mercoledì, Agosto 4

Una suora racconta il Covid-19 dietro le sbarre Racconta Emma Zordan: “Ci siamo chiesti più volte come spiegare questo evento nefasto epocale a persone già private della libertà e che difficilmente avrebbero compreso ciò che stava accadendo fuori. La risposta è arrivata proprio da loro ed è stata sorprendente. A volte mi rassicurano”

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Si può cominciare con un libro. Un libro che racconta storie di detenuti del carcere romano di Rebibbia. Lo ha scritto una suora volontaria che presta servizio in quell’istituto di pena, Emma Zordan:Non tutti sanno che in carcere si può anche morire di carcere“. È una raccolta di riflessioni e di pensieri di detenuti. Una pubblicazione con la quale suor Emma vuole far conoscere l’emergenza Covid-19 in carcere: i provvedimenti restrittivi che vedono la sospensione temporanea dei colloqui visivi con i propri familiari, l’interruzione di tutte le forme di volontariato, fonte di aiuto per quanti che si trovano ristretti negli istituti.

  Racconta la suora: “Ci siamo chiesti più volte come spiegare questo evento nefasto epocale a persone già private della libertà e che difficilmente avrebbero compreso ciò che stava accadendo fuori. La risposta è arrivata proprio da loro ed è stata sorprendente. A volte mi rassicurano”. Di recente ha ricevuto una lettera di un gruppo di detenuti: Mi raccomando, cara Suor Emma, di riguardarti e sappi che tutti noi abbiamo bisogno di te, del tuo sostegno, perché tu sei per gli ultimi la speranza che rende leggero il nostro cuore“.

  Suor Emma invita a immaginare cosa significa sentir dire che questo coronavirus potrebbe diventare mortale e non avere nessuno che conforti, rassicuri; cosa significsentirsi cancellati i colloqui fisici e privati, persino i pacchi provenienti dalle loro famiglie; avere una vita povera di relazioni e vedere sparire tutti i volontari, di colpo non più autorizzati a entrare in carcere, e le già poche possibilità di formazione, e improvvisamente dover riempire le giornate con il nulla e la paura“.

  L’allarme del sindacato Sindacato Polizia Penitenziaria: salgono a 54 le detenute positive a cui si aggiungerebbero anche sei agenti. Ne dà notizia Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria Spp: “Il virus torna nel carcere femminile di Rebibbia ed il ritorno è più irruente rispetto alle ondate precedenti“. Vista l’entità del numero dei contagi potrebbero seriamente iniziare a mancare i posti in isolamento sanitario. Pare opportuno, così come è avvenuto ed avviene in altri istituti penitenziari, valutare la possibilità di uno sfollamento. L’obiettivo si sostanzierebbe nell’evitare il rischio che in caso di mancato contenimento, per le dimensioni ed il numero di persone che ruotano intorno al carcere di Rebibbia che ricordiamo essere il carcere femminile più grande d’Europa, il focolaio possa diventare un rischio anche per la salute pubblica ed esterna alle mura del carcere, in primis per le famiglie del Personale.

  L’allarme della Garante dei detenuti di Asti, Paola FerlautoIl focolaio Covid riguarda una cinquantina di detenuti, positivi anche numerosi agenti. “La situazione dei positivi sta migliorando, ma la forte carenza di personale e l’isolamento forzato in piccole celle, mi preoccupa molto. Temo l’insurrezione. La tensione è tanta, anche perché sono aumentati i positivi tra gli agenti e molti sono in malattia. La forte carenza di personale mi preoccupa molto. I detenuti non possono muoversi dalle loro piccole celle e sono venute meno tutte le loro attività. La situazione è sul punto di esplodere. Temo un’insurrezione“.

  Catanzaro, situazione esplosiva. Non si arresta il focolaio di Covid-19 nella Casa circondariale di Catanzaro e la situazione è diventata esplosiva. Da quanto appreso dagli ultimi dati forniti dall’Amministrazione è salito a quota settanta il numero dei detenuti contagiati, per due dei quali si è dovuti ricorrere al ricovero ospedaliero, mentre i poliziotti penitenziari positivi sono diciassette“. E’ quanto denuncia il locale sindacato di polizia penitenziaria.

  Nuovo focolaio al Due Palazzi di Padova. Il direttore del carcere Claudio Mazzeo lancia l’allarme: “Un errore non vaccinare i detenuti“. Sono 69 i positivi tra i detenuti della casa circondariale, una quindicina gli agenti. “Una comunità chiusa come il carcere avrebbe dovuto essere trattata come una Rsa. Si avrebbe dovuto vaccinare i detenuti, coloro che operano nel terzo settore e tutti coloro che qui lavorano“.

  Appello del Partito Radicale rivolto al Ministro della Giustizia Marta Cartabia e al Ministro della Salute Roberto Speranza. Il problema della salute mentale in carcere, rilanciato dalla vicenda che riguarda Fabrizio Corona e che coinvolge da ben prima di lui migliaia di altri cittadini, esige una vostra urgente e concreta risposta“, si legge nell’appello cui hanno aderito personalità del mondo della scienza, del giornalismo, della politica e della cultura.Nei 109 istituti di pena italiani il 78% dei ristretti è affetto almeno da una condizione patologica, di cui per il 41% da una patologia psichiatrica“, si legge nel documento, dove si ricordano dati inquietanti:Non ce ne sono di ufficiali ma grazie al lavoro del terzo settore e dei sindacati di polizia penitenziaria si è a conoscenza che oltre il 50 per centodei detenuti assumono psicofarmaci. Idetenuti con dipendenze da sostanze psicoattive rappresentano il 23,6 per cento, con disturbi nevrotici il 18 per cento, il 6 per cento con disturbi legati all’abuso di alcol e il 2,7 per cento con disturbi affettivi. Dall’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone del 2020 risulta che, nei 98 istituti visitati, il 27 per cento dei detenuti è in terapia psichiatrica (Spoleto il 97 per cento, a Lucca il 90 per cento, a Vercelli l’86 per cento) e il 14 per cento dei detenuti è in trattamento per dipendenze“.

  Un problema, quello della salute mentale in carcere che coinvolge migliaia di persone, ed esige una urgente e concreta risposta.

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