lunedì, Luglio 26

Una montagna di debito Con oltre un milione di miliardo di yen di debito, che futuro attende il Paese del Sol Levante?

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Economia giappone

Il debito pubblico giapponese ha ormai superato il rapporto deficit/pil del 230% aumentando negli ultimi dieci anni di quasi 100 punti percentuale. Una cavalcata che non sembra destinata a finire presto visto il continuo aumento della spesa pubblica.

 Per fare un esempio con casa nostra la Grecia, nazione che con la sua crisi del debito ha fatto vacillare l’economia dell’intera Eurozona, è solo al 160%  mentre l’Italia non va oltre un quasi rincuorante, si fa per dire, 130%  nel rapporto deficit/pil. Come mai allora la terza economia mondiale sembra non preoccuparsi di sedere su un debito pubblico così enorme e che galoppa al passo di 100 miliardi di nuove emissioni di debito al mese?

Per capire l’attuale situazione dobbiamo fare un breve passo indietro. Più precisamente all’inizio del famoso ‘ventennio perduto‘ quel periodo cominciato nel 1990 con lo ‘scoppio della bolla‘ nel quale l’economia giapponese ha smesso di crescere e dal quale sembra ancora non essersi del tutto ripresa. Agli inizi degli anni 90 infatti il debito pubblico giapponese era stabilmente sotto la quota dell’ 80% in linea con gli Stati Uniti e gli altri Paesi sviluppati. Ma l’inizio della crisi significò per il Giappone un drastico calo dei consumi e l’inizio di quel male incurabile noto come deflazione. I vari governi negli anni hanno provato ad uscire da questa stagnazione economica immettendo grandi quantità di denaro nell’economia e avviando molte opere pubbliche per far ripartire domanda e consumi, senza però mai riuscire nei loro intento. Quel che è peggio è il profondo pessimismo riguardo il proprio futuro in cui sembrano precipitati i giapponesi in questi anni.

 Questa situazione ha prodotto il colossale debito su cui poggia il Giappone di oggi. Quello che sembra ancora più strano è però la mancanza di preoccupazione del Governo che anzi continua a spingere sull’acceleratore della spesa pubblica. Il Paese per i parametri dell’austerity europea sembra sull’orlo del fallimento. Ha infatti un rapporto deficit pil al 10%, spende il doppio di quello che guadagna con le tasse e un quarto del suo budget se ne va per finanziare il debito. Nonostante tutto  lo Stato paga interessi dello 0,75%. Rendimenti da far invidiare anche la rigorosissima Germania e lontani anni luce dai quelli a doppia cifra che è costretta a pagare la Grecia.

Se andiamo a frugare tra i motivi di questo ‘miracoloso equilibrio’ su cui regge il Paese, possiamo trovare senza dubbio almeno due risposte che differenziano nettamente il Giappone dai paesi europei.

La prima è il ruolo della BoJ (Bank of Japan). Al contrario della Bce infatti Tokyo ha il potere di stampare moneta e di monetizzare il proprio debito, cioè comprare parte del suo stesso debito pubblico, come succedeva anche in Italia prima del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Inoltre le crisi del debito scoppiate in Europa negli ultimi anni hanno reso ancor più interessante il mercato dei titoli del Sol Levante portando qui parte dei soldi che prima finanziavano i debiti di altri Paesi.

Ma la vera peculiarità del sistema giapponese la troviamo nella seconda risposta. Il debito è infatti detenuto per oltre il 90% da istituzioni e soprattutto da cittadini giapponesi. Questi sembrano molto sicuri sul fatto che il Governo potrà ripagarli e accettano tassi di rendimento decisamente bassi mettendo così il paese al sicuro  dal rischio delle speculazioni internazionali.

 In questo scenario gioca un ruolo fondamentale la nuova politica economica del Primo Ministro Shinzo Abe, conosciuta come Abenomics, e che si è dimostrata sorprendentemente audace per i timidi standard giapponesi del passato. Questa include un insieme di misure di aggressive riforme monetarie, fiscali e strutturali con l’obiettivo comune di far uscire il Paese dalla deflazione, ridare slancio ai consumi interni e mettersi finalmente alle spalle il “ventennio perduto”.

Per fare questo l’alter ego giapponese di Mario Draghi, l’ex governatore della Banca centrale Masaki Shirakawa, ha fatto quello che tutti i Paesi del sud dell’Eurozona hanno ripetutamente chiesto al Presidente della BCE: finanziare il Governo.

 Nonostante questo lo stesso Shirakawa ha ammesso i suoi timori: «Al momento l’effetto della nostra politica monetaria di stimolare la crescita economica è molto limitata» ha detto « ci sono i soldi, la liquidità è abbondante e gli interessi sono davvero bassi ma le aziende non ne stanno approfittando».

Sono stati proprio questi dubbi riguardo l’efficacia di una politica monetaria così aggressiva a spingere il Primo Ministro Abe ad un cambio di vertice alla guida della BoJ con il più accomodante Haruhiko Kuroda, rendendo di fatto la Banca Centrale se possibile ancora più assoggettata alle politiche monetarie del governo.  

Idee come austerity e contenimento della spesa pubblica sono completamente agli antipodi dei principi dell’Abenomics che ha nella chiarezza dell’obiettivo un sicuro pregio: crescita, senza se o ma. Qualsiasi cosa pare andare bene purché produca crescita. Se l’Europa finora ha affrontato la crisi del debito provando a limitare le spese, il Giappone sta affrontando la sua puntando tutto sull’aumento del prodotto interno lordo, riducendo di conseguenza il rapporto debito/pil.

La nuova politica monetaria ha portato nell’immediato dei risultati notevoli. Nel 2013 il Pil è aumentato del 3,5%, le esportazioni, grazie anche al deprezzamento dello yen, del 12% mentre il Nikkei, l’indice della borsa di Tokyo, ha guadagnato il 55%. Nel 2014 però lo slancio iniziale sembra aver perso buona parte del suo vigore. L’attuale governatore Kuroda a questo proposito ha tenuto a precisare che le politiche monetarie applicate dalla BoJ hanno come obiettivo quello di rivitalizzare l’economia nipponica nell’immediato mentre perdono efficacia se nel lungo andare non vengono sostenute da un adeguato sistema di riforme strutturali.

Un importante campo di azione nel quale Abe sta cercando di agire è quello dell’agricoltura e del peso dei suoi esorbitanti sussidi. «La strada percossa per un ammodernamento del settore è quella difficile del TPP con gli Stati Uniti, i cui progressi sono altalenanti e per nulla sicuri».

Un altro dei problemi cruciali da affrontare è l’invecchiamento della popolazione. La combinazione di un debito così grande con un calo demografico così vistoso è infatti insostenibile per l’economia del Paese.

Abbiamo visto come il debito sia in buona parte in mano agli stessi risparmiatori giapponesi. La maggior parte di questi sono i lavoratori del ‘baby boom‘, i nati tra il ’40 e il ’60, molti dei quali prossimi alla pensione, un periodo della vita nel quale saranno quasi obbligati a spendere i risparmi investiti in titoli di stato per mantenere il loro tenore di vita. Senza di loro verrà meno la peculiarità del sistema Giappone e aumenterà il peso dei mercati internazionali nella gestione del debito con i conseguenti ben noti rischi della speculazione e dell’aumento dei rendimenti.

D’altronde diversi studi hanno dimostrato che con questo trend di crescita demografica il declino sia inevitabile. Secondo gli studi più ottimistici anche se tutti i giapponesi investissero i loro risparmi in titoli del debito nazionale, questi non basterebbero a coprire più di dieci anni di spese.

«Il Governo spera in una ripresa del tasso demografico con politiche ad hoc ma ci vorrà molto tempo per vedere i risultati. L’immigrazione potrebbe essere una soluzione veloce per superare il problema, ma un allentamento delle politiche migratorie sembra improbabile». 

 Lo scenario più plausibile secondo molti esperti sarà un lento ma inesorabile declino degli standard di vita anche se non dobbiamo dimenticare che il Giappone ha fondamenta solide essendo tra l’altro un Paese in cui si va mediamente in pensione a 70 anni e con solo il 35% dell’ultimo stipendio. Un Paese nel quale il Ministro dell’economia Akira Amari già prospetta il prossimo step: una società in cui le persone rimangano attive per tutta la vita grazie agli sviluppi della moderna scienza.

In un Paese millenario dove il tempo si misura in secoli e non in mesi ed anni per vedere l’alba di questo declino ci sarà quanto meno da aspettare. E il Giappone non sembra avere nessuna voglia di mollare.

 

 

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