sabato, Aprile 17

Una nuova Costituzione per aiutare i Mapuche La riforma costituzionale eviterebbe i conflitti etnici attraverso una maggiore autonomia

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Una delle sfide che si presentano al Presidente Michelle Bachelet nel corso del suo secondo mandato, è tentare di risolvere una volta per tutte i conflitti a sfondo etnico nella zona centro-meridionale del Cile, che vedono contrapposti i proprietari terrieri dell’Araucania e gli indigeni Mapuche. Questi ultimi, eredi dei popoli stanziati nella regione prima dell’arrivo dei coloni spagnoli, rivendicano il possesso delle terre che hanno abitato fino a un secolo fa, quando lo stanziamento dei coloni europei li ha privati  dei loro storici domini.

Una diatriba che tuttora causa delle pesanti ripercussioni sulla regione, a causa dell’attivismo dei Mapuche, che da un ventennio a questa parte, con la fine della dittatura di Augusto Pinochet, hanno iniziato ad occupare appezzamenti, compiere atti di vandalismo e manifestare contro il Governo, quale che fosse il suo colore politico.

Questo conflitto, soltanto uno dei numerosi e problematici casi di rivendicazioni di diritti politici da parte delle numerose comunità indigene latino-americane, ha origini antiche. I Mapuche, o gli Araucani, come li chiamavano i coloni spagnoli, erano un popolo di agricoltori, privi dell’organizzazione statale che caratterizzava Inca e Aztechi. Eppure, furono in grado di resistere alla colonizzazione dei loro territori, estesi nella zona centro meridionale degli attuali Cile e Argentina, per trecento anni. La guerra tra spagnoli e Mapuche, chiamata Guerra de Arauco e che  i primi non riuscirono mai a vincere, è raccontata nei poemi epici in castigliano El Arauco Domado e La Araucana, e ancora oggi la zona del Rio Biobio, che marcava il confine con le terre Mapuche, è chiamata Zona de Frontera.

I rapporti con gli indigeni proseguirono dopo l’indipendenza del Cile dalla corona spagnola. Il Cile, inizialmente, adottò una politica di non aggressione nei confronti del Mapuche, almeno fino al 1860, quando l’esercito iniziò una campagna di conquista che culminò nel 1883 con l’annessione dell’Araucania.

Nonostante l’approvazione, nel 1866, di una legge che riconosceva i diritti di proprietà ai Mapuche sul loro territorio, iniziò una lenta ma inesorabile riduzione dei loro possedimenti che, nel giro di qualche anno, si restrinse a circa il 5% dei domini precedenti. Inoltre, fu proprio in questo periodo che si verificò l’arrivo di masse di coloni europei, in maggioranza italiani, spagnoli e tedeschi, che approfittando della debole presenza della giurisdizione statale, occuparono numerosi terreni mapuche, compresi quelli che, in linea teorica, erano stati concessi dal Parlamento cileno come diritto inalienabile.

Oggi, quelle terre sono ancora oggetto di contesa tra gli attuali proprietari e i Mapuche, con entrambi che si ritengono i legittimi proprietari. Naturalmente i discendente dei coloni, che da ottant’anni occupano quei terreni, non sono disposti ad abbandonare le loro attuali case.

Di qui la difficile posizione dello Stato, che ora si troverebbe ad affrontare una complessa opera di ridistribuzione delle terre, insieme a inevitabili riparazioni per chi fosse costretto a sloggiare. Inoltre, molti appezzamenti sono enormi boschi di piante importate in mano a multinazionali, un fattore che coinvolge aspetti economici. Il famoso caso che ha visto opposti in tribunale una famiglia Mapuche e gli italiani Benetton, è solo una delle tante diatribe che hanno inasprito il conflitto. I boschi di proprietà delle aziende minano l’ecosistema, ma la loro presenza va ben al di là delle classiche problematiche legate all’ecosostenibilità e alla tutela dell’ambiente. Come per molte culture indigene, infatti, la natura ha un fondamentale significato religioso per i Mapuche.

Pinochet, nonostante avesse perseguitato anche l’indipendentismo indigeno con decisione e soppresso la proprietà comunale della terra, aveva comunque garantito, nel 1978, un ampliamento delle terre indigene per 113.000 ettari. Una soluzione che non soddisfaceva le aspirazioni politiche dei Mapuche. Aspirazioni che peraltro non sono state soddisfatte nemmeno dai Governi democratici che si sono susseguiti dal 1990, generando una crescente mobilitazione.

A fronte dei disordini generati dall’occupazione delle terre, lo strumento principale di lotta adottato dagli indigeni, i Governi democratici non hanno esitato a fare uso delle norme anti-terrorismo adottate dalla dittatura, che consentono di rinchiudere per un periodo di sei mesi eventuali sospetti di azioni destabilizzanti e permettono la testimonianza anonima. Il tutto nel nome della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza.

Negli anni 2000, di fronte all’immobilismo politico, i movimenti indigeni hanno aumentato le loro azioni, provocando la formazione di gruppi paramilitari anti-mapuche da parte di alcuni proprietari terrieri. Nel 2009, un anonimo personaggio che sosteneva di appartenere al Commando anti-indigeno Hernán Trizano ha dichiarato alla stampa che i gruppi di vigilantes erano in possesso di esplosivi da utilizzare in attentati contro il leader Mapuche. La legge anti-terrorismo, fanno notare gli attivisti, viene usata in modo spesso arbitrario per perseguire crimini minori da parte dei Mapuche, mentre nei casi di rappresaglia violenta da parte dei gruppi paramilitari, la risposta della giustizia è molto meno incisiva.

Più recentemente, all’inizio del 2013, l’uccisione da parte della polizia di un attivista mapuche ha provocato notevoli disordini e ulteriori scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, e ha condotto all’uccisione di una coppia di anziani proprietari terrieri, bruciati vivi nella loro casa. Il Governo di Sebastiàn Piñera ha in seguito aumentato il numero di poliziotti nelle zone più calde, esasperando ulteriormente la situazione. Una delle principali richieste delle comunità interessate è che cessi questa concentrazione, che ricorda tanto un’occupazione militare.

Inoltre, l’ex Presidente di centrodestra ha smentito con i fatti la promessa, fatta precedentemente, di ‘agire con la massima priorità e urgenza al riconoscimento costituzionale dei nostri popoli indigeni’.

Ora è dunque il turno di Bachelet, che nel suo programma ha un progetto, ancora vago, di decentralizzazione dello Stato cileno. Un proposito ambizioso, soprattutto in un contesto di cultura politica che, fin dai tempi del colonialismo spagnolo, si basa su un forte centralismo. Il Presidente ha firmato, lo scorso 7 aprile, un decreto che istituisce una Commissione  per la decentralizzazione e lo sviluppo regionale. ‘Tra sei mesi, questa Commissione consegnerà un rapporto dettagliato che ci permettà di prendere delle decisioni in merito’, ha dichiarato la Bachelet nel corso della Cerimonia al Palacio de La Moneda.

La devolution, creando maggiore autonomia per le regioni, potrebbe comportare benefici che vanno dalla razionalizzazione della spesa pubblica alla maggiore efficacia nel rispondere alle calamità naturali che periodicamente colpiscono lo Stato andino. Il Presidente ha fatto cenno ai vantaggi di una organizzazione decentrata nella gestione dei terremoti, accennando al sisma avvenuto alcuni giorni prima.

Ma tra gli obiettivi che si potrebbero raggiungere con la decentralizzazione c’è la garanzia di una maggiore autodeterminazione per le popolazioni locali. In Araucania, la Comunità mapuche potrebbe ottenere indubbi benefici dall’aumento dell’autonomia regionale, vedendo almeno in parte accolte le sue rivendicazioni storiche. Naturalmente, questo non risolverebbe per magia il problema dei diritti di proprietà, che sono la vera chiave del conflitto e necessitano di un intervento del Governo, ma potrebbe abbassare il livello di tensione e favorire maggiormente il dialogo su questo tema così complesso.

La difficoltà nel trovare una situazione soddisfacente è data da motivi economici e politici, ma non vanno dimenticati quelli culturali. Il fatto che vi sia una discriminazione piuttosto diffusa nella società cilena nei confronti dei Mapuche, generatasi dal difficile rapporto con i vecchi coloni europei che li hanno bollati come ubriaconi e indolenti, crea un ambiente in cui è difficile che gli indigeni possano far valere le loro rimostranze. Dal canto loro, i giovani Mapuche crescono in un ambiente che li spinge ad abbracciare il conflitto. Fin da bambini ascoltano i loro nonni raccontare dei terreni concessi un secolo fa e che oggi non sono più loro.

Il Governo Bachelet, sostengono alcuni analisti, potrebbe risolvere la diatriba tramite un maggiore riconoscimento, a livello costituzionale, delle autonomie indigene, sul modello di quanto fatto da Bolivia, Colombia e Messico. Il Presidente ha in cantiere una riforma costituzionale, ma si tratta di un percorso necessariamente lungo. Gli abitanti dell’Araucania si augurano che si concluda il più presto possibile, per tornare a una vita normale.

 

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