martedì, Luglio 27

Una ricetta socialista per l'Italia e l'Europa Un manifesto per una nuova costituente, rivolto alla società. Intervista a Stefano Sylos Labini

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Siete in campeggio, e siete arrabbiati. Il pescatore più bravo del gruppo pretende di mangiare il pesce migliore perché ne pesca più degli altri. Uno di voi si è imbattuto in un grande melo e chiede di lavorare meno in cambio dei suoi frutti. Un altro vuole essere pagato per dirvi come aprire le noci che avete trovato in un albero. E un altro ancora non intende condividere gli ottimi pesci di un laghetto scavato per lui dal padre trent’anni prima. È il campeggio senza princìpi di uguaglianza e di comunità; in altri termini, il campeggio senza un sistema socialista. Gerald Cohen, un importante filosofo politico di sinistra, partiva da qui nel suo libriccino ‘Socialismo, perché no?‘ per riflettere sulla desiderabilità del socialismo e sulla sua attuabilità nel più ampio contesto sociale (molto diverso dal campeggio, come premetteva l’autore).

Il socialismo è una concezione della società nella quale ogni privilegio è soppresso per realizzare l’uguaglianza sostanziale dei membri. Un’ispirazione antica, che in Italia ha una storia politica secolare: il primo partito nacque nel 1892. In età repubblicana questa storia, caratterizzata anche dall’esperienza del governo con la Democrazia cristiana dagli anni ’60, è stata complicata da scissioni, riunificazioni, divisioni e moltiplicazioni, in particolare dopo la fine del Psi all’inizio degli anni ’90. Il partito guidato da Bettino Craxi, Presidente del Consiglio fra il 1983 e il 1987, andò in declino per l’implicazione dei dirigenti socialisti negli scandali di Tangentopoli e si sciolse nel 1994. I suoi membri si dispersero, creando molte nuove formazioni negli anni successivi e tentando anche riunificazioni, come la costituente socialista del 2007 dalla quale nacque il Partito socialista italiano.

Oggi i socialisti abitano ancora in molte case, nel centrosinistra e nel centrodestra, in partiti propri dal peso elettorale ridotto come il suddetto Psi o il Nuovo Psi oppure in soggetti più ampi come il Partito democratico e Forza Italia. A marzo un appello per una nuova costituente socialista è stato lanciato da Giorgio Ruffolo, economista già deputato socialista alla Camera e al Parlamento europeo e ministro dell’Ambiente dal 1987 al 1992, e Stefano Sylos Labini, ricercatore dell’Enea. L’obiettivo è costruire una «grande forza» dichiaratamente socialista che «si impegni a costruire un nuovo modello di sviluppo e un’economia con piena occupazione equamente retribuita» e «sappia realizzare gli insegnamenti delle figure storiche del movimento», da Filippo Turati a Sandro Pertini. Lo scrivono nel testo dell’appello, il Manifesto per la Costituente Socialista in Italia e in Europa, al quale hanno aderito docenti universitari, magistrati, ex parlamentari ed economisti e che sarà presentato al pubblico dopo le elezioni europee di questo mese.

Secondo Ruffolo e Labini la crisi attuale nel Vecchio continente, «economica, politica e morale», deriva da un’idea distorta della crescita, sfrenata e basata sullo sfruttamento di lavoro e natura, ed è stata facilitata dalla scomparsa del socialismo liberale. Il manifesto ha proposte sia per l’Unione europea, con l’obiettivo di uno Stato federale di tipo statunitense, sia per l’Italia, con due linee-guida per la Penisola: «il risanamento del tessuto ambientale, sia in senso materiale che morale», e il «rilancio dell’intervento pubblico per stimolare programmazione e ricerca innovativa». La forza socialista propugnata dall’appello dovrebbe impegnarsi a «costruire un nuovo modello in cui la finanza sia riportata al servizio dell’economia reale e che sappia valorizzare le capacità dei lavoratori, tuteli l’ambiente e sia improntato ad una maggiore eguaglianza sociale». Di questo progetto abbiamo parlato con Labini.

 

Dottor Labini, il socialismo italiano ha una lunga storia di scissioni, riunificazioni e ‘rinascite’, ma le urne non hanno premiato i progetti recenti. Che cosa risponderebbe a chi considerasse ormai un esercizio teorico le costituenti socialiste?
È vero che i risultati elettorali sono stati sempre deludenti, per non dire disastrosi. Ciò è accaduto anche perché si è puntato a operazioni opportunistiche di natura elettorale, mentre è necessario costruire un progetto di medio-lungo periodo. In realtà l’esigenza di una forza socialista è molto sentita, soprattutto dal punto di vista sociale, e credo ci sia una grande frattura fra questa richiesta della società e la capacità politica di esprimere forze che si battano per la solidarietà. In potenza ci sono grandi spazi, ma bisogna presentarsi in modo serio e credibile, cosa che non credo sia stata fatta in passato: non si è mai creato un progetto solido e robusto. Il problema, tuttavia, non è solo nel nostro Paese. Nel resto d’Europa esistono partiti socialisti, a differenza dell’Italia che da questo punto di vista è un’anomalia, ma penso che questi partiti abbiano tradito gli ideali a cui dicono d’ispirarsi, perché hanno appoggiato politiche di austerità senza battersi e non si sono impegnati per costruire un’Europa federale.

Oggi i socialisti sono dispersi nel centrodestra e nel centrosinistra. A chi di loro rivolgete la vostra chiamata e perché dovrebbe ascoltarla?
Più che ai gruppi dirigenti, che sono sparpagliati e molto frammentati, il nostro messaggio dovrebbe pervenire alla base, al tessuto sociale, a quanti sono in difficoltà e paradossalmente stanno trovando un interlocutore addirittura nel Movimento 5 Stelle in questa fase di crisi che ha impoverito la società.

Hanno risposto all’appello diversi esponenti di lungo corso del socialismo italiano, per lo più della Prima Repubblica. Ci sono anche giovani? O il socialismo oggi è per chi ha i capelli bianchi?
Il rischio è quello, un richiamo nostalgico incapace di attrarre forze giovani. Si deve lavorare di più per far arrivare ai giovani il messaggio che non c’è solo l’obiettivo dell’arricchimento materiale ma anche quello di costruire una società più giusta. Bisogna attrarli all’impegno politico, in questo periodo caratterizzato da disillusione e rassegnazione. Certo è un lavoro duro.

La vostra nuova forza con chi intende allearsi alle elezioni? Con il Partito democratico fresco di adesione al Partito socialista europeo, ad esempio, o con la sinistra radicale? Oppure vuole correre da sola, sperando di superare la soglia di sbarramento?
Probabilmente presenteremo in modo pubblico il manifesto dopo le elezioni europee. Il nostro obiettivo saranno le nuove elezioni politiche, che potrebbero tenersi anche nel 2018. Al momento non si è pensato ad alleanze particolari. La situazione politica, peraltro, da questo punto di vista è molto deprimente. Il Pd ha preso posizioni riconducibili a quelle di una destra economica, come sul mercato del lavoro. Un obiettivo del nostro manifesto è un modello economico che punti sulla qualità, dunque sulla qualificazione professionale, sull’intelligenza e sulle capacità dei lavoratori, tutti elementi ostacolati dalla flessibilità; al momento, quindi, non vedrei il Pd avvicinarsi a questa impostazione. In quanto alle forze che si richiamano alla sinistra, come Sinistra e Libertà e il Partito della Rifondazione comunista, lì ci sono gruppi dirigenti rimasti ancorati a valori del passato. È una situazione molto complicata e non per niente a sinistra si sono tentate più volte operazioni di aggregazione, finite tutte malissismo perché non c’era una concreta volontà di lavorare: prima la Sinistra arcobaleno, che ha frammentato tutte le forze, e poi la Lista Ingroia, anche quella costruita in quattro e quattr’otto, intorno a una figura che è una brava persona ma non un politico. Ora c’è la Lista Tsipras (da Alexis Tsipras, candidato del Partito della Sinistra Europea alla presidenza della Commissione Ue nelle elezioni europee di maggio, nda); anche questa mi sembra ispirata da finalità elettorali, e da essa non ho sentito messaggi forti alla gente.

Durante il craxismo, affermate nel manifesto, spesso la politica del Psi è stata solo perseguire il potere e questo alla fine ne ha causato la scomparsa. I socialisti quanto sono responsabili del loro tramonto?
Il Partito socialista raggiunse il momento di massimo splendore negli anni ’60, quando il primo centrosinistra nacque e tentò la programmazione economica, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e programmi guidati dall’Eni per una maggiore indipendenza in questo ambito, tentativo riformista purtroppo tramontato: il Psi era stretto fra una Democrazia cristiana conservatrice e un Partito comunista diffidente. Dalla fine degli anni ’60 agli anni ’70 il Psi perse influenza. Con Craxi ci fu un ritorno al protagonismo, però purtroppo non positivo, perché fu ispirato dal perseguimento del potere; quella stagione ha infangato anche il nome del Partito socialista, ma non per questo i valori di esso devono essere cancellati.

C’è posto nella vostra forza per chi ha un’opinione favorevole di Bettino Craxi?
Noi tentiamo di guardare al futuro, più che restare intrappolati nel passato. Preferisco concentrarmi sui grandi problemi che dobbiamo affrontare, in particolare su due, i più grandi: dare lavoro a tutti quanti sono in grado di lavorare e battersi per una piena occupazione equamente retribuita, e concepire un progetto di sviluppo per l’Africa, vista l’immigrazione inarrestabile. A volte ciò che ha bloccato la sinistra è stato il condizionamento rispetto alla storia passata, e credo che questo sia un po’ pericoloso: soprattutto le forze giovani non conoscono la storia e non hanno voglia di studiarla, quindi devono essere coinvolte in progetti.

Se foste al governo con quali interventi affrontereste la prima grande questione che solleva, quella della piena occupazione equamente retribuita?
Sul piano europeo sarebbe necessario rinegoziare i trattati Ue, con la collaborazione degli altri Paesi, perché questa politica di austerità ci sta strangolando. In Italia, con Ruffolo abbiamo tentato di rilanciare l’idea di usare i titoli pubblici come moneta complementare, la cui fattibilità tecnica è da valutare. Visto il ritardo con cui la pubblica amministrazione paga i suoi debiti con le imprese, abbiamo suggerito che le banche possano pagare le aziende con titoli pubblici. La scarsità di moneta è una causa della crisi attuale, e le banche hanno usato i loro liquidi per comprare molti titoli pubblici, riducendo di 60 miliardi di euro i prestiti alle famiglie nel 2013.

In quanto alla seconda questione, lo sviluppo del continente africano?
Anche questo si deve affrontare a livello europeo. Io e Ruffolo abbiamo pensato a un ‘piano Marshall’ su tre pilastri: l’acqua, senza la quale nulla è possibile e il tasso di mortalità infantile non si abbassa; l’energia solare, per estrarre l’acqua; e l’agricoltura, nella quale impiegare quell’acqua. A quel punto si può mettere in moto uno sviluppo anche autosostenibile dell’Africa, che deve essere una priorità dell’Europa.

La vostra nuova forza che forma avrà? Sarà un partito leggero o con una struttura forte, ad esempio?
Ora stiamo cercando di raccogliere forze sparpagliate, censendo sul territorio le organizzazioni impegnate ogni giorno e realmente in cose in sintonia con certi princìpi generali. Si andrà per passi, e quando si creerà un’aggregazione vedremo quale sarà il modo più congeniale e partecipato in modo democratico di organizzare la formazione.

Scrivete nel manifesto che in Europa ‘i partiti che si professano socialisti non sono stati capaci di realizzare gli ideali cui dicono di ispirarsi’. Per quali ragioni non ci sono riusciti? E come intendete evitare i loro errori?
Non ci sono riusciti perché si sono lasciati condizionare da una miscela esplosiva di nazionalismo tedesco, egemonia della Germania che ha messo al centro della politica economica il risanamento dei bilanci pubblici, e di ideologia liberista dominata dai mercati finanziari. C’è anche da dire che la globalizzazione ha indebolito le rivendicazioni dei lavoratori, mettendo gli uni contro gli altri quelli dei vari Paesi, quindi ha fiaccato anche i loro sindacati e movimenti di rappresentanza.

A proposito di Europa, nel vostro manifesto appoggiate l’idea di uno Stato federale europeo. Come lo immaginate e perché sarebbe migliore dell’Unione attuale? Quale ruolo avrebbero gli Stati attuali?
Bisognerebbe mettere in comune i bilanci pubblici, come Alexander Amilton fece alla fine del ‘700 con le colonie dei futuri Stati Uniti d’America creando un debito pubblico federale, e poi istituire un esercito comune, una politica estera comune e dipartimenti sovranazionali. Gli Stati, quindi, dovrebbero cedere parte della loro forza a un livello superiore. Certo è un percorso molto complicato, ma l’Unione europea difficilmente sopravviverà se resta così com’è oggi.

In quanto all’Italia, ancora nel manifesto si legge che secondo voi molti dei guasti del sistema politico italiano discendono dalla mancata soluzione della questione socialista. Perché? E che cosa ha impedito questa soluzione?
L’Italia ha vissuto una situazione molto particolare, con due anomalie: un partito comunista molto forte e un partito socialista alleatosi con il suo avversario naturale, la Democrazia cristiana, a causa dell’ambiguità irrisolta del Pci. Dopo la caduta del muro di Berlino si ebbe una deriva, perchè l’ex Pci si è appiattito su un’ideologia neoliberista con un salto logico-politico: negli anni ’90 il centrosinistra promosse grandi privatizzazioni e la flessibilità del lavoro, una politica propria della destra economica. Ciò fu anche dovuto all’aver trascurato la riflessione sull’evoluzione storico-politica.

Nel Manifesto accusate il Pci di aver fatto scomparire la sinistra italiana con una deriva ‘moderata e liberista’ e un ‘ipocrita e superficiale accantonamento dell’opzione socialista’. Il Pd?
Sì, ma non è un’accusa. È successo che dal 1992, sia per il crollo del blocco di potere intorno a Dc e Psi sia per la caduta del muro di Berlino, c’è stato un cambiamento secondo noi troppo rapido, che avrebbe dovuto essere più ragionato; furono abbandonati princìpi ancora importanti, visto che oggi ci sono disuguaglianze senza precedenti, una questione ambientale sempre più critica e l’esigenza di un rinnovato intervento pubblico. A proposito di questo, all’epoca s’inizio a dire che l’intervento pubblico generava corruzione, bisognava privatizzare e lo Stato doveva ridimensionarsi, mentre invece bisognava rinnovare.

Propugnate l’intervento pubblico per promuovere la crescita e l’eguaglianza sociale. Significa un aumento della spesa statale? E il pareggio di bilancio, sul quale peraltro vigila l’Unione europea?
È chiaro che dovremo avere molta attenzione alle finanze, perché il nostro debito è enorme. Noi abbiamo fatto riferimento a un’economia mista. Oggi la capacità di spesa dello Stato è bassa, ma noi pensiamo possa essere vantaggioso far coesistere imprese pubbliche e private, ad esempio nei settori energetico e bancario. Non è solo una questione di spesa, anche le imprese possono essere strumento di politica economica. Credo che in settori oligopolistici, dove grandi concentrazioni controllano il mercato, la presenza pubblica sia positiva.

Intendete anche ‘rilanciare la bandiera del laicismo’. Con quali proposte?
È un tema che dobbiamo ancora ben sviluppare. All’epoca della Democrazia cristiana Stato e Chiesa avevano confini maggiori rispetto ad oggi, nonostante la Dc fosse un partito cattolico. Lo Stato deve dare possibilità di espressione a tutti gli orientamenti religiosi, senza favorirne alcuno. È una questione da approfondire e circostanziare.

Una costituente socialista si ebbe già nel 2007, con la nascita di una forza politica chiamata Partito socialista, ancora esistente insieme ad altri partiti d’ispirazione simile. Per quali ragioni un elettore socialista dovrebbe preferire la vostra proposta?
Non abbiamo la presunzione di dire che abbiamo ragione noi e siamo più bravi degli altri, ma certo è un discorso anche di credibilità e serietà delle persone. Questi sono i requisiti affinché il nostro progetto abbia possibilità di riuscita. Sulla carta credo ce l’abbia, ma molto dipenderà dalla collaborazione e dall’impegno che quanti aderiranno vorranno metterci. Le condizioni affinché si sviluppi, comunque, ci sono tutte.

 

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