mercoledì, Settembre 29

Una riconversione ecologica del Paese

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Abbiamo posto alcune domande anche ad Alberto CastagnolaEconomista con interessi ambientalisti, impegnato sui temi dell’economia alternativa e solidale e della finanza internazionale, e che ha contribuito alla stesura del libro. 

 

Nel testo, si parla molto di convergenza.. Una convergenza ‘di crisi diverse, una situazione che rende necessario ed urgente un ripensamento del nostro sistema produttivo e dei nostri modelli di consumo’. C’è bisogno quindi di una riconversione sia in senso produttivo che culturale. Come può avvenire? Stiamo parlando di ‘consumo critico’?

Siamo in presenza di almeno tre crisi, contemporanee e quindi sovrapposte, di carattere economico e di dimensioni globali. La crisi finanziaria, iniziata nel marzo del 2007, è ancora in corso, anche perché di fatto ben poco è stato realizzato delle complesse misure dirette a riprendere il controllo governativo sulla sfera finanziaria, da più parte sollecitate  ma che evidentemente avrebbero colpito troppi poteri forti (dalle banche centrali al sistema creditizio, dai fondi di varia natura alle società di assicurazione). Negli Stati Uniti si è tardato per più di due anni a porre mano alla riforma del settore e ancora oggi delle misure radicali si fanno attendere; nel frattempo il sistema cinese sta rivelando tutte le sue pericolose manchevolezze (ma l’80% delle riserve nazionali cinesi sono in dollari). Come risultato la sfera finanziaria ha nuovamente le dimensioni precedenti il 2007, 500 Comuni italiani si sono indebitati acquistando prodotti derivati, ecc. ecc..
La seconda crisi, quella economica, non mostra ancora consistenti indicatori di ripresa, anche in Germania si parla di aumenti del Pil compresi tra il 2 e il 3 per cento e gli aumenti di posti di lavoro negli USA dell’ordine di 300.000 unità è poca cosa in relazione alla entità della popolazione e della manodopera potenziale. A scala internazionale, solo le maggiori imprese transnazionali si muovono con la consueta rapidità (ma nel loro insieme rappresentano meno di 200 milioni di posti di lavoro, pochi rispetto ai miliardi di persone che sul pianeta sono privi di prospettive di reale e regolare occupazione.
La terza crisi, quella più grave, è quella climatica e ambientale. Non entro in dettaglio, ma quanto è accaduto a Parigi non ha placato nessuna delle preoccupazioni emerse alla vigilia. Il dato più preoccupante è la difformità, ormai ufficializzata, tra le indicazioni dell’IPCC (organismo dell’ONU ad altissimo livello scientifica) che chiedeva massicci investimenti per ridurre le emissioni di Co2 nei prossimi 5 anni e iniziando da subito, come condizione per sperare in un mutamento climatico che impedisse quello in corso, e lo spostamento deciso in sede ONU COP 21, di almeno 5 o dieci anni per riaprire la possibilità di impegni internazionali coordinati e vincolanti. In sostanza il tasso di rischio è ormai molto alto e destinato a crescere nell’immediato futuro. Lo smog dei giorni scorsi è solo una prima avvisaglia di quanto potrà verificarsi nei prossimi mesi.
Se si condividono queste premesse, il problema non è soltanto la riduzione dei consumi. Anche se tutte le popolazioni dei Paesi più industrializzati decidessero in modo unanime di ridurre i loro consumi personali e familiari, potrebbero incidere solo su un 10% delle emissioni (e quindi su una parte di esse) e ciò per quanto utile, non permetterebbe certo di arrestare il riscaldamento globale. L’adozione di un atteggiamento fortemente critico sulla qualità e la quantità dei consumi, sempre che superasse una soglia critica, potrebbe forse condurre una parte della popolazione ad esercitare una significativa pressione sul rispettivo governo, e quindi si tratta di una scelta molto valida sul piano politico. Però quale garanzia avremmo sulla rapida adozione di tutte le altre misure, governative e aziendali, che possono realmente incidere sul clima?

 

E’ sufficiente a suo parere l’impegno che l’Italia sta sostenendo nella lotta ai cambiamenti climatici?

Mi sembra quindi chiaro che la riconversione di cui si parla nel libro è sia economica e politica, sia culturale e di immaginario, nel senso che dobbiamo realmente cominciare ad immaginare una società ben diversa da quella attuale, oltretutto da far cominciare a funzionare in tempi piuttosto ristretti. Esiste ormai una letteratura sulle ipotesi di alternativa, ma soprattutto si stanno moltiplicando le esperienze concrete a livello micro, avviate da comunità e gruppi spontanei più sensibili alle tematiche ambientali e più coscienti della gravità della situazione attuale. In Italia abbiamo la fortuna  di contare su una molteplicità di iniziative  (una recente ricerca parlava addirittura di due milioni di persone impegnate in questo campo): non scommetterei sulla cifra, ma ho conoscenze personali di centinaia di iniziative in atto o in progetto, e di un movimento che è certamente solo nella sua fase iniziale. E all’estero la situazione è analoga in molti Paesi.

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