domenica, Giugno 20

Una nuova Europa, ma in che modo, tra Ue e Russia Entrambe ribelli a Bruxelles e ostili a Berlino, Ungheria e Polonia guardano con occhi molto diversi a Mosca, con qualche limite

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In Germania, socio di maggioranza dell’Unione europea, la nuova estrema destra prosegue la sua avanzata. Le ultime rilevazioni danno la populista AfD al 18% dei consensi contro il 12,6% ottenuto nelle elezioni parlamentari dello scorso autunno. Un’avanzata meno impetuosa di quella leghista in Italia, dunque, e che però innalza il partito tedesco più ostile agli immigrati al secondo posto nella Repubblica federale, dietro solo ai democristiani (CDU-CSU) di Angela Merkel, che col 28% scende al minimo storico. Scavalcando invece, per la prima volta, i socialdemocratici della SPD (17%) e lasciando ancora più indietro i Verdi, la Linke (estrema sinistra) e i liberali della FDP, a lungo terzo partito nazionale prima della riunificazione tedesca.

Suona quindi sempre meno infondata la fiducia con cui Viktor Orban, Matteo Salvini e altri loro compagni di lotta (e in molti casi anche già di governo) guardano alle elezioni europee del prossimo maggio anche per rifarsi della sconfitta subita al Parlamento di Strasburgo il 12 settembre scorso. Non dovrebbero tuttavia cantare vittoria troppo presto, specie se contano anche su cedimenti nel campo avverso sul contenzioso che divide i populsovranisti dalle forze politiche più tradizionali, compresa quella tuttora maggioritaria in Germania.

La cancelliera tedesca, infatti, non sembra deflettere dalla fermezza con cui sta fronteggiando sia gli avversari esterni attualmente più temibili sia le correnti e pressioni ad essi in qualche misura favorevoli all’interno del proprio schieramento, e la sua linea appare confortata da un ampio consenso popolare. Grazie, probabilmente, anche ai contraccolpi psicologici dei gravi incidenti di piazza in Sassonia che, all’inizio del mese, hanno visto tornare in scena gruppi e pulsioni apertamente neonaziste.

Nel campo democristiano e governativo in generale il personaggio più indiziato di concrete simpatie per l’estrema destra, o quanto meno per certe sue istanze, è il ministro federale dell’Interno Horst Seehofer, leader della CSU bavarese. Con lui la Merkel è venuta ai ferri corti, con i suoi modi pacati ma all’occorrenza sostanzialmente duri. II confronto tra i due non può considerarsi ancora terminato, ma in attesa, fra l’altro, delle prossime elezioni regionali in Baviera si deve registrare che i tedeschi, chiamati a dichiarare se ritengono Seehofer l’uomo giusto al posto giusto, hanno risposto sì al 28% (contro il 39% nello scorso aprile) e no al 59%, mentre i soli elettori democristiani si sono mostrati appena un po’ più benevoli sul suo conto.

Il personaggio, controverso anche a causa di un recentissimo scandalo nel settore sicurezza, si distingue altresì per avere sostenuto che l’immigrazione è la madre di tutti i problemi attuali, sentendosi replicare dalla cancelliera che essa si limita a proporre ‘alcune sfide’. La posizione del ministro tedesco collima dunque con quella assunta dal premier ungherese a Strasburgo per respingere ogni accusa, mentre la Merkel, evidentemente, considera più gravi le contestazioni riguardanti non l’immigrazione bensì il carattere illiberale del regime magiaro, che ha indotto il parlamento europeo a condannarlo e a raccomandare le sanzioni comminate dallo statuto della UE.

Drammatizzato dal voto del 12 settembre, il braccio di ferro tra Budapest e Bruxelles è comunque appena agli inizi e si estende anzi, ben oltre la partita bilaterale, ad un confronto di crescente asprezza, e oltremodo incerto nelle sue conseguenze, tra la ‘nuova Europa’, centrorientale, e quella vecchia ossia occidentale. Sempre che, beninteso, l’ottimismo dei sovranpopulisti non si riveli giustificato al punto che la contesa sfumi automaticamente per la scomparsa o la trasformazione almeno temporanea di uno dei due contendenti.

Per il momento, invece, la prospettiva è di segno opposto. Come ormai tutti sanno, non è affatto automatica l’effettiva adozione delle sanzioni a carico dell’Ungheria in base all’articolo 7 del trattato UE. Non essendo prevista alcuna forma di espulsione, la sanzione più pesante potrebbe essere la perdita del diritto di voto. Ma la decisione finale al riguardo spetta al Consiglio europeo, ossia ad un vertice di tutti i Paesi membri i cui rappresentanti, dovendo pronunciarsi all’unanimità, disporranno di un diritto di veto del quale è sicuro sin d’ora che parecchi faranno uso in difesa di Budapest a cominciare dallo stesso governo magiaro.  

Ciò però non significa che il pronunciamento del Parlamento sia destinato a rimanere puramente platonico. Si sta infatti preparando a Bruxelles una denuncia dell’Ungheria alla Corte europea di giustizia, che non deve rispondere ad alcun governo né altro organo dell’Unione. E non mancano naturalmente, nell’ampia e multiforme rete di relazioni e attività intracomunitarie, altri possibili strumenti, meno drastici ma non per questo meno efficaci, per mettere in mora un governo inadempiente e trasgressore, penalizzarlo per piegarlo e al limite espellere lo stesso Paese.

Tanto più quando i Paesi per così dire ribelli sono numerosi, gli strumenti più idonei allo scopo potrebbero essere quelli di tipo indiretto. Nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato a Strasburgo il 12 settembre, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha proposto la riduzione delle materie, comprendenti la anche la politica estera, nelle quali le decisioni richiedono l’unanimità, mediante introduzione del voto a maggioranza qualificata (il 55% degli Stati membri con almeno il 65% della popolazione totale della UE) per quelle concernenti violazioni dei diritti umani, l’applicazione di sanzioni, questioni di sicurezza civile e missioni militari difensive.

L’ex premier lussemburghese, che si augura un accordo al riguardo nel vertice dell’Unione in programma nel prossimo maggio in Romania, un paio di settimane prima delle elezioni europee (e meno di due mesi dopo il previsto distacco del Regno Unito dalla UE), si appresta ad uscire di scena per scadenza del suo mandato. Le suddette proposte ed altre ancora, fatte del resto a nome dell’intera Commissione uscente, riflettono però esigenze largamente sentite nelle capitali europee e per lo più ispirate alla necessità di rafforzare anziché indebolire una ‘sovranità europea’, secondo Juncker, per nulla incompatibile con quelle degli Stati membri ma semmai indispensabile per consolidarle.  

Poiché le resistenze a simili propositi e progetti non mancano, si ventilano da tempo forme di più avanzata integrazione, innanzitutto politico-istituzionale, ma non solo, su scala ridotta, ossia limitata almeno inizialmente ai Paesi interessati e con facoltà per gli altri di non parteciparvi oltre che, naturalmente, di aderirvi in un secondo tempo. Finora, come ben si sa, la più importante realizzazione di questo tipo è l’Eurozona, ovvero l’adozione di una moneta unica, a partire dal 1999, da parte di 19 Paesi membri della UE sui 28 attuali in totale. Tanto importante da costituire il più solido legame intraeuropeo oggi esistente, e non a caso il più bersagliato dai cosiddetti euroscettici di ogni nazionalità, nonostante il suo indiscutibile successo. Anche quanti lo sostengono, tuttavia, lo considerano per lo più insufficiente o addirittura inefficace, a lungo andare, se alla moneta unica non si aggiungeranno quanto prima un’unione bancaria e una politica economico-finanziaria comune.

All’Eurozona hanno aderito più o meno di recente anche cinque Paesi tra i più piccoli dell’Europa, ossia le tre repubbliche baltiche ex sovietiche nonché la Slovacchia e la Slovenia. Non sembrano aspirarvi, invece, i tre maggiori del gruppo Visegrad, dei quali almeno due, Polonia e Ungheria, possono considerarsi, anche qui non a caso, le capintesta della ribellione contro Bruxelles. Scontato, per loro, appare il rifiuto di aderire a qualsiasi altro progetto di più stretta integrazione separata, portare avanti il quale equivarrebbe perciò a promuovere una sorta di loro autoespulsione dalla UE ancorchè solo parziale.

Tendenzialmente opposto è l’orientamento dei due Paesi guida dell’Unione, che vede la Francia di Emmanuel Macron ancor più decisamente affiancata alla Germania, sotto la spinta della defezione britannica e, soprattutto, dei pesanti attacchi sferrati contro la ‘vecchia Europa’ da Donald Trump sia sul terreno economico sia su quello politico e militare. Al punto, ormai, da innalzare all’ordine del giorno l’opportunità di dotare la UE di un apparato di difesa comune sostitutivo della NATO o comunque separato da essa.

L’inquilino dell’Eliseo, anzi, si mostra ancor più duro della Merkel (a sua volta più dura di lui verso l’attuale presidente americano) nei confronti dell’Est europeo più ribelle a Bruxelles, ponendosi come principale suo fustigatore e contraltare occidentale. E trovando, d’altronde, pane per i suoi denti dovendo misurarsi, ad esempio, con una Polonia ancora più platealmente ostile verso la UE dell’Ungheria, benchè massima beneficiaria, e con ottimi risultati, delle multiformi sovvenzioni e altre erogazioni dell’Unione.

Persino stupefacenti, nonché paragonabili solo ai termini usati in precedenza da Trump, sono state le parole pronunciate in concomitanza con il voto di Strasburgo da Adrzej Duda, il presidente della Repubblica pur distintosi nei mesi scorsi per aver cercato di frenare le modifiche in senso autoritario via via apportate al sistema politico-istituzionale polacco dal partito al potere (il PiS, ovvero Diritto e giustizia) che è anche il suo.

Secondo Duda la UE sarebbe una ‘comunità immaginaria’ e poco importante per i polacchi, che a buon diritto pensano a sistemare innanzitutto i propri affari prima di occuparsi di quelli europei. Per giustificare queste ed altre consimili affermazioni il loro capo dello Stato non ha esitato a rispolverare la vecchia accusa alle potenze occidentali di non avere impedito nel 1945 l’imposizione alla Polonia della dominazione sovietica, dimenticando che Gran Bretagna e Francia avevano scatenato la seconda guerra mondiale per reagire alla nuova spartizione del suo Paese tra l’URSS e la Germania nazista. E che la maggiore responsabilità per il successivo cedimento occidentale a Stalin, alla conferenza di Jalta, è semmai attribuibile agli USA.

Ai quali, invece, la Polonia liberatasi (per prima, va ricordato) dal giogo del ‘socialismo reale’ sembra continuare a guardare in esclusiva in quanto garanti più affidabili della propria sicurezza esterna che vede minacciata da un aggressivo espansionismo di ritorno della Russia postcomunista. E ciò benchè Trump sia contestato in patria anche per le sue multiformi aperture a Vladimir Putin, delle quali resta peraltro da capire se siano di carattere puramente tattico mentre nella Varsavia governativa forse si conta o si spera che siano comunque passeggere come la permanenza alla Casa bianca del suo attuale inquilino.

Intanto, ad ogni buon conto, Duda si offre di ospitare in Polonia una base militare USA, stabile e sostitutiva di quelle in Germania che Washington progetta di smobilitare. Possibilmente lusingato dalla contestuale proposta polacca di battezzarla ‘Fort Trump’, The Donald promette di prenderla in seria considerazione, e la promessa merita una certa credibilità anche perché negli USA si apprezzano molto sia i residui sforzi che la Polonia sta compiendo per scongiurare la realizzazione del secondo gasdotto nel Baltico, che dovrebbe raddoppiare le forniture di gas russo alla Germania e dintorni, sia la piena disponibilità polacca per importare in quantità gas liquido americano per sbarazzarsi di qualsiasi dipendenza energetica dalla Russia.

Tutto il contrario, dunque, dell’amica Ungheria, il cui condottiero non ha perso tempo a recarsi nuovamente a Mosca pochi giorni dopo la sconfitta subita a Strasburgo quasi a voler sottolineare dove si trova la sponda sulla quale fa affidamento per meglio sostenere la prova di forza ingaggiata con Bruxelles. E lo ha fatto, Orban ovviamente coadiuvato da Putin, in modo alquanto convincente: stipulando con il campione della democrazia illiberale nuove intese per la stabilizzazione dell’approvvigionamento magiaro di gas russo, l’ampliamento da parte russa della centrale nucleare di Paks in Ungheria e ulteriori investimenti ungheresi in Russia, già relativamente cospicui.

Nonostante tutto ciò, è ancora presto per dedurne che la ribellione esteuropea contro Bruxelles sia minata alla base da una vistosa dissonanza tra i suoi capifila proprio sul punto più piccante: il tendenziale distacco dal blocco occidentale del vecchio continente per riagganciarsi ad oriente all’ex potenza già dominante quanto combattuta.

La stessa Ungheria si è assicurata nei giorni scorsi anche un ragguardevole e ostentato approvvigionamento di gas naturale presso la vicina e non proprio amicissima Romania, e dopotutto Budapest persiste a criticare le sanzioni occidentali a carico di Mosca ma si è astenuta, sinora, dal porre veti o comunque dissociarsene. Il quadro generale della questione rimane in pieno movimento e con vari aspetti per nulla secondari tutti da chiarire.  

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