mercoledì, Ottobre 20

Una nuova Europa contro la vecchia Unione Non solo Ungheria e Polonia sono ai ferri corti con Bruxelles e non solo sull’immigrazione, con propositi e chances ancora da scoprire

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La Brexit non è ancora scontata al cento per cento ma, salvo sorprese, la prima grossa amputazione dell’Unione europea dopo decenni di solo continua espansione dovrebbe compiersi, tra breve, in un modo o nell’altro. E se un certo ‘nuovo che avanza’ non si rivelerà effimero o meno travolgente di quanto appaia oggi, la massima organizzazione sovranazionale del vecchio continente sta avviandosi verso una seconda spaccatura, non meno epocale e fino a ieri più imprevedibile: quella tra i suoi più vecchi membri occidentali e il gruppo centro-orientale entratovi più di recente, dopo la caduta della ‘cortina di ferro’ che aveva diviso l’Europa per quasi mezzo secolo.

E’ una prospettiva che prende vistosamente corpo per effetto del voto con il quale il Parlamento europeo ha condannato l’involuzione autoritaria dell’Ungheria e approvato la proposta di punire perciò il suo attuale governo con le sanzioni previste dagli statuti della UE. I quali prescrivono il sistema democratico e lo Stato di diritto come requisiti fondamentali e inderogabili per l’appartenenza ad essa, benchè l’integrazione politica dei Paesi membri sia stata finora soltanto abbozzata restando comunque molto indietro rispetto a quella economica e anche in altri settori.

Tempi duri, dunque, per una comunità ormai sessantenne nata, sì, per meglio fronteggiare un’incombente minaccia sovietica, ma guardando anche più in là per seppellire definitivamente un lungo passato di pervicaci antagonismi e rovinosi conflitti coronati dal rischio, appena scongiurato a duro prezzo, di cadere sotto la dominazione nazifascista. E per offrire così al mondo intero un modello di esemplare convivenza pacifica e proficua sotto ogni aspetto, oltre a dare un contributo attivo alla causa del progresso su scala planetaria.

Per capire se si tratti di una missione velleitaria o di un sogno destinato a svanire si dovrà appurare, cosa non possibile su due piedi, se i regressi o battute di arresto, avvenuti o preannunciati, siano attribuibili a cause profonde o non piuttosto contingenti e quindi da non sopravvalutare. La votazione svoltasi a Strasburgo il 12 settembre scorso ha sicuramente risentito, con effetti persino sconcertanti, di contrasti che infuriano dovunque, da qualche tempo, in materia di immigrazione. Problema scottante quanto si voglia, e di non facile soluzione, ma non di carattere e dimensioni tali da potersi considerare vitale, soprattutto per l’Europa che fino a poco tempo fa si chiamava spesso ‘nuova’, quella centro-orientale appunto, e da giustificare quindi brusche svolte politiche ed eventuali rotture irreparabili.

Il problema si presta, certo, a facili strumentalizzazioni specie da parte di forze e politici di colore populista e/o sovranista, e come tali più indulgenti di altri alla demagogia. Lo hanno platealmente confermato le dichiarazioni di Viktor Orban prima e dopo la votazione da molti definita storica. Puntualmente imitato da vecchi e nuovi associati e ammiratori, il premier magiaro ha bellicosamente replicato ai suoi accusatori ignorando l’addebito di sbandamento autoritario (con l’aggiunta di clientelismo e corruzione) e accusandoli invece, a sua volta, di voler costringere l’Ungheria ad aprire i suoi confini all’immigrazione in massa, a tutto danno di un popolo riesposto così all’islamizzazione quasi come quattro o cinque secoli fa.

Il relativo contenzioso tra Budapest e Bruxelles sicuramente esiste, ma viene tuttora affrontato in separata sede presentandosi comunque secondario rispetto a quello principale. Che vede del resto l’Ungheria affiancata alla Polonia ed entrambe coinvolte dal problema dei migranti in misura di gran lunga minore dell’Italia e di altri soci bagnati dal Mediterraneo, anche se la capitale magiara si è vista inondata per alcuni giorni da profughi, provenienti da est naturalmente per via terra e peraltro solo di passaggio, in una fase iniziale del fenomeno.

A differenza del contenzioso secondario, che non sembrava destinato a sviluppi e conseguenze di particolare rilievo, a tutto vantaggio dei due (e altri) governi non collaboranti, quello principale proietta le opposte parti sul sentiero di guerra. Di una guerra ad oltranza della quale non è facile individuare moventi e obiettivi, almeno per la parte centrorientale, che non si riassumano in quello di difendere e preservare sistemi interni di ‘democrazia illiberale’ anche a costo di spezzare i legami con una più ampia comunità, dall’appartenenza alla quale hanno tratto sinora solo ampi e tangibili benefici.

Non solo, infatti, i Paesi ex comunisti all’interno della UE hanno conosciuto un boom economico straordinario e praticamente ininterrotto anche durante la recente crisi mondiale, ma i quattro del gruppo Visegrad (Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria), ad esempio, sono scesi a tassi di disoccupazione inferiori a quello medio dell’Eurozona e vantano tassi di crescita tuttora superiori.

Semmai, come ha recentemente documentato il ‘Financial Times’, si trovano oggi a corto di manodopera, anche a causa di un calo demografico e malgrado il rimpatrio dei propri emigrati nei Paesi occidentali, e riluttano ad accogliere immigrati diversi dagli ucraini, già utilizzati in gran numero.  La Polonia, tuttavia, pare orientata ad ospitare asiatici come i filippini, che almeno sono cattolici, e forse anche vietnamiti.

Tutto ciò non trattiene Orban dal tuonare che “i giorni di questo Parlamento e della Commissione UE sono contati”, fiducioso che le prossime elezioni europee abbattano la ‘maggioranza pro-migranti’ oggi imperante a Strasburgo come a Bruxelles. Nè impedisce a Matteo Salvini di fargli eco affermando che “tra qualche mese ci troveremo a governare l’Europa” insieme per cambiarla “escludendo i socialisti”. Un’esclusione che, in realtà, sarà (se andrà a buon fine e a prescindere da ogni altra considerazione), probabilmente insufficiente allo scopo benchè forse sufficiente a spaccare la casa comune.

E’ quello che paventano in tanti al di qua della vecchia cortina di ferro (e un po’ anche al di là, tenendo conto dell’ex Repubblica democratica tedesca, ovvero Germania-est), molti dei quali militano nello schieramento rivale del socialismo europeo (PSE) e sono spesso esponenti autorevoli o altamente rappresentativi di quel Partito popolare europeo (PPE) cui appartiene la stessa Fidesz di Orban.

E’ il caso, per citare solo un esempio, del cristiano-democratico tedesco Guenther Oettinger, commissario europeo al bilancio, che vede l’integrazione europea ‘in pericolo mortale’ per colpa di quanti “vogliono indebolire o persino distruggere” la UE dall’interno (menzionando espressamente la Romania e ‘il governo italiano’ oltre a Ungheria e Polonia) coadiuvati da “autocrati” esterni (come Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e “gli astuti cinesi”) mediante guerre commerciali e aggressioni. Oettinger, in verità, potrebbe essere definito un europeista “falco” perché rimprovera apertamente anche all’attuale governo di Berlino, ossia ai suoi maggiori compagni di partito con in testa la cancelliera Angela Merkel, di non difendere l’Europa unita con adeguata energia.

Il rimprovero non sembra dei più meritati. Il PPE, del quale la CDU-CSU è il pilastro centrale, ha concesso libertà di voto ai partiti che lo compongono riguardo alle sanzioni da infliggere all’Ungheria, e con non poca sorpresa anche fra gli altri “popolari” il sì alla condanna del governo di Budapest ha prevalso nettamente, consentendo il superamento, sia pure per soli 22 voti su un totale di 751 membri, della maggioranza di due terzi richiesta per l’attivazione da parte dell’assemblea di Strasburgo della procedura prevista dall’art. 7 (la cosiddetta “arma atomica”) del Trattato costitutivo dell’Unione.

Su un totale di 204 votanti aderenti al PPE, infatti, si sono pronunciati a favore della mozione di condanna (presentata da una deputata del gruppo verde) 118 deputati, dando un contributo determinante al raggiungimento di quota 448 contro un “no” complessivo di 197. Naturalmente negli schieramenti socialista-democratico e liberale il sì è stato schiacciante mentre il contrario è avvenuto tra i gruppi di estrema destra, populisti, sovranisti ed euroscettici, eccezionalmente spalleggiati, per l’occasione, dalla maggioranza dei conservatori britannici.

Il dato più importante è però un altro. Tra i popolari occidentali spicca soltanto l’appoggio maggioritario a Orban (11 su 15) dei deputati di Forza Italia, più consistente di quello di minoranze francese e spagnola oltre ai quattro rappresentanti della CSU bavarese (mentre il quinto, Manfred Weber, presidente dell’intero gruppo popolare tedesco, si è astenuto). Un caso, dunque, pressocchè isolato, e tanto più tale nel più ampio quadro dell’intero parlamento.  

L’opposto si registra invece nella “nuova Europa”, dove il sostegno a Orban, per specifica solidarietà, generica gelosia sovranista o che altro, prevale quasi ovunque. Non solo, cioè, nei Paesi già ai ferri corti con Bruxelles per questo o quel motivo, e comunque accomunati da una deriva autoritaria più o meno marcata, come Polonia e Ungheria. Ma anche in altri finora, e magari per semplice distrazione dei media, meno indiziati di disamore per la democrazia e lo stato di diritto con annesse simpatie per modelli illiberali esterni. Come Cechia e Slovacchia, Croazia e Slovenia, o come la Bulgaria a differenza della contigua Romania.

Di quest’ultima il Parlamento europeo si appresta peraltro ad occuparsi in un’apposita sessione plenaria nel prossimo ottobre, in seguito a denunce di abusi del potere politico e gravi pecche del sistema giudiziario, con conseguenti e massicce proteste di piazza soprattutto contro la corruzione, che hanno scosso e semiparalizzato il Paese nello scorso agosto. All’inizio del 2019, d’altronde, proprio la Romania assumerà la presidenza di turno della UE, che metterà probabilmente in ulteriore risalto il ruolo del suo capo dello Stato, Klaus Iohannis, europeista convinto nonchè assertivo moralizzatore.

Solo le tre repubbliche baltiche, in ultima analisi, si distinguono anche in sede parlamentare per una più tranquilla sintonia con Bruxelles, spiegabile con i titoli che sono valse loro una precoce ammissione anche nell’eurozona (snobbata invece da Varsavia e Budapest) oltre che dalla particolare esposizione alla vera o presunta, ma comunque temuta, minaccia russa, per motivi sia geografici sia di minoranze e perché si tratta pur sempre di repubbliche già sovietiche dal 1945 fino al 1990-91.

A questo punto, non resterà che attendere l’esito delle elezioni europee del prossimo maggio per formulare qualsiasi previsione circa il futuro dell’Europa centrorientale e naturalmente anche di quello inseparabile della stessa Unione europea, tenuto conto che le speranze populiste, sovraniste ed euroscettiche in crescenti avanzate anche nell’Europa più vecchia, benchè forse un po’ illusorie, non appaiono del tutto infondate. Senza tuttavia perdere d’occhio, nel frattempo, gli sviluppi nel più ampio contesto internazionale, sicuramente capaci di influire sensibilmente su quelli interni nei singoli Paesi e sugli indirizzi della regione nel suo complesso.

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