giovedì, Ottobre 21

Una nuova Europa elvetica? E se non fosse reale la volontà europea di rafforzare la propria sovranità geopolitica ed economica come continente? Se invece gli europei preferissero restare nel comodo limbo odierno, fatto di continue dichiarazioni pro-integrazione e di comportamenti di valenza opposta?

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In un editoriale del 29 settembre scorso dedicato alle recentissime elezioni tedesche, dal titolo ‘La tentazione tedesca (ed europea): diventare la Svizzera del mondo‘, Federico Fubini, prestigiosa firma del ‘Corriere della Sera‘, pone ai Lettori un interessante quesito: e se non fosse reale la volontà europea, sempre sbandierata ai quattro venti, di rafforzare la propria sovranità geopolitica ed economica come continente? Se invece gli europei, con i tedeschi ovviamente in testa, preferissero restare nel comodo limbo odierno, fatto di continue dichiarazioni pro-integrazione e di comportamenti di valenza opposta? Insomma, se l’Europa volesse in realtà ‘fare come la Svizzera’?

Nello scorso luglio avevo presentato su queste pagine alcune considerazioni sulla Confederazione Elvetica, Paese da sempre tentato di ‘bypassare’ in qualche modo le difficoltà e le responsabilità internazionali, limitandosi a cercare di preservare il proprio modo di vivere. Ho trovato pertanto molto convincente il paragone euro-elvetico posto da Fubini, seppure con una grande differenza: la Svizzera, piccolo Paese estremamente coeso, sa ben difendere i propri vitali interessi economici e di sicurezza, mentre l’Unione Europea ne delega la difesa ai singoli Stati membri, spesso in contrasto fra loro, nel primo caso; e ad attori esterni (finora gli Stati Uniti), nel secondo.

Ironicamente, il pezzo di luglio cui mi riferivo in precedenza era dedicato proprio alla decisione, da poco assunta dal Consiglio Federale svizzero, di abbandonare il negoziato con l’Unione Europea per la conclusione di un Accordo Quadro, mantenendo invece l’attuale, obsoleto approccio bilaterale. Le istituzioni dell’Unione avevano deplorato, com’era ovvio che fosse, tale decisione; ma, a ben vedere,l’espressione avoir le beurre et l’argent du beurre‘, spesso utilizzata a Bruxelles per definire l’atteggiamento svizzero verso l’Europa, potrebbe ben essere applicata a quello dell’Europa stessa nei riguardi dei suoi principali interlocutori: forti pretese, ma un coinvolgimento sostanzialmente di facciata in molte delle questioni più importanti.

D’altra parte, sono del tutto patenti le manchevolezze europee in sede di difesa comune, dimostrate da ultimo dal mancato coinvolgimento decisionale nel caotico ritiro dall’Afghanistan e dal caso dei sottomarini francesi venduti all’Australia e poi respinti al mittente a causa di una migliore offerta pervenuta da Washington (e dalla Londra del dopo Brexit). Ma la stessa politica estera comune, nonostante l’esistenza di un Alto Rappresentante dotato di una forte struttura, resta latitante: a dimostrarlo, da ultimo, proprio il caso dei sottomarini francesi, respinti da Canberra non solo e non tanto per ragioni di convenienza economica, ma soprattutto perché sopravanzati da un’offerta anglo-americana di partnership politica e di sicurezza globale (‘Aukus’), in funzione principalmente anticinese.
E’ vero che il Ministro degli Esteri francese Le Drian ha, nell’occasione, criticato molto severamente Washington per aver escluso l’Europa dal nuovo patto militare, ma tale presa di posizione, lungi dall’inserirsi in un quadro genuinamente continentale, vale semplicemente a confermare comel’Europacontinui ad essere intesa da Parigi come un comodo strumento di difesa di interessi strettamente nazionali. D’altronde, nell’occasione, la Commissione e gli altri partner europei si sono a loro volta rivelati piuttosto tiepidi nel difendere la Francia.

Come dunque, con il rifiuto dell’Accordo Quadro con l’UE, la Confederazione Elvetica ha sostanzialmente riaffermato di voler insistere nella sua navigazione internazionale di piccolo cabotaggio, così, su scala ovviamente molto maggiore, noi europei (trascinati, come rileva Fubini, da una Germania che, una volta superata l’emergenza pandemia, cercherà probabilmente di ripristinare il Patto di Stabilità come concepito durante il cancellierato di Angela Merkel, anche ponendo ostacoli, assieme ai cosiddetti ‘Paesi frugali’, a quella mutualizzazione del debito necessaria per l’effettiva attuazione del Next Generation EU) stiamo seriamente rischiando di abbandonare definitivamente la strada dell’integrazione e del progresso tecnologico al solo fine di proseguire, per quanto possibile, nel nostro ormai inattuale European Way of Life‘. Con il cordiale disimpegno degli Stati Uniti, i cui interessi si stanno ormai definitivamente spostando verso l’Indo-Pacifico; con il favore della Cina e della Russia, che avranno un temibile avversario in meno sul piano politico ed economico; e anche della nuova ‘Global Britain’ di Boris Johnson che, per quanto ormai attrice secondaria, potrebbe riuscire -libera dai condizionamenti comunitari- a restare all’interno del gioco che conta, come sembra testimoniare lo stesso patto ‘Aukus’.

Se le cose andranno davvero così, l’Europa avrà conservato come sua pressoché unica ragion d’essere la difesa dei ‘diritti umani’ a livello planetario: con tutte le ambiguità e le divisioni che lo stesso concetto di ‘diritti’ si porta dietro nelle società occidentali odierne. Le premesse di questa trasformazione, anch’essa a ben guardare molto ‘svizzera’, sembrano intravedersi non solo nelle abituali esternazioni ‘politically correct’ dei leader dell’Unione su tali questioni, ma anche nelle fibrillazioni interne che si rilevano in materia in quasi tutte le società del Vecchio Continente.

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Sull'autore

Massimo Lavezzo Cassinelli ha fatto parte del servizio diplomatico italiano dal 1982 al 2016. Dopo un primo periodo alla Farnesina presso la Direzione Generale Affari Economici, ha iniziato nel 1985 la sua prima missione all’estero, all’Ambasciata d’Italia in Ecuador. Successivamente ha prestato servizio presso le Ambasciate in Giordania, in Perù e in Egitto, oltre che come capo del Consolato italiano a Berna. E’ stato poi Rappresentante Permanente Aggiunto presso la FAO, il PAM e l’IFAD. Ha infine ricoperto le cariche di Ambasciatore d’Italia in Armenia e nel Principato di Monaco. Ha concluso la carriera al Cerimoniale Diplomatico della Repubblica.

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