol, grandi conglomerati industriali a base familiare fortemente supportati dallo Stato.

Il rapporto tra questa borghesia industriale e lo Stato divenne ancor più rilevante nel periodo che seguì la caduta del Governo Rhee, durante la dittatura militare del Generale Park Chung-hee, salito al potere nel ’61 in seguito a un colpo di stato. Convinto della validità del modello economico giapponese delle ‘zaibatsu’, grandi gruppi industriali e finanziari su base familiare nati in Giappone durante il periodo Tokugawa (1603-1868), a cui si ispirano appunto i chaebol coreani, il Generale Park promosse un forte interventismo economico, sia attraverso la nazionalizzazione del sistema finanziario, sia portando avanti e inasprendo le politiche protezionistiche nei confronti dei mercati stranieri e incentivando contemporaneamente le esportazioni; ma anche dando un grande impulso alle realtà imprenditoriali monopolistiche dei chaebol, che beneficiarono di prestiti a basso interesse e incentivi da parte del Governo. Alcuni tra i più noti marchi internazionali come Samsung, LG, Hyundai e Daewoo nascono appunto dalle realtà corporative sorte in quel periodo.

A completare la ricetta ‘autoritaria’ del dittatore Park, che tanto costò al popolo sudcoreano in termini di libertà individuali e diritti umani, fu la promozione di un marcato sentimento nazionalistico, che investì ogni ambito della vita economica, culturale e sociale del Paese, tanto che, come ricorda il professor Chang nel suo ‘Bad Samaritans’: «L’ossessione del Paese per lo sviluppo economico si rifletteva pienamente nella nostra educazione. Imparammo che avevamo il dovere patriottico di denunciare qualsiasi persona che fumasse sigarette straniere. La Nazione doveva utilizzare tutto il denaro ottenuto dalle esportazioni per importare macchinari per sviluppare industrie migliori […]. Chi spendeva in cose frivole, come sigarette straniere, era un traditore […]. Spendere soldi in qualsiasi cosa che non fosse essenziale allo sviluppo industriale era proibito o fortemente penalizzato con divieti di importazione, dazi alti e imposte indirette».

In ogni caso tra il 1965 e il 1990 il Pil del Paese raggiunge quota 7,1%. E il miracolo industriale sembra ormai compiuto.

L’ ‘anomalia coreana’, ovvero il complesso delle politiche economiche che trasformarono in breve tempo la Corea del Sud da Paese agricolo a potenza industriale, ‘scardinando’ le regole del libero mercato (senza però mai incontrare un’aperta ostilità da parte degli USA, probabilmente in virtù del ruolo geostrategico giocato dal Paese asiatico), può dunque riassumersi nei seguenti interventi.
Innanzitutto la promozione di una radicale riforma agraria, seguita da un forte e autoritario interventismo statale nell’economia, con l’applicazione di dazi e misure protezionistiche, ma anche diverse forme di supporto statale, per isolare la nascente industria coreana dalla concorrenza del mercato internazionale. Il controllo statale si espresse anche nel settore finanziario, attraverso il controllo diretto delle banche, unito a uno stretto controllo sul cambio e sui movimenti di capitale, così come sui prezzi dei prodotti e sugli investimenti esteri. Infine, va ricordato l’impulso e il sostegno che lo Stato fornì alle grandi famiglie imprenditoriali, vera spina dorsale dello sviluppo dell’industria coreana; nonché l’incentivazione del fenomeno della retroingegneria, con l’immissione nel mercato di copie di prodotti stranieri non autorizzate.

Ciononostante, secondo gran parte degli analisti, l’esperienza coreana non è oggi né replicabile né raccomandabile ai Paesi in via di sviluppo alla ricerca di un modello a cui fare riferimento. A tutt’oggi, a poco meno di un trentennio di distanza dalle prime elezioni democratiche e nonostante l’apertura al mercato globale, il successo economico della Corea del Sud rimane legato alla realtà monopolistica delle chaebol, il cui legame con lo Stato e con la sfera politica risulta ancora significativo, causando corruzione e disincentivando la nascita di piccole e medie realtà imprenditoriali.

Esiste, oggi, una terza via‘, oltre il presenzialismo statale e la completa adesione al modello liberista, per una Corea del Sud che, dopo aver abbracciato la sfida dello sviluppo economico, ha accolto quella della democrazia e della globalizzazione?

Attualmente, la Corea del Sud deve fronteggiare una serie di emergenze relative al problema dell’occupazione, della disparità salariale e del divario sociale creatosi negli ultimi anni. È stata proprio quella classe media, figlia del prodigioso sviluppo industriale post-bellico, che vede ora minacciato il proprio standard di vita da nuove difficoltà economiche, ad eleggere Park Geun-hye, la prima Presidente donna della Corea del Sud, nonché figlia dello stesso Generale Park, l’uomo che modernizzò il Paese con pugno autoritario. La richiesta più pressante è quella di mettere un freno al potere monopolistico dei conglomerati industriali e ridurre le disuguaglianze; due dei punti chiave del programma di governo della neo Presidente Park.

Un nuovo modello, per dirla con l’economista Park Hyung-jun, «non più basato sulla rapidità della crescita del Pil, ma su come l’economia possa aiutare i membri di quella società a vivere dignitosamente le proprie vite», verso un nuovo sistema politico ed economico che sia gestito democraticamente non solo dallo Stato ma dall’intera società. La domanda del popolo, questa volta, è quella di replicare il ‘miracolo sul fiume Han’, tenendo però conto del nuovo contesto politico nazionale e del più complesso scenario globale, tanto dal punto di vista economico che geopolitico, di cui la Tigre asiatica è ormai parte integrante.

 

 

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