giovedì, Maggio 13

'Una rifondazione della politica' field_506ffb1d3dbe2

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Le scuole di politica sono impegnate durante l’estate per approfondire tematiche sociali da conoscere. A lezione di politica c’è sempre la brillante occasione di apprendere quegli aspetti particolari di uno specifico argomento, a volte completamente sconosciuti. La formazione è la chiave segreta da possedere per entrare nel tessuto sociale della popolazione riuscendo a intercettare i suoi bisogni. L’estate diventa una straordinaria vacanza impegnata a studiare perché la passione della politica non può passare in secondo piano. C’è la lezione dove si conoscono le differenze sociali ed economiche dei Paesi europei; risuona forte e chiara l’esigenza di apprendere i pensieri filosofici di molti politici per avviare un interessante dibattito culturale, dove mettere a confronto le ideologie del partito. Sono indispensabili da conoscere anche la comunicazione politica e la conoscenza dei social network come Facebook e Twitter, solo per citare i più conosciuti, per comunicare all’opinione pubblica il proprio pensiero su determinati argomenti. La politica si sta tramutando in brevi e sterili commenti da rimbalzare sui social, riducendo quella sana discussione sulle grandi tematiche della società, della politica e dell’economia.

Gli strumenti tecnologici agevolano il contatto con il cittadino, aprendo la strada a una nuova democrazia, con una maggiore condivisione delle persone. Il fenomeno politico del Movimento 5 Stelle è la risposta alle nuove esigenze della società, per coinvolgere la partecipazione dei cittadini alla politica. C’è la necessità di conferire un nuovo status alla politica per cercare di intercettare gli umori dei cittadini, al fine di comprendere meglio la situazione politica e sociale. Il XXI secolo nasce sotto buoni e interessanti auspici, stravolgendo la divulgazione della comunicazione, in grado di fornire al cittadino innovativi canali di informazione e di conoscenza.

La storia viene in aiuto a ricordare i momenti di aggregazione come una grande esigenza vissuta dai politici per condividere e dibattere sulle argomentazioni sociali ed economiche del Paese. Nel passato c’era l’Istituto di studi comunisti, meglio conosciuto come Scuola delle Frattocchie, a due passi da Roma. Fondata nell’ottobre del 1944 trovò la sua sede nella villa donata al Partito nella frazione di Frattocchie. L’Istituto si inseriva nel sistema di formazione politica e ideologica previsto dal Partito che forniva – a diversi livelli – differenti tipi di acculturazione. La scuola cessò le attività nel 1993.

Sulla formazione e sulle scuole della politica interviene Sara Pollice, membro dello staff della scuola estiva di politica della cooperativa BeFree, operatrice dello sportello antiviolenza all’interno del Pronto Soccorso generale dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma, soffermando la sua analisi sulle esigenze della formazione culturale e sociale dei politici per una migliore democrazia costantemente vicina alle istanze dei cittadini.

 

Quale formazione culturale può aiutare i politici nel comprendere le variabili della società nella sua continua trasformazione?

Partiamo dal concetto base di politica. Cosa dovrebbe sapere fare un politico? Dovrebbe smettere di intendere la politica come il luogo della rappresentazione, tornando a renderlo quello della doverosa rappresentanza dei bisogni e delle istanze sociali. Altrimenti non ha più senso. E’ emerso con chiarezza dalle nostre scuole politiche, in particolare dall’ultima edizione del 2014 intitolata ‘Questioni di potere’, che c’è bisogno come il pane di una ‘rifondazione’ della politica. Questa rifondazione deve partire proprio dall’ascolto delle questioni sociali. L’ascolto, però, deve essere seguito da un supporto reale e strutturale, diremmo culturale, proprio per evitare interventi improvvisati ed emergenziali. Bisogna intervenire alla base del problema: costruire l’ascolto. Fornire questo supporto culturale è l’obiettivo delle nostre esperienze di formazione. Nel caso delle donne, tema centrale della nostra mission, pensiamo che l’azione politica vada orientata seguendo precise direttive. Occorre potenziare strutture sociali e forme di sostegno economico che vanno non solo nella direzione di una strategia di tutela, ma soprattutto di un superamento della divisione sessuale del lavoro. Sappiamo, perché le abbiamo ascoltate, che le donne hanno bisogno di tutele lavorative, dalla parità di salario alla garanzia del ritorno al lavoro dopo la gravidanza, ma anche del diritto di usufruire, insieme agli uomini, di un welfare universale, per esempio di un reddito di cittadinanza, che scardini quel pregiudizio culturale in base al quale le donne, per natura, sono più inclini a svolgere determinate attività in continuità con il ruolo materno e di cura. Stiamo parlando di un intervento politico che rivoluziona stereotipi culturali: la politica che assurge al suo ruolo. Ma ciò può avvenire solo in virtù di una formazione alla base dell’azione. Restiamo sulle donne e sulla formazione politica di chi materialmente decide i destini quotidiani. Uno dei nodi non risolti che impediscono l’esercizio pieno della libertà femminile è la fragilità in cui versa la legge 194 (regola la salute delle donne), attaccata e poco rispettata attraverso il ricorso strumentale all’obiezione di coscienza, la quale non consente l’applicazione della legge in molti ospedali pubblici. Un politico che ha una determinata formazione culturale saprà come intervenire nei processi decisionali per correggere l’anomalia e tutelare tutte le donne; dovrà procedere secondo la sua idea senza rispondere al richiamo di facili sirene di carriera o agendo solo per accontentare la sua fetta di elettorato. La formazione delle nostre scuole serve anche a rimodulare l’attenzione al tema delle donne che, ancora una volta, entrano nell’alveo degli interventi politici solo quando diventano emergenze, attraverso tragici fatti di cronaca. Si pensi ai casi di femminicidi la cui narrazione convenzionale e strumentale rimanda a un fenomeno sociale emergenziale o episodico, non a un problema culturale relativo al mancato sostegno delle politiche di contrasto alla violenza, tra le quali bisogna considerare l’importanza di intervenire nelle scuole attraverso progetti educativi, con l’obiettivo di valorizzare le differenze e il rispetto tra i generi.

 

Nelle lezioni di politica quali argomenti riescono a essere più coinvolgenti per le persone che seguono i corsi?

Le nostre lezioni affrontano tanti linguaggi: spaziano dalla letteratura, alla storia, alla filosofia, alla scoperta di biografie di donne che hanno iniziato e intrapreso percorsi prima di noi. Il coinvolgimento di massa delle donne nella politica non è molto antico; tentiamo di ricostruire una genealogia di donne a cui sentirsi legate nel proprio agire e pensare politico. Questo crea molto coinvolgimento perché nella nostra quotidianità viviamo un continuo tentativo di rubricare le cosiddette “questioni femminili” nella cronaca, rosa o nera che sia, ma non nella storia. Siamo convinte che molte delle conquiste trasformate in pratiche quotidiane siano dovute a donne che si sono sentite parte della storia come noi oggi e come le nostre figlie nel futuro. Per questo motivo, quest’anno, ci occupiamo della memoria – il titolo della scuola è ‘Memorie di futuro’ – perché facendo il punto su quello che siamo state e siamo attualmente possiamo ipotizzare un futuro dove creare una via politica nostra, improntata alla trasformazione dell’esistente.

 

Gli obiettivi da perseguire con i corsi di scuola politica?

Un obiettivo chiaro è quello di mettere ogni anno a nostra disposizione, delle altre relatrici e degli iscritti, uno spazio e un tempo di riflessione senza scadenza, senza corsa e rincorsa, che si sostanzi di scambi più o meno profondi e che permetta di far vedere alle altre partecipanti tutte noi stesse, con le nostre difficoltà e le nostre fragilità. Tutto ciò serve a mettere le persone in condivisione per realizzare dei punti di partenza verso un sentire e un agire comuni nel dopo scuola. L’importanza dello scambio è cruciale. A volte avviene a grandi profondità e diventa evidente nel momento della restituzione finale.

 

Scegliete degli argomenti come filo conduttore del corso di politica?

Sì, certamente. Siamo alla quinta edizione. Oltre agli ultimi due temi (‘Questioni di potere’, 2014, e ‘Memorie di futuro’, 2015) gli altri argomenti sono stati ‘Seduzioni d’amore per una narrazione non convenzionale della violenza contro le donne’, attinente alla concezione che ha la cooperativa BeFree della violenza contro le donne, focus della sua azione. La violenza e l’amore non sono separate nei rapporti e non devono esserlo, neanche nell’intervento di sostegno e nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Nella scuola estiva 2013 abbiamo indagato questa complessità. Nella seconda edizione abbiamo affrontato la questione del lavoro sia inquadrandolo come forma di violenza normativa e di ricatto sociale, sia come strumento di emancipazione e libertà. Abbiano analizzato il lavoro lungo le coordinate della femminilizzazione dello spazio pubblico, della globalizzazione e della crisi, valutando le sue trasformazioni, le nuove e inedite forme di potere che normano e strumentalizzano i corpi messi al servizio del sistema produttivo. Ma del lavoro abbiamo voluto raccontare il suo essere spazio di relazione sociale, di libertà, di autodeterminazione. La prima edizione è stata incentrata sul tema del corpo, esplorato in tutte le sue declinazioni: il corpo mercificato, il corpo delle migranti, il corpo come fonte di soggettività e libertà.

 

Parlare di politica aiuta a comprendere la società. Quante sfaccettature e quanti compromessi affronta un politico?

I compromessi sono necessari in ogni contesto sociale. Questo, naturalmente, non significa rinunciare all’etica della politica ma considerare le ‘sfaccettature’. La questione culturale e dunque una buona formazione politica in questo caso sono una bussola. Un conto è la mediazione in una compagine di governo, in uno stesso partito o magari in un movimento, per portare avanti alcune istanze; un conto è agire in modalità compromissoria di default, rinunciando alle proprie idee per fini utilitaristici o sacrificandole al miglior offerente. Purtroppo le cronache politiche parlano sempre più spesso, senza dare spazio alle pregevoli eccezioni, di un comportamento diffuso di questo tipo. Per noi questo è sintomo di incultura politica. Agire il compromesso politico per il bene comune, al contrario, non è per forza un male: consapevoli che una complessità di anime politiche esiste, che in democrazia deve essere tenuto conto, che i problemi sono concreti e reali. Pensiamo ai laboratori politici da cui scaturiscono leggi per il sociale, in cui anche parti molto avverse tra loro riescono a trovare un fronte comune. E’ accaduto che partiti politici con posizioni molto distanti si siano interessati alla questione femminile. L’importante è che non venga mai meno la necessità di perseguire un progressivo equilibrio delle responsabilità e dei poteri tra uomini e donne, una cultura del rispetto del corpo delle donne, del potenziamento del ruolo femminile nello spazio pubblico. La politica deve saper tornare a essere una politica di servizio, di sostegno e di risposta alle esigenze sociali.

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